"Il Re Leone": nelle sale dal 21 Agosto

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The Last Czars: la storia russa invade la tv!

Un tempo la storia si studiava sui libri. Ora numerosissime serie tv sono di argomento storico, al p...

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Il 4 Luglio scorso si è dato il via alla Fashion Week Romana targata AltaRoma. Non solo una Fashion ...

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"Il Re Leone": nelle sale dal 21 Agosto
Luglio 13
Nelle sale dal 21 Agosto, il classico 1994 targato Disney Il Re Leone torna in una veste completamente nuova, un film che ha fatto sussultare i cuori di milioni di persone, grandi e piccini. Ieri mattina, in occasione del Photocall e della Conferenza Stampa, nella location del The Space Cinema Moderno di Piazza della Repubblica a Roma, erano presenti due dei protagonisti che hanno dato la propria voce a questo meraviglioso lungometraggio: Marco Mengoni, recordman e star del pop Italiano, da pochissimo rientrato da Los Angeles, dove ha avuto la possibilità di partecipare alla premiere mondiale di The Lion King con l’intero cast americano e il regista Jon Favreau, e che nella versione italiana dà voce a Simba, il leone destinato ad essere un potete re; ed Elisa Toffoli che dà voce a Nala, amica coraggiosa di Simba fin da quanto era piccola. Una Elisa che già era riuscita ad incantare, non tanto tempo fa, il grande regista Tim Burton per la sua interpretazione nella versione italiana del film Dumbo. Ma nel cast italiano troveremo non soltanto Elisa e Marco Mengoni: avremo un fantastico Massimo Popolizio, che interpreterà la voce di Scar, ma anche Edoardo Leo e Stefano Fresi che si scateneranno ad interpretare le voci dei simpaticissimi Timon e Pumba. In conferenza stampa, abbiamo ascoltato un emozionatissimo Marco Mengoni, che, ancora incredulo dall’esperienza di Los Angeles (tanto che si è definito come un bambino alla vista della maestosità del parco giochi di Disneyland, confessandoci di non esserci mai stato prima), si dimostra pieno di gioia ed entusiasta del lavoro svolto e della gentilezza che la Disney ha rivolto nei suoi confronti. Elisa, invece, con la sua solita compostezza, risponde cordialmente e in modo impeccabile alle domande dei giornalisti in sala, riconoscendo però di essere anche lei visibilmente emozionata per la fantastica esperienza vissuta. Insomma, una rivisitazione in chiave tecnologia che noi tutti attendiamo con trepidazione nelle sale cinematografiche italiane e che speriamo ci lasci quella malinconia tipica delle meraviglie create dalla Disney.Foto di: Camilla Greco
The Last Czars: la storia russa invade la tv!
Luglio 10
Un tempo la storia si studiava sui libri. Ora numerosissime serie tv sono di argomento storico, al punto che tra non molto, forse, la materia si studierà a suon di episodi! Il che non sarebbe poi così male… Ad esempio, oggi potremmo andare tutti in Russia per capire come sia finita la dinastia dei Romanov, che ha governato pressoché indisturbata dal 1613 fino al 1917, quando furono deposti in seguito alla rivoluzione d’ottobre. La storia russa non gode di molta popolarità, ma a ben vedere si rivela di notevole interesse e sembra quasi possedere tutti i connotati giusti per alimentare film e serie tv davvero avvincenti. Apripista in questo senso è dunque la serie Gli ultimi zar (titolo originale: The Last Czars) distribuita da Netflix a partire dallo scorso 3 luglio. Assistiamo, dunque, agli ultimi anni della dinastia Romanov, ripercorrendo le vicende dell’ultimo zar Nicola II, della zarina Alessandra, dei loro figli – compresa la famosa Anastasia – e dell’immancabile e discutibile Rasputin. Rivelando la profonda commistione di pubblico e privato, Gli ultimi zar rivela le cause profonde della crisi ideologica e politica affrontata dalla Russia di inizio ‘900, riconducibili quasi esclusivamente alle azioni scellerate degli zar. Si tratta però di una docu-serie, in cui le scene di ricostruzione storica con attori si alternano con interviste a storici e studiosi. Una scelta alquanto singolare e che sembra dimostrare una sorta di paura da parte di Netflix, quasi a voler tentare con un prodotto di natura mista prima di cimentarsi in una vera e propria serie. Il risultato non può non risentire di queste esitazioni: i sei episodi sono sempre sul punto di catturare lo spettatore e divenire avvincenti, ma le continue interruzioni didascaliche – per quanto preparati e competenti siano gli storici interpellati – fungono da freno inibitore. La sensazione è quella di una serie tv mancata, ma si tratta comunque di un prodotto sostanzialmente piacevole da guardare. La speranza è che Netflix prenda coraggio e investa in questa direzione. Link alla foto: https://www.thereviewgeek.com/thelastczars-s1review/
Stranger Things 3: il ritorno di Dawson's Creek!
Luglio 10
Era attesissima e finalmente lo scorso 4 luglio la terza stagione di Stranger Things è sbarcata su Netflix. Ritornano, dunque, i ragazzini più furbi di Hawkins – Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo), Will (Noah Schnapp), Lucas (Caleb McLaughlin), Undici (Millie Bobby Brown) e Max(ine) (Sadie Sink) – insieme anche agli ormai immancabili Hopper (David Hoarbour), Joyce (Winona Ryder), Nancy (Natalia Dyer), Jonathan (Charlie Heaton) e Steve (Joe Keery). New entry la simpatica Robin, interpretata ottimamente da Maya Hawke, figli di Uma Thurman e Ethan Hawke. I nostri beniamini tornano a dover avere a che fare col sottosopra e con le orripilanti creature che da esso fuoriescono, in quanto uno degli accessi a questo mondo parallelo è stato riaperto da alcuni spregiudicati scienziati russi, segretamente stanziatisi proprio ad Hawkins. Che coincidenza! Detta così, la faccenda sembra interessante. Peccato che in realtà lo scontro con i mostri del sottosopra si caratterizzi quasi come una trama secondaria. A farla da padrone in questa terza stagione sono i sentimenti, le relazioni di amore, amicizia e parentela tra i vari personaggi, ma ad un livello che ricorda assolutamente troppo Dawson’s Creek. Lo dimostra perfettamente il povero Will, che non fa altro che sentirsi escluso dagli amici, ormai troppo impegnati a frequentare le ragazze, e – detto tra noi – imitare il caro vecchio Jon Snow del Trono di Spade ripetendo sempre le stesse due battute (“Giochiamo a D&D?” e “Lui è qui”). Il tutto, dunque, gira intorno alle relazioni degli adolescenti alla scoperta dell’amore, ma anche intorno al flirt tra Joyce e Hopper. Uccidere i mostri sembra quasi un’attività per riempire i momenti morti e le relative scene mancano di linfa vitale, apparendo come un qualcosa di già visto e soprattutto poco approfondito. Tutto ciò non vuol dire che la serie non possa piacere, anzi: il finale, ad esempio, è davvero toccante. Tuttavia si ha la sensazione di guardare una serie totalmente diversa e che la Stranger Things che conoscevamo si sia snaturata. Originale la presenza di una scena post-credit (perciò non saltate i titoli di coda!) che rende aperto il finale e prepara alla quarta stagione, che ci auguriamo possa ritrovare la propria identità. Link alla foto: https://www.wired.it/play/televisione/2019/07/09/stranger-things-3-cosa-cambiare/
Chernobyl: le serie capolavoro sul disastro nucleare
Luglio 09
26 aprile 1986. Una data che non deve essere dimenticata. Si tratta del giorno in cui il reattore Rbmk-1000 del blocco 4 della centrale elettronucleare Vladimir Il’ic Lenin di Chernobyl, in Ucraina, esplose. Il più grave incidente verificatosi in una centrale nucleare. L’esplosione del nocciolo portò alla diffusione di una nube di materiale radioattivo che raggiunge tutta l’Europa e addirittura toccò porzioni della costa orientale del Nord America. I danni furono enormi, con la contaminazione di acqua, aria, terreno e animali, la morte diretta di almeno 65 persone e un incremento esponenziale dei casi di tumori, soprattutto in bambini e minori di 18 anni. Tuttavia è probabilmente impossibile ottenere delle stime numeriche precise degli effetti negativi del disastro di Chernobyl, per la cattiva amministrazione dell’allora governo sovietico e per l’azione a lunga durata degli effetti. Numerosissime, infatti, le diagnosi di depressione, ansia e disturbo post-traumatico da stress nella popolazione locale. Ed è appunto sul lato emotivo che insiste notevolmente la miniserie Chernobyl, scritta e creata da Craig Mazin e Johan Renck. Andati in onda dal 10 giugno all’8 luglio 2019 su Sky Atlantic, i cinque episodi della serie hanno ricevuto il voto più alto di sempre sull’Internet Movie Database: con un punteggio di 9,6 la serie ha superato addirittura Breaking Bad (9.5) e Il Trono di Spade (9.4). In Russia ha ricevuto molti consensi, tra cui quello del Ministro della Cultura, Vladimir Medinsky, ma anche alcune critiche da alcuni media filo-governativi. Bisogna ammettere che la serie romanza ed esaspera alcuni aspetti: [SPOILER ALERT] ad esempio, l’esposizione alle radiazioni non provocò emorragie diffuse tali quali mostrate nella serie e non vi furono i tre volontari sacrificatisi per drenare l’acqua radioattiva nei corridoi della centrale. Dunque, più che di inesattezze storiche, si potrebbe parlare di una forzatura di alcuni elementi in chiave emotiva. La rievocazione degli eventi, infatti, non manca di precisione, non distorce la realtà dei fatti: l’esplosione è riproposta in tutta la sua veridicità e sono tanto precise quanto piacevoli e comprensibili le spiegazioni sul piano scientifico (affidate a personaggi quali il Legasov di Jared Harris e la Khomyuk di Emily Watson, che in realtà è un personaggio creato per omaggiare i tanti scienziati che collaborarono con Legasov). Ciò su cui si è calcato la mano è il post-disastro, con le misure adottate per far fronte alla tragedia. Qui, tramite il confronto tra la superficialità e negligenza dei più e la disperazione dei pochi consci del disastro appena avvenuto, si insiste molto sulle responsabilità che l’egoismo e la spregiudicatezza umana comportano. Tutto ciò risulta evidente sul piano tecnico soprattutto tramite una fotografia da premio Oscar, con l’insistenza sui volti delle persone spaventate e dei malati in ospedale, sulla desolazione della città di Pryp’jat evacuata, e così via, con una luce fredda e grigia in cui il calore non riesce a tornare. Ottima anche l’interpretazione di tutto il cast, dai già citati Harris e Watson, passando per il grande Stellan Skarsgard (nel ruolo del burocrate Shcherbina) fino ai ruoli minori. In conclusione si tratta di un prodotto televisivo stupefacente, con una missione importantissima. Dovrebbe essere guardato obbligatoriamente per legge. Link alle foto: https://www.individualistaferoce.it/2019/06/14/chernobyl-e-lincalcolabile-prezzo-delle-menzogne/ https://www.ilsole24ore.com/art/chernobyl-serie-tv-tutto-quello-che-e-vero-e-verificato-ACItNsW https://www.comingsoon.it/serietv/news/chernobyl-non-piace-alla-russia-che-prepara-una-sua-contro-serie/n91068/
AltaRoma Luglio 2019: passerelle alla ribalta
Luglio 08
Siamo arrivati al giro di boa finale di questa edizione estiva di Altaroma, celebrazione ormai nota della moda romana. Nelle ultime due giornate molti sono stati gli stilisti che hanno fatto sfilare le loro collezioni nella location di Pratibus District, partendo proprio dai finalisti di Who Is On Next?, progetto ormai arrivato alla sua quindicesima edizione, e che anche quest’anno afferma il suo ruolo di scouting project volto a promuovere nuovi talenti. AltaRoma, in collaborazione con Vogue Italia, ha decretato un vincitore per il premio FRANCA SOZZANI: a trionfare, il giovane Federico Cina, che grazie al suo istrionico contrasto di tessuti e stampe ha fatto votare in unanimità l’intera giuria presente. La giornata procede con la sfilata di Italo Marseglia, una collezione di una purezza quasi celestiale: abiti bianchi declinati in tutte le sfumature con contorni in pizzo, anch’esso bianco, che danno quel tocco di eleganza che non guasta mai. Insomma, un mix perfetto e in completa sintonia con il contesto. A seguire la sfilata della collezione di Paola Emilia Monachesi, che dopo aver lasciato AU197SM ha creato Pryvice Fashion, un brand tutto suo che con geometrie, decoupage e zip hi-tech ha fatto impazzire tutti gli ospiti. A quanto si dice la Monachesi non utilizza alcun cartamodello, tutto sarebbe realizzato a manichino e poi scannerizzato per ottenere modelli ancora più personalizzati. D’altronde l’arte del customize ormai ha preso piede anche qui in Italia e non si può certo dire che la riuscita non sia più che buona! Infine, la passerella di ROME IS MY RUNWAY #1, una nuova iniziativa promossa appositamente per questa edizione estiva della Settimana della Moda di Roma, che pone sotto i riflettori i brand locali con sfilate collettive di designer provenienti dalla regione Lazio. Beh, una ventata di aria fresca per le vecchie generazioni e uno sguardo al futuro per tutte quelle che verranno.     Le foto sono state scattate dall'autrice dell'articolo.
Roma Fashion Week: AltaRoma Luglio 2019
Luglio 06
Il 4 Luglio scorso si è dato il via alla Fashion Week Romana targata AltaRoma. Non solo una Fashion Week che mette in luce i migliori talenti italiani emergenti della città eterna, ma una vera e propria manifestazione che riempie di creatività il cuore pulsante della capitale. Anche per questa edizione, come per la precedente di Gennaio, è stata scelta come location per l’evento il Pratibus District di Viale Angelico. Il primo giorno di sfilate viene interamente dedicato alle Accademie di Belle Arti: da quella di Frosinone a quella di Napoli e del Lusso di Milano, per poi arrivare alla capitolina Accademia di Belle Arti di Roma. Una prima giornata PER i giovani e che ai giovani è completamente ispirata. Lunghi maglioni oversize ne fanno da padrone, azzardando molto su colori, patchwork e texture. Una passerella, in particolare, ha catturato però l’attenzione di tutti. Una copertina per questo articolo non lasciata puramente al caso: sto parlando della collezione dedicata alla “diversità” messa in scena da una delle Accademie in calendario e che ha portato a sfilare persone con problematiche fisiche di ogni genere: dal ragazzo senza una gamba, ad una coppia di bambine albine. Un messaggio molto forte e di impatto che non è riuscito a passare inosservato. Una diversità che ci vuole far intendere come tutti in realtà siamo così uguali di fronte alle sfide che la vita ci riserva. Passiamo ora alla seconda giornata di ieri, dove due ragazzi, Dassù e Pasquale Amoroso, talenti scoperti grazie alla scorsa edizione di Showcase, erano in programma con la loro collezione P/E 2020 “I Am Whast I Am”, completamente ispirata alla cultura punk con abiti in nylon fluo e vernice. Insomma, una scarica di adrenalina non indifferente. Non poteva poi di certo mancare l’Atelier Persechino, che con una sfilata di una raffinatezza più unica che rara, ha lasciato gli ospiti a bocca aperta. Abiti che vanno dal bianco, al viola, creano quel distacco che mai disturba e rendono, anzi, l’abito ancora più aggraziato. D’altronde non ci meravigliamo: il marchio firmato da Sabrina Persechino risulta sempre essere all’altezza di ogni passerella!
Il Satyricon del Pompeii Theatrum Mundi
Luglio 06
“E senti, che ti volevo dire?” C’è sempre qualcosa che bisogna dire. Qualcosa che bisogna fare. Qualcosa che bisogna dimostrare. Oggi non sappiamo più sopportare la noia, l’attesa. Siamo in un’epoca di sfrenata irrequietezza, in cui la maggior paura è l’immobilismo. Ed ecco allora il disperato bisogno di uscire tutte le sere, di andare alle feste migliori, alle serate più inn. Un male dei nostri giorni, potremmo dire. Eppure non siamo i primi. Anche Encolpio, Ascilto e Gitone, pur di non stare a casa senza far nulla, si costringono ad andare ad una festa. Stiamo parlando del Satyricon, l’opera dell’autore latino Petronio, che torna a vivere dal 4 al 6 luglio nello spettacolare Teatro Grande di Pompei nella terza rassegna drammaturgica nata dalla collaborazione del Teatro Stabile di Napoli Teatro Nazionale e del Parco Archeologico di Pompei. Il Satyricon, dicevamo, è portato in scena dal regista Andrea De Rosa per rappresentare quella decadenza che Petronio vedeva nella romanità della sua epoca e che possiamo noi vedere nella società attuale. Come afferma Francesco Piccolo, riscrittore dell’opera, “la cena di Trimalcione sarà come è o come dovrebbe essere la vita (mondana e non): stanca, ripetitiva, piena di luoghi comuni e di rapporti superficiali o ipocriti”. Tutto ciò si impone agli occhi ad una festa, ovvero “il rito collettivo che ci rende tutti uguali, il momento in cui siamo una vera comunità; e, contemporaneamente, il più grande spreco di tempo della nostra vita, seducente e superficiale, vuoto e irrinunciabile. Ciò che impesta e che ammorbidisce lo slancio vitale.” Ed ecco dunque che lo spettacolo è tutto ambientato durante una festa, in cui i vari personaggi/invitati esprimono la vuotezza dei loro pensieri in un fiume di parole stantie, trite e ritrite, ma che si sono imposte come stereotipo collettivo. E più si parla, più le parole perdono di significato e profondità, ma c’è un’irrequietezza di fondo che spinge a parlare ancora e ancora e ancora. Irrequietezza che si manifesta anche a sul piano fisico, con i personaggi che si muovono incessantemente sulla scena, ballano, camminano, si alzano e siedono e rialzano. Tra i vari ospiti spicca Fortunata, la moglie di Trimalcione. Lei non dialoga con gli altri personaggi, lei li racchiude tutti in se stessa. Per questo i suoi discorsi sono il non plus ultra del perbenismo, del vuoto e dello stereotipo: è ovviamente vegana, critica le multinazionali, si cruccia dei bambini malati, si duole dello spreco alimentare. Eppure non fa che starsene sdraiata ad una festa.A distinguersi è, invece, Trimalcione, l’ospite della festa, che, nella sua rozzezza, esprime pensieri sinceri al punto da risultare comici (critica i finti intellettuali, i finti comunisti, afferma onestamente che a lui interessano “li sordi”, nota le “fregnacce” che gli altri continuano a ripetere e ripetersi), ma che almeno dimostrano una certa consistenza. Uno spettacolo dunque notevolmente interessante, con una scenografia d’impatto (un pavimento e un muro d’oro su cui spicca un water su piedistallo come fosse un trono) e un’eccellente interpretazione di tutti gli attori. Unico neo è forse la durata che risulta eccessiva per una pura rappresentazione quasi fotografica della società odierna e che risente della mancanza di una vera e propria trama, con sviluppi ed evoluzioni di una vicenda. Anche il finale, con l’affermazione speranzosa “si può cambiare”, risulta forse un po’ troppo sbrigativo.Link all'immagine di copertina: https://www.napolitoday.it/cultura/pompeii-theatrum-mundi-giugno-2019.htmlFoto di: Annachiara Giordano
Shaft: la simpatica parodia di se stesso
Luglio 02
- Non puoi picchiare una donna! - Perché? - Ti direbbero che sei misogino. - Tu sei misogino, i miei calci sono uguali per tutti! Ecco Shaft, John Shaft, protagonista dell’omonimo e irriverente film disponibile su Netflix dallo scorso 28 giugno (e nei cinema americani dal 14 giugno). A ben vedere, si tratta di un reboot che segue i quattro precedenti film (rispettivamente del 1971, ’72, ’73 e 2000) e la serie tv (7 episodi andati in onda tra il 1973 e il ‘74) dedicati al detective afroamericano di Harlem. La storia, ovviamente e fortunatamente, è andata avanti e il nuovo film non ripercorre dal principio le vicende di Shaft, anzi. Questo film è vivificato e reso attuale dalla presenza del figlio di Shaft, John Shaft Junior (Jessie Usher), che deve indagare sulla misteriosa morte del suo migliore amico e ricorre alle indiscutibili abilità del bizzarro padre, riavvicinandosi a lui dopo un ventennio di lontananza. Lo Shaft attuale è interpretato, con prevedibile ma graditissima maestria, da Samuel L. Jackson così come quello del film del 2000. In precedenza il ruolo era di Richard Roundtree, che nella nuova versione interpreta la parte del padre di Shaft, nonostante nel 2000 fosse apparso come zio dello stesso. Non solo, i cambiamenti sono notevoli anche a livello di impostazione di trama: le pellicole degli anni ’70 si inscrivono nel filone dei film sulla blaxploitation (da black, nero, + exploitation, schiavitù) e, nonostante il notevole successo, furono aspramente criticati per gli stereotipi di cui erano intrisi (ambientati sempre nei ghetti o nelle piantagioni del sud, con gli afroamericani sempre invischiati in loschi affari). In questo clima, Shaft era impegnato a sgominare giri di droga, prostituzione, ecc., malvisto sia dalla polizia che dai criminali di Harlem. La serie tv vede invece Shaft quasi come collaboratore esterno della polizia. In questa nuova pellicola a farla da padrone è l’ironia, ma soprattutto l’autoironia: lo Shaft di Samuel L. Jackson appare infatti come una macchietta di se stesso; l’esasperazione – ben calibrata e studiata, ovviamente – di certi atteggiamenti un po’ “vecchia scuola” rivela la parodia in atto e conquista lo spettatore. Indispensabile appare dunque il talento di Samuel L. Jackson, che riesce anche a condurre come un maestro di ballo tutti gli altri interpreti in modo da ottenere un ottimo risultato. Link alla foto: https://nerdmovieproductions.it/2019/02/05/shaft-ecco-il-primo-poster-domani-il-trailer/
Secondary ticketing sotto accusa
Luglio 01
D'estate è diventato ormai una consuetudine ascoltare per radio, sulle spiagge, nei bar, nei campeggi, i fatidici tormentoni musicali, indistinguibili l'uno dal altro, e vecchi successi "evergreen".È un periodo carente per le novità musicali. Pensare che un tempo, almeno in Italia, le case discografiche puntavano molto sul mercato estivo per lanciare attraverso kermesse, come il "Cantagiro", il "Disco per l'estate" e il "Festivalbar", interpreti, che ancora oggi vanno per la maggiore, e canzoni che ancora oggi vengono cantate.Allora era possibile "gustare" gratuitamente le esibizioni, come avviene il primo maggio, dei molti cantanti che si alternavano sullo stesso palco, oggi si "gusta", a pagamento, il proprio beniamino, partecipando ad un suo concerto che spesso si svolge in una location mozzafiato. Avete mai provato ad acquistare un biglietto per uno spettacolo ambito da molti? Anche se siete stati veloci come Flash ad andare sull'unico portale autorizzato, probabilmente la vostra impresa non è andata a buon fine!Finora, quasi tutti i biglietti, si esaurivano entro qualche minuto, per poi riapparire magicamente a prezzo maggiorato, anche + 500%, su altri siti. Questo bagarinaggio, dietro cui ci sono sicuramente grossi interessi finanziari, dal primo luglio 2019 non sarà più possibile attuarlo poiché è stata approvata una legge che impone l'acquisto del biglietto nominativo, resta consentito il cambio del nome purché senza scopo di lucro.Ma questa legge faciliterà gli utenti? Vincenzo Spera, Presidente di Assomusica, ritiene che questa legge, oltre a non essere necessaria, poiché bastava applicare la vecchia legge n. 232 del 2016, comporterà danni agli operatori del settore e provocherà grande caos all'entrata dei concerti. Inoltre le procedure del cambio del nominativo potranno comportare ulteriori costi. Assomusica propone invece azioni alternative: chiudere tutti i siti di secondary ticketing e utilizzare delle app che consentano di tracciare il passaggio di mano dei biglietti già emessi.Non vedo l'ora di affacciarmi su Ticketone per scoprire se con il mio click riesco finalmente ad accaparrarmi un biglietto a prezzo equo!   la foto di copertina è stata presa dal seguente link: https://unsplash.com/photos/xJt6Gs20Uqc
Si spengono le luci sul Red Carpet
Giugno 30
"Mi son appisolato un attimo ma ci sono, SEMPRE."  (Foto di TripperPhotograph)   E’ ormai passato un mese da quando un grande uomo e fotografo è mancato ed è bene precisare che questo articolo è un pò diverso dagli altri, vuole essere si un omaggio, ma anche un ricordo sincero di un amico che silenziosamente e  a tradimento ci ha lasciati. Al di là delle solite chiacchiere che si sono viste sulle alcune testate, di gente che millantava di essere il grande amico di una vita o che cercava anche nel giorno dei funerali un pò di visibilità, questo corale redatto da chi lavorava spalla a spalla con lui ha il solo fine di ricordare chi veramente fosse Pietro Coccia,  l’ uomo di spessore, non il personaggio noto, il gigante mangiabiscotti, esempio concreto della parola affabile e proprio per questo motivo il NOSTRO saluto è stato alzare le macchinette e scattare al cielo per indicare la via dell’ultima trasferta e augurare buon viaggio al nostro compagno di avventure cosa che poi è stata riproposta ai nastri d’argento. Un sorriso accostevole, un’espressione di pacatezza, un uomo mai acrimonioso ma perennemente affabile e mansueto, buono e mite che ha seguito e “scortato” gli ultimi anni di attività fotogiornalistica di chiunque incrociasse il suo cammino sottoscritta compresa, si perchè il mondo della fotografia specie quello che ruota  attorno al cinema non sempre è luccicante e patinato, ma fatto di invidie, dissapori e ove possibile di sabotaggio, lui questo lo sapeva bene e ha sempre cercato di proteggere noi “piccoli” usando frasi che coglievano nel segno facendo passare di colpo tutte le brutture, ad esempio: “non preoccuparti sono solo gelosi, tu hai dalla tua la freschezza e la gioventù, hai talento e le malelingue sono solo moscerini, adesso andiamo a mangiare qualcosa”. Era raffinato Pietro, anche se a primo impatto non si sarebbe detto, sempre arruffato col pantalone un pò calante e la camicia fuori posto ma anche sinceramente istintivo, schietto, era magnanimo e nobile, il linguaggio che rivolgeva rinfrancava e spronava a fare al meglio il proprio lavoro mente insegnava quel che sapeva, mostrandoti senza filtri come svolgeva il suo. Troppo spesso dava delle dritte, cose che sapeva solo lui, una festa qua, un avvenimento là, un evento che non era stato pubblicizzato da nessuna parte. Aveva sempre la macchina fotografica in mano scattava e catturava qualunque cosa, dappertutto ( ci vedeva lungo diremmo oggi). Ricordo che per un premio di una foto con orizzonte spostato si congratulò almeno cinque volte nel corso della stessa mattinata o delle foto che mi scattava a tradimento durante i photocall e intasavano la mail. Ci trovavamo nel modo di scattare perchè prediligevamo tutti e due i momenti naturali, quelli con le smorfie piuttosto che quelli in posa. Quando all’ ultima edizione della Festa del Cinema Pietro, che era sempre stato sul lato opposto del palco fotografi, si sedette vicino a me disse: “da ora in poi starò sempre da questo lato, da qui ci si diverte e quando ci si diverte le foto vengono meglio.” A volte appariva assente, spaesato, distratto, ma subito dopo capivi che stava organizzando un viaggio a Berlino o in Cina o magari stava solo inviando gli scatti appena fatti agli artisti che erano sinceramente suoi amici, con quel telefono sempre a due cm dalla faccia e gli occhiali abbassati sul naso perchè perennemenete appannati. Quando riprendeva un discorso fatto poco prima di appisolarsi  proprio mentre ti stava rispondendo e ovviamente in quei momenti riceveva scatti su scatti senza rendersene conto. Non si arrabbiava mai Pietro, sapeva sempre dire la cosa giusta con la genuinità di un bambino e comprendere le situazioni con la delicatezza di un esperto consumato, per poi finire a darti banalmente il giusto consiglio. Consigli che forse molti di noi non sono mai riusciti a restituirgli quando raccontava che dopo la pizza aveva bevuto il latte al cioccolato: “ma Pietro cosi stai male” e lui ti rispondeva: “ si lo so, ma ero triste”, quando si sfogava sulla sua “vicenda campana” e di quanto poi fosse rasserenato per averla risolta, quando gli offrivi un biscotto e lui non capiva più nulla, finiva tutto il sacchetto, ed era  una gioia per gli occhi vederlo così, felice a trangugiare dolcetti, la sua insana passione. Mancheranno i suoi occhi sempre velati di nostalgia e malinconia anche nei momenti più allegri, che facevano intuire quanto grande fosse il suo cuore o come ci ha ricordato la sorella ai funerali,  la sua anima XXL. Mancherà Pietro. Andare ad un Photocall, una rassegna cinematografica o una semplice conferenza stampa e non sentir più la sua voce bassa e discreta chiamare dall’altro lato della sala, cosi come sarà triste veder vuota la sedia accanto, sul palco fotografi alla Festa del Cinema.                                                                                                                                                                                                                            Foti Domy - Fotografa   L’associazione Pietro/Cinema è una associazione che può a prima vista apparire scontata visto il suo lavoro, eppure di colpo non lo è se si pensa che gran parte della sua vita ha ruotato dentro questa componente:  talvolta sembrava aspettare il momento di scattare con occhio disinteressato, con la sua giacca nera stropicciata, le gambe accavallate, i suoi occhiali, la camicia che aveva perso da un po’ la sua freschezza. Pietro ricordava tanto Aldo Fabrizi, sornione, anche se con poche parole dette, così come pochi scatti durante il suo lavoro. Fotografo della vecchia guardia, quella che si è fatta le ossa con i rullini a 24 pose, massimo 36 per raccontare una storia intera, Scatti centellinati, parole pesate, buona la prima, ma senza fare commenti, al massimo una smorfia di compiacimento nel vedere l’immagine sulla sua macchinetta Si è vissuto qualche anno, 8 o 9, tra photocall e soprattutto alla Festa del Cinema di Roma , anzi all’epoca ancora Festival, dove la vicinanza si fa serrata tra i fotografi, dove si divide lo stesso banco per mangiare, quando Pietro chiedeva dove avevi comprato i biscotti al cioccolato o la pizza, oppure si condivideva la parte del palco con il posto contro sole per scattare. Ma Pietro la festa la viveva molto di più. Si assentarva dalle sedie del palco o dalla sala del Photocall, ma lo si ritrovava al Lazio Cinema Fest a parlare, sprofondato su una poltrona, raccontare aneddoti di New York o Los Angeles. Mai un tono di voce alto, mai una parola fuori posto. New York, Cannes, Venezia, David di Donatello, Nastri d’argento. Lui era presente sempre, lui osservava, lui scattava, mai invadente. Gli bastava un nome, e l’attore o attrice si girava sorridente riconoscendo la sua voce. Chiamavo io un attore, si girava il personaggio di turno con l’aria di dire ‘che palle’. Pietro, ma come ci riesci? E Lui: “lo conosco da anni, ci sentiamo spesso”. Ecco il modo di vivere il cinema di Pietro, diventava trasparente come fotografo ma era presente come persona anche per un giovane attore che non conosce gli aneddoti storici del suo  mondo. Pietro invece li conosceva tutti, tra un “ti ricordi quando…?” ed un “Quella volta a New York..”. Perennemente composto, con la sua presenza tranquilla, come Fabrizi, quasi rasserenante ed uno sguardo scrutante quasi perso nel vuoto, senza mai dire io conosco questo e quello, ma sempre in silenzioso rispetto. Lo stesso che lo ha accolto nell’ ultimo giro nel suo quartiere. Grazie Pietro per quanto hai trasmesso.                                                                                                                                                                                                                  Riccardo Piccioli - Fotografo   Salutare Pietro è stato come salutare un mondo che sta sparendo: quello della gentilezza; si perché, chiunque abbia incrociato il suo cammino, ricorda questo di lui. Il suo incedere lento e affaticato, la sua voce profonda, le sue battute sottili e la sua gentilezza. Tra fotografi, si sà, non sempre c'è stima e rispetto reciproco. Per Pietro invece, se eri un freelancer, uno che collabora (non retribuito) con una webzine, l’ importante professionista di una acclamata agenzia o un signor nessuno, ti trattava allo stesso modo. E lo faceva anche con i cosiddetti VIP, li trattava da suo pari. In questo stile di vita Pietro ricordava un po' Totò e la sua livella, perché veniamo al mondo e ce ne andiamo tutti allo stesso modo, ma se sei un gentiluomo come lo era lui il saluto che ti aspetta è pieno di affetto come quello del mese scorso a piazza Buenos Aires. Pietro Coccia era umile nel suo mestiere ed era sempre pronto ad un buon consiglio. Ha seminato gentilezza e allegria ed ha raccolto tanto amore.                                                                                                                                                                                                                   Giusy Chiumenti  - Fotografa   Se mi dovessero chiedere com’era Pietro? Un’anima pura. Perché è questo che era. Un ragazzone grande e grosso sempre pronto a darti una mano. Una persona così buona con il prossimo il quale molto spesso non si rendeva conto che, purtroppo, non tutti erano altrettanto. Non mi scorderò mai quella sera alla Festa del Cinema di Roma dello scorso anno quando, tra un Red Carpet e l’altro, ci portò un cartone di pizza perché: “Eh ma voi non avete mangiato niente”. E ci mettemmo li, seduti per terra sul palco fotografi a spizzicare insieme. Pietro era un uomo che amava il suo lavoro, una vita dedicata al cinema senza mai pretendere nulla in cambio. Un professionista di altri tempi che spesso si isolava dal mondo per immettersi completamente nel suo. Quante volte lo trovavamo addormentato dentro al Photocall con tutte quelle mille macchinette appese al collo che non lasciava neanche per un momento, e quante risate quando si svegliava e riprendeva un discorso che si stava discutendo almeno un’ora prima. Penso davvero che negli anni Pietro abbia insegnato qualcosa a tutti noi, un qualcosa che non si può comprare: la gentilezza d’animo. Tutte le persone che il 10 giugno erano li, in quella chiesa gremita, per dargli quel magico ultimo saluto sono state la dimostrazione di quanto bene lui abbia lasciato nelle persone che gliene volevano. Un bene che porteremo sempre nel cuore. Perché le persone buone come lo era Pietro difficilmente si trovano e mai si dimenticano.                                                                                                                                                                                                                               Camilla Greco - Fotografa     Probabilmente spiegare chi fosse Pietro a chi, purtroppo, non ha avuto la fortuna e il privilegio di conoscerlo non sarà facile. Pietro era un goffo gigante, con la camicia sempre tutta sgualcita fuori dai pantaloni, la barba, la macchinetta fotografica sempre al collo e un cuore d’oro taglia XXL. Pietro, in maniera del tutto inconsapevole, è stata la prima persona che mi ha spinta ad insistere nel credere in quella che è la mia passione da sempre, la fotografia. Ho passato 10 anni ad osservarlo, da esterna, durante i Red Carpet della Festa del Cinema, cercavo di carpire ogni singolo gesto e sguardo, se pur lontana da lui, perché lui era diverso, lui aveva quel modo di fare così garbato e d’altri tempi che era impossibile non notarlo, non aveva bisogno di urlare, di mancare di rispetto o sovrastare un collega per avere attenzione, lui aspettava il momento giusto e click faceva lo scatto perfetto! Quando l’anno scorso, dopo anni di attesa, son riuscita ad accreditarmi come fotografa alla Festa del Cinema non solo mi si è realizzato un sogno ma ho avuto la possibilità di conoscere meglio Pietrone. E’ stato l’unico che appena arrivata, essendo una faccia nuova del gruppo, mi si è avvicinato per sapere chi fossi, da dove venissi, il significato dei tatuaggi e senza voler sapere per quale testata scrivessi o da quanto tempo, mi ha trattata da COLLEGA con una naturalezza e garbatezza che non pensavo potessero esistere in quel “mondo”.  Con il passare del tempo ho imparato a parlarci con gli occhi, piccoli gesti, poche parole e tanti sorrisi. Avrei voluto avere solo più tempo per chiedergli almeno una volta COME STAI? “Pietrù ci hai fatto questo scherzetto, ancora una volta in silenzio, e ci ha spiazzati completamente…non si fa! Quel giorno hai visto quanti eravamo? Tutti li per te, ad augurarti buon viaggio tra una lacrima e un applauso perché le persone buone non vanno via, rimangono sempre nei nostri cuori. C’eravamo anche noi con le nostre macchiette fotografiche pronti a scattarti l’ultimo saluto. Comunque non pensare di cavartela così, ti aspetto al nostro consueto appuntamento al buffet dei dolci. Non mi dare buca!                                                                                                                                                                                                                                      Carlotta Colaleo - Fotografa       Ricordo quando ci incontravamo agli eventi e aveva sempre quel minuto e più da dedicare in chiacchiere e  per chiedere come stai o come andavano le cose. Ricordo che a quel minuto seguivano una valanga di complimenti in cui ci tenevi a dirmi che ero una persona solare e bella. Ricordo di te e della tua camicia sempre fuori dai pantaloni ma solo da un lato quasi a rappresentare il tuo segno distintivo. Ricordo di quando ci siamo incontrati al 4 fontane era una mattina un photocall con pochi fotografi  dove poi siamo andati a berci un caffè per chiacchierare perché non mi vedevi da mesi e ti volevi assicurare che fosse tutto ok. Ricordo dei tuoi messaggi post eventi con i nomi di qualcuno che io non ricordavo proprio. Ricordo di come ti prendevi cura di me e delle altre giovani leve con cui passavi il tempo a parlare quando ovviamente non ti addormentavi. Ebbene Pietro ricordo tante cose di te nonostante i pochi anni di conoscenza e credo di essere stata fortunata ad incrociare la tua strada perché ad oggi sono quei ricordi della persona speciale che eri che restano e resteranno vivi nella mia testa sempre. E come dicevi tu, lasciando il tuo insegnamento: "pensiamo solo alle cose belle!" Beh Pietro grazie perche é quello che intendo fare e che  sto facendo anche in questo momento.                                                                                                                                                                                                                         Flavia Lucidi – Fotografa   L’ultima parte di questo articolo non parla di Pietro ma a Pietro, ed è  quella del suo grande amico quello che ha realmente vissuto gomito a gomito, quello che tra noi lo seguiva anche all'estero, quello piu' lontano, ma colui che da sempre gli stava piu' vicino ...  (foto di Francesca Pradella, archivio personale Alcide Boaretto)   Caro Pietro, mi sembra strano scriverti. Di solito ci telefonavamo, eri tu più spesso a chiamarmi, anticipandomi. "Come stai? Prenotato per Roma sempre all'Astrid? a Cannes ti sei deciso a venire in albergo vicino al palazzo? al lido sempre al solito posto?".  Poi chiudevamo la telefonata con un immancabile "ciao amico mio". Tu amavi prenotare anno per anno godendo di sconti a me sconosciuti. A Cannes da qualche anno, come a Roma (devo a te la frequentazione di questa manifestazione), eravamo assegnati sempre "vicini di banco". Coincidenza?  Conoscevi tutti, tutti, ma proprio tutti.  Sul campo i tuoi commenti erano sottili e riprendevano con stile ironico molto inglese le mie affermazioni fatte in momenti anche molto diversi.   Ti piaceva parlarmi di tuo padre Michele mancato da pochi anni fa, latinista all'Università di Roma e dei suoi innumerevoli libri che non sapevi  come sistemare e che mi avevi più volte promesso di mostrare.  A Roma, la tua città, mi facevi da cicerone. Grandi passeggiate la sera, dal ristorante "Sora Lella" a luoghi storici che mi spiegavi con competenza. La tua cultura era notevole e non la ostentavi.  Poi i passaggi che mi davi la sera verso l'albergo con la tua Smart... perennemente in riserva... ("tranquillo ho ancora 10 km di autonomia",  e la sera dopo ancora in riserva... "Tranquillo, ho messo 5 euro"....).    Forse l'unica cosa che non conoscevo di te, che avevi il diabete... sapendolo ti avrei tirato le orecchie per tutti i dolcetti che non ti facevi  mai mancare estraendoli magicamente dalle tasche... Quello che ricorderò sempre di te la bontà, disponibilità e discrezione e poi la tua borsa fotografica sempre aperta, i cavi che sbordavano,  il portatile, sia nel monitor che nella tastiera, sempre sporco di ditate delle tue adorate patatine fritte e il rifiuto categorico tutte le volte quando ti provocavo chiedendoti di pulirlo... Ciao Pietro, mi mancherai.                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Alcide Boaretto - Fotografo
I 50 anni di Stonewall, Make Italy Queer Again
Giugno 28
  Giugno è stato scelto come Pride Month in ricordo dei Moti di Stonewall, quando la mattina del 28 giugno   1969 la polizia fece irruzione come spesso accadeva nello Stonewall Inn un locale gay sito nel quartiere  Village a New York. Quel 28 giugno nacque ufficialmente il MLOC,  Movimento di Liberazione Omosessuale Contemporaneo, quando Sylvia Rivera un attivista transessuale reagì all’ irruzione lanciando una bottiglia contro gli agenti e dando il via a 6 giorni di attacchi, reazioni e contrasti. Migliaia gli individui coinvolti nelle rappresaglie che quella calda mattina di 50 anni fa sono inconsapevolemte diventate il simbolo della refrattarietà a discriminazioni sociali e di genere, simbolo di  politiche solidali e e sostegno tra gruppi della comunità LGBT+. Adesso che Giugno sta volgendo al termine, proprio a pochi giorni dal 50° anniversario epocale al Roma Pride in un turbinio di colori, musica, tamburi, carri e personaggi in via del tutto fortuita  ci siamo imbatuti in un gruppo molto particolare che porta avanti un progetto interessantissimo., dal nome più che originale Frocya! Make Italy Queer Again. Ma di cosa si tratta?   colori, musica, tamburi, turbinio, love is love,   Frocya nasce dall'idea di tre ragazzi, Emiliano, Claudia e Matteo, che riunitisi grazie alla passione per il Cinema in un momento di sconforto per la situazione lavorativa e sociale attuale hanno deciso di rimboccarsi le maniche e fondere la loro passione veicolandola nel creare contenuti audiovisivi e multimediali sui social, sensibilizzando e allo stesso tempo divertendo gli utenti che si interfacciano ai social.Il Target rientra nella fascia 18-30 anni. I ragazzi di Frocya si occupano di varie "rubriche" e come loro stessi ci dicono : “vorremmo portarne avanti una sul cinema (queer culture, black culture, feminist culture, film le cui maestranze sono donne, o sono persone che si identificano nella comunitá LGBT+, storie ai margini...) Una rubrica, poi, sulla sensibilizzazione nei confronti di artisti e non, che hanno fatto la differenza per l'affermazione dei propri diritti (es. Lina Wertmuller, Sibilla Leramo), e vorremmo poi condividere contenuti audiovisivi originali comici, irriverenti, di denuncia politica e sociale. Siamo ancora in fase di costruzione e piano piano stiamo definendo i margini in cui muoverci peró la nostra missione principale è quella di creare uno spazio multimediale divertente, che possa responsabilizzare il piú possibile i giovani che si interfacciano ai social partendo dalle tematiche lgbt+”.   Claudia Calcara (1994) dopo la laurea in comunicazione e scrittura creativa presso la John Cabot University di Roma, lavora come junior copyrighter e assistente alla regia per il cinema. Successivamente  frequenta il master in documentario presso ECIB- Scuola di Cinema di Barcellona (Spagna). Approfondisce la suaformazione in sceneggiatura, frequentando il "Corso di specializzazione per sceneggiatori- S'ILLUMINA" (Mibact - Siae). Attualmente lavora allo sviluppo di progett i indipendent i incollaborazione con Matteo Castellino e Emiliano Sisolfi. Matteo Castellino (1989)  si diploma come attore e aiuto- regista all’Accademia Internazionale di Teatro di Roma. Dal 2010 recita in vari spettacoli con registi quali Corrado Veneziano, Valentina martino Ghiglia, Andrea Baracco e Vincenzo Manna. Nel 2017 frequenta un corso da documentarista presso la Met Film School di Londra. Successivamente lavora come assistente alla produzione per 'La Silian produzione' . Approfondisce la sua formazione in sceneggiatura, frequentando il "Corso di specializza zione per sceneggiatori- S'ILLUMINA" (Mibact - Siae). Attualmente lavora allo sviluppo di progetti indipendenti incollaborazione con Claudia Calcar e Emiliano Sisolfi. Emiliano Sisolfi, (1994). Consegue una Laurea in Fotografia, Cinema e Televisione presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli con una tesi intitolata “Il Cinema di Xavier Dolan”. Segue il corso di specializzazione per sceneggiatori presso l'ITS Fondazione Rossellini. Scrive e dirige tre cortometraggi: “Entra”, “Red Velvet” (in concorso al Moviemmece Cinefestival) e “Sto bene” (in post-produzione). Matura esperienze come segretario d’edizione e aiuto regia.  Per 4 anni riveste il ruolo di giurato al Giffoni Film Festival, per un anno giurato al Linea D’Ombra Festival. E’ uno dei primi selezionati per l’esperienza 3 Days at Cannes per il 2018 . Ha da poco concluso terza presenza come accreditato alla Festa del Cinema di Roma. Per saperne di più questa associazione la si trova su Instagram all’ account : frocyagram o su Facebook alla pagina: Frocya., mentre per chi desiderasse mettersi in contatto conil direttivo l’indirizzo mail è : frocyavideo@gmail.com
Jessica Jones 3: il declino e poi l'addio...
Giugno 26
È ufficialmente finita un’era. L’era degli eroi Marvel su Netflix. Lo scorso 14 giugno il colosso dello streaming ha caricato nel proprio catalogo la terza stagione di Jessica Jones, che sarà l’ultima. Niente più Daredevil, Iron Fist, Luke Cage, Defenders o The Punisher. E anche niente più Jessica Jones. [SPOILER ALERT] L’amaro in bocca c’è, è innegabile, ma forse non così tanto. Sì, perché in realtà la terza stagione di Jessica Jones non convince proprio. Anzi…! I tredici episodi si rivelano in realtà lenti, statici, prevedibili e caratterizzati da un generale senso di già visto. Non si sente alcun brivido di vita. Jessica (Krysten Ritter) è alquanto sbiadita e passa il suo tempo a correre dietro agli altri, a “risolvere” i problemi causati dagli altri, ma senza prendere alcuna iniziativa, come trascinata dalla marea. La sua amica/sorella Trish (Rachael Taylor), nel suo tentativo di diventare un’eroina per aiutare gli altri, per restituire quanto ha avuto nella vita e, in fondo, per emulare/aiutare Jessica, non attira simpatie, ma anzi antipatie, apparendo sempre come una ex star bambina viziata. Neanche la sua degenerazione la eleva allo status di grande villain, con tutto il fascino che questa carica si porta dietro (sì, perché se un cattivo è fatto bene, noi lo amiamo, ammettiamolo). A proposito di villain, neanche questo Salinger (Jeremy Bobb) conquista perché non gli viene dedicato lo spazio necessario e rimane in realtà una minaccia che aleggia sulla serie ma che non si materializza veramente. Le uniche vicende che riducono un po’ l’apatia generale dello spettatore sono forse la malattia dell’avvocatessa Jeryn (Carrie-Ann Moss) e la morte di Dorothy (Rebecca De Mornay), mamma di Trish. Infine, non convince neanche l’ultima scena dell’ultimo episodio, in cui pochi secondi dopo la comparsa di una sorta di filtro viola si sente la voce di Kilgrave (David Tennant). Non convince perché innanzitutto la serie è finita, si sapeva che sarebbe finita, e per vincoli di contratto non c’è la possibilità di recuperare questa trama, queste vicende, questi attori, ecc in un improbabile reboot Disney+. Ancora, è il (disperato) recupero di un villain come si deve, ma passato e con la propria vicenda conclusa, a dover fornire materia prima per un colpo di scena che non si è visto in 13 episodi? Certo, non siamo ai livelli di delusione dell’ultima stagione di Game of Thrones, ma quasi. Addio Jessica. Link alla foto: https://lrmonline.com/news/jessica-jones-season-3-review-is-it-worth-watching-spoiler-free/
Toy Story 4: l'anteprima italiana
Giugno 22
È avvenuta il 18 giugno scorso l’anteprima italiana di uno dei cartoni animati targati Disney Pixar che ha segnato un’intera generazione e che, a quanto pare, continuerà a segnarne altre per molto altro tempo. Stiamo parlando di Toy Story 4: la rinomata storia dei personaggi del mondo dei giocattoli che con coraggio e simpatia si imbattono in imprese sempre più ardue e ricche di significato per salvaguardare l’affetto per i propri bambini, imprese che arrivano al cuore di grandi e piccoli. Un mondo dove la cattiveria lascia spazio alla bontà e l’amore diviene il centro di ogni cosa. Tra i personaggi che hanno calcato il Red Carpet, la mancanza che maggiormente si è fatta sentire è stata quella di Fabrizio Frizzi. Lui che per anni ha doppiato la voce del cowboy Woody e che purtroppo ci ha lasciati davvero troppo presto. Ma era come se Fabrizio fosse lì, in quella sala gremita di persone, che, con un gesto quasi automatico, gli dedica un fragoroso applauso dopo la performance di un emozionato Riccardo Cocciante in Un amico in me, storica colonna sonora del film. Tanti complimenti per il nuovo doppiaggio di Woody, sono arrivati per Angelo Maggi, una persona di una immensa cordialità e disponibilità che, detto sinceramente, si è mostrata degna sostituta. All’interno della pellicola una “new entry” che immediatamente si è guadagnata il rispetto e soprattutto l’affetto del pubblico: Forky, (doppiata da un meraviglioso Luca Laurenti), una forchetta creata con degli avanzi di oggetti presi dalla spazzatura, dai modi un po' maldestri e convinta che il suo posto nel mondo sia solo quello della spazzatura. Di grande insegnamento è stato il discorso tenuto dallo stesso Laurenti nella presentazione della prima visione: molte volte un niente, come lo può essere Forky, si trasforma in qualcosa di un’importanza enorme. L’amore non dipende dal prezzo o dalla qualità, dipende dal significato che quell’oggetto ha per noi, e Forky è proprio questo, un oggetto creato dal nulla che diventerà prezioso come niente lo era mai stato. Molti sono stati gli ospiti: Serena Autieri, Tess Masazza, Rosa Perrotta con il suo grande pancione, Benji e Fede, Laura Cremaschi, Caterina Balivo, Martina Corradetti e molti altri. Insomma, una serata piena di emozioni e ricordi che siam tutti pronti a rivivere a patire dal 26 Giugno nelle sale e che ci auguriamo riesca a trasmettere quello che di più bello c’è nel bambino che ognuno di noi si porta sempre dietro: il vero valore dell’amicizia.Foto di: Camilla Greco
Restiamo Amici: dal 4 luglio al cinema!
Giugno 20
Esce nelle sale italiane giovedì 4 luglio il film firmato dal regista Antonio Grimaldi Restiamo Amici, con un cast di grande spessore: Alessandro Roja e Michele Riondino, con accanto altri nomi noti ed emergenti del cinema italiano, tra cui la giovane e bella attrice in grande ascesa nel panorama cinematografico nazionale, Desirèe Popper, e di seguito: Violante Placido, Mirko Trovato, Ivano Marescotti, Sveva Alviti, Camilla Martini, Lidia Vitale. Alessandro (interpretato da Michele Riondino) è un giovane vedovo con un figlio a carico che improvvisamente riceve la chiamata di un suo vecchio amico Gigi (interpretato da Alessandro Roja). Prima di morire c’è un favore che Gigi chiede ad Alessandro: per ereditare i tre milioni di euro lasciati da suo padre deve per forza intestarli al figlio di Alessandro, non avendo lui stesso nessun tipo di erede e prendendo quindi suo figlio letteralmente “in prestito”. In cambio della gentilezza dell’amico, Alessandro avrebbe ricevuto una parte di eredità come ricompensa. Inizialmente pensata come una commedia leggera sull’amicizia maschile, in realtà nasconde un romanzo di bamboccioni: un padre che sicuramente possiede meno maturità rispetto al figlio, il classico clichè del marito infedele, un film dove prevedere il finale risulterà abbastanza intuitivo. Ma il problema che preoccupa principalmente è la sciatteria con cui sono dipinti i personaggi femminili: mantenute, incapaci di avere una sana relazione con un uomo, isteriche. Un film che, a detta di molti, già si prospetta un’idea che, per quanto in alcune scene surreale, può portare a casa buoni risultati. Insomma, non resta che aspettare l’uscita nelle sale e sperare che stupisca anche i più scettici!Foto di: Camilla Greco
Murder Mystery: dov'è il pathos?
Giugno 17
Nell’attesa della desideratissima ma per ora improbabile reunion di Friends, possiamo vedere la bella Jennifer Aniston nel nuovo film Netflix, Murder Mystery. Si tratta di un giallo in versione comica o di una commedia a tinte gialle, come preferite, in cui la ex-Rachel è affiancata da Adam Sandler. I due interpretano marito e moglie che, dopo quindici anni di un monotono matrimonio, si trovano per caso a viaggiare per l’Europa su uno yatch abitato da veri ricconi, ma soprattutto si vedono accusati di vari omicidi. Tra improbabili coincidenze, gaffes e pericolose incomprensioni dovranno essi stessi risolvere il caso, pur di scagionarsi. A dirla così, non sembra male. In realtà, però, il film appare estremamente piatto. Non è la solita commedia volgarotta-demenziale con Adam Sandler, versione americana dei nostri Boldi-De Sica, e questo è già un vantaggio. Tuttavia la risoluzione della trama è estremamente sbrigativa, c’è poco pathos nella vicenda e la comicità non è di alto livello. L’impressione è che sia tutto troppo controllato e che le potenzialità e l’indole di tutti gli attori, protagonisti in primis, siano soffocate. Non hai vinto, ritenta! Link alla foto: https://www.youtube.com/watch?v=hu1Y7sGg-M0
“Pitti Uomo 96”
Giugno 15
Si è concluso ieri il salone fiorentino del menswear più famoso e atteso degli ultimi anni: Pitti Uomo 96. Come ogni anno la kermesse è ricca di personaggi di ogni genere e gentlemen da tutto il mondo, che, per l’occasione, si riuniscono nella location in Fortezza da Basso nella città di Firenze. La manifestazione, iniziata l’11 Giugno, ha visto passare in città una quantità infinita di mise, che, stravaganti o meno, hanno fatto parlare di sé. La parola d’ordine? RIFLETTORI. Esatto, perchè tutti, da ospiti del mondo dello spettacolo e del cinema a influencer, hanno come unico scopo quello di essere paparazzati dal fotografo di turno che, diciamoci la verità, trova pane per i suoi denti. Giacche con stampe a righe, camicie in seta, occhiali tartarugati, colori al limite del sobrio e cappelli da gondoliere, ne hanno fatto da padrone, e non venitemi a dire che per un uomo è difficile avere tante cose nel proprio armadio perché questa teoria è stata totalmente respinta! Pitti Uomo è da sempre stata considerata universalmente come la fiera dell’eleganza maschile ed è proprio questo il mood che si segue a tutti i costi, spesso con abbinamenti eccentrici, altre volte con look centratissimi e “must-have”. Molti erano i brand ospiti all’interno della Fortezza, con capi sempre giusti e per le occasioni giuste. Interi padiglioni e negozi dedicati alla moda uomo del momento: American Vintage, Best Company, Bikkembergs, Spektre, Borsalino, Fila e tanti altri, che esibivano le anteprime delle loro nuove collezioni al pubblico. Tutto era al suo posto: ogni spazio curato nel minimo dettaglio, il personale cordiale e attento, insomma, dall’esterno all’interno si respirava l’aria incontenibile della passerella. Ora non ci resta che attendere e cercare di carpire quali potranno mai essere le tendenze che accompagneranno la prossima edizione, con l’augurio che si vada sempre migliorando. Le foto all'interno dell'articolo sono state scattate dall'autrice Camilla Greco.
André Gide… à Naples
Giugno 14
Giovedì 20 giugno 2019 alle ore 18 presso l'Institut Français di Napoli (Palazzo Grenoble, via Crispi, 86) si terrà l'evento André Gide... à Naples. L'incontro sarà incentrato sulla presentazione, in anteprima internazionale, di un originale volume della prof. Carmen Saggiomo, dedicato al celebre autore. Si tratta di un unicum: il testo manoscritto, in copia anastatica, tradotto e commentato, dell'ultima conferenza pubblica del celebre scrittore André Gide, svoltasi a Napoli, proprio presso l'Istituto francese, il 24 giugno 1950. Un omaggio del Premio Nobel francese al capoluogo partenopeo, all'amata Italia, ma, soprattutto, secondo gli studiosi gidiani, una sorta di 'testamento spirituale' dell'autore, una riflessione di ampio respiro caratterizzata dalla profondità e dallo spessore culturale che anima lo scrivere di Gide, con particolari e attualissimi riferimenti al concetto di Europa.   L'evento si inserisce nelle celebrazioni internazionali per i centocinquanta anni dalla nascita dello scrittore e rappresenta uno dei momenti più attesi del programma di festeggiamenti per il centenario dell'Istituto francese a Napoli. Del resto l'iniziativa è stata fortemente voluta dal Console generale di Francia a Napoli Laurent Burin des Roziers, su proposta della S.I.DE.F. Società italiana dei francesisti, storico sodalizio fondato a Napoli cinquanta anni fa, che ha incoraggiato la pubblicazione del volume, in collaborazione con i principali sodalizi internazionali gidiani, ossia la Fondation Catherine Gide, l'Association d'Amis des André Gide, il C.E.G. Centre d'Études Gidiennes, e con l'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli.   All'incontro interverrà l'autrice, rinomata studiosa gidiana, ricercatore di Lingua e Traduzione francese presso l'Università della Campania, membro del C.E.G. e Socia della S.I.DE.F. Ad affiancare la professoressa Saggiomo ci saranno il Console di Francia a Napoli, il Segretario generale della S.I.DE.F. Aldo Antonio Cobianchi, organizzatore dell'evento, e il Presidente del Centro di Simbolica Giuridica dell'Università degli Studi di Pavia Giulio Maria Chiodi, professore ordinario di Filosofia del Diritto e della Politica presso Università degli Studi dell'Insubria.   Il volume suddetto, che si avvale della prefazione del professore emerito dell'Università di Nantes Pierre Masson, considerato il più autorevole esperto gidiano nel mondo, è stato realizzato in copie limitate e in edizione di pregio da AdHoc Cultura - società editoriale che si occupa di numerose pubblicazioni dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana Giovanni Treccani - corredato da un'immagine tratta dall'opera creata per l'occasione da Carla Castaldo, intitolata Reconaissance ad André Gide, che sarà esposta per la prima volta, alla presenza della celebre artista.   Info: 335 6252230; coala28@yahoo.it Titolo: André Gide... à Naples. Tipologia: evento culturale e presentazione di un saggio con testo dello scrittore francese. Data e orario: 20/06/2019 - ore 18.00. Luogo: Institut français Napoli – via Crispi, 86 (Palazzo Grenoble) Napoli. Ingresso: libero e gratuito, fino a esaurimento posti. Info: 335 6252230 coala28@yahoo.it   Sarà disponibile un servizio bus gratuito da Caserta (partenza alle ore 16 davanti alla Chiesa del Buon Pastore per 50 persone. Per info: 3298355387 (Carmen Conte)Link alla foto: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/08/28/news/andre_gide_in_un_diario_del_1950_il_suo_viaggio_in_campania-146788541/
It's Bruno: quando l'amore per i cani supera il limite...!
Giugno 10
Il cane, da sempre considerato il migliore amico dell’uomo. L’uomo, però, è un buon amico per il cane? Molti di voi avranno sicuramente un amico o un conoscente che ricopre d’amore il proprio cane e dedica all’amico peloso cure, attenzioni, tempo e fatica. Talvolta un po’ troppo, magari, come chi gli organizza anche le feste (si, cercate sul web e troverete che esistono un’infinità di servizi di questo tipo che organizzano il perfetto tea party canini). Ma si sa, l’amore non sente ragione e perciò ben venga ricopre di amore il proprio cagnolino, che – ahimè – ha una vita più decisamente breve di quella umana. Tuttavia, nel farlo si potrebbe risultare bizzarri e alquanto buffi. Ed è proprio ciò che succede a Malcolm in It’s Bruno!, nuova serie aggiunta al catalogo Netflix lo scorso 17 maggio. Prodotta, ideata, diretta e interpretata dal rapper Solvan “Slick” Naim, la serie mostra le peripezie che il giovane Malcolm e il suo fedele compagno canino Bruno si trovano a vivere quasi quotidianamente nella zona di Bushwick, Brooklyn: dalla ricerca della pappa perfetta alla competizione con un vicino, dalla caccia al “criminale” che non raccoglie la pupù del suo amico a quattro zampe alla love story con una rapitrice di cani. Tutte queste avventure sono intraprese dal Malcolm una serietà tale da risultare buffa, così come lo sono tutti gli strambi personaggi che lo circondano. Si tratta quindi di una divertentissima serie dell’assurdo ed è consigliatissima la maratona, che tra l’altro vi richiederà circa un paio d’ore, dato che solo l’ultimo degli otto episodi di questa prima stagione raggiunge i 20 minuti di durata. Link alla foto: https://www.netflix.com/title/80999455
X-Men - Dark Phoenix: bocciato!
Giugno 09
È la fine di un’era. L’era degli X-Men che abbiamo tanto amato negli ultimi vent’anni circa. Li ritroveremo, trasformati si presume, perché la Fox è stata acquistata dalla Disney, con tutti i diritti di questi personaggi che si riuniranno ai colleghi fumettistici nel Marvel Cinematic Universe.[SPOILER ALERT: se avete visto il film, avete notato che i poliziotti nella scena del treno avevano scritto MCU sulla spalla? MCU come Marvel Cinematic Universe. Coincidenze?] Ora però dobbiamo salutarli per un po’ e lo facciamo con un ultimo film, ahimè, deludente. X-Men – Dark Phoenix, infatti, non soddisfa le altissime aspettative che la narrazione della storia di Jean Grey (Sophie Turner), una tra i mutanti più amati e più potenti, porta sempre con sé. Bisogna in realtà dire che la prima parte del film, l’antefatto in cui si narra delle origini di questa supereroina e del suo ingresso nella casa/scuola del Professor X (James McAvoy), è estremamente ben fatta e calca molto la mano sul lato emotivo, suscitando una forte reazione nello spettatore. Tuttavia un film di supereroi è sostanzialmente un film d’azione. Nella seconda parte di azione ce n’è poca, ma soprattutto è strutturata male a causa di una debolezza di trama. Jean, durante una missione nello spazio, viene travolta da un’energia misteriosa – che poi si scopre essere l’entità cosmica nota come Fenice – e, tornata sulla Terra, si scopre incredibilmente più forte ma anche tremendamente instabile. Presa dal panico, dopo aver distrutto un po’ di cose e ferito persone a lei vicine, lascia la scuola degli X-Men e finisce nelle mani degli alieni D’Bari intenzionati a sfruttare la Fenice per conquistare l’universo. Il tutto però avviene in modo così rapido e senza profondità che delude: basti pensare che Jean si fida cecamente di questi alieni senza neanche chiedere nulla sul loro conto. Ancora, si percepiscono delle fratture all’interno degli X-Men, ma queste sono allo stesso modo abbozzate e non ben delineate come dovrebbero. Gli effetti speciali almeno ci sono, ma non bastano quelli a rendere realmente bella una pellicola. Un triste addio agli X-Men. Cala il sipario. Link alla foto: https://www.express.co.uk/entertainment/films/1137312/X-Men-Dark-Phoenix-end-credits-scene-is-there-post-credits-after-scene
Black Mirror: la quinta stagione ha snaturato la serie!
Giugno 08
Ebbene sì, è uscita su Netflix la quinta stagione di Black Mirror, la serie britannica più ansiogena e rivelatrice di sempre. La serie è infatti nota per la sua capacità di sconvolgere il pubblico, mettendolo di fronte alla dura realtà in modo diretto e implacabile. L’idea di fondo è quella di rivelare l’immane pericolosità insita nella tecnologia, di cui ormai siamo schiavi. Tale messaggio è veicolato in modo diverso nei vari episodi, che non presentano, infatti, sostanziali legami di trama, ma solo sottili richiami – avete notato che c’è quasi sempre un ospedale chiamato San Jupitero? Ecco che ora possiamo guardare la quinta stagione, fatta di tre episodi proprio come le prime due stagioni (solo la terza e la quarta erano formate da sei episodi). Il primo episodio, Striking Vipers, è incentrato sulla relazione instauratasi tra gli avatar di due vecchi amici, la quale scatena dubbi, perplessità e malessere nei due uomini, interpretati da Anthony Mackie (il Falcon amico di Captain America) e Yahya Abdul-Mateen II (Aquaman). Smithereens, il secondo, narra del rapimento ai danni di uno stagista di una società di social network operato da un tassista che si sente responsabile per la morte della promessa sposa avvenuta in un incidente d’auto. Infine, il terzo, Rachel, Jack and Ashley Too, mostra i dolorosi retroscena della vita di una famosa pop star interpretata da Miley Cyrus, che verrà aiutata da una fan, dalla sorella di questa e da una bambola robotica. A dirla così, i tre episodi sembrano alquanto interessanti e promettenti. In realtà è tutto dovuto alla fama che Black Mirror si è conquistata con le precedenti stagioni, in quanto questa nuova serie è la peggiore di sempre. Le uniche note positive infatti sono la magistrale interpretazione di Andrew Scott (Sherlock), nel ruolo del rapitore nel secondo episodio, e di Miley Cyrus, che interpreta la pop star dalla vita difficile – un po’ come nella realtà, no? I tre episodi, infatti, sono superficiali e piatti, non approfondiscono quanto dovuto le importanti tematiche che abbozzano e, a dirla tutta, non presentano il senso di minaccia e ansia tipico di Black Mirror. Sembra di vedere tutta un'altra serie, e neanche delle migliori. Che sia la fine di un’era? Link alla foto: https://www.mangaforever.net/590593/black-mirror-stagione-5-recensione
Alessandra Pepe: una cantante con lo Swing.
Giugno 08
  Il mondo della musica è sempre stato attraversato da giovani talenti che non sempre sono riusciti a farsi apprezzare dal grande pubblico. Oggi invece, con le tecnologie che corrono su web, è più facile per un cantante far ascoltare, sui social, le proprie esibizioni e sperare in innumerevoli condivisioni. Grazie ad una di queste condivisioni ho potuto ascoltare il singolo “Donna in ogni senso”, dalla voce di una giovane cantante emergente: Alessandra Pepe.    In un’epoca in cui i cantanti, molto spesso, arrivano al successo o grazie ai videoclip ammiccanti, o alla furbesca tattica di attrarre il pubblico con brani commerciali, che durano il tempo che trovano, fa piacere ascoltare chi non segue questa corrente, ma canta la sua anima affidando le proprie corde vocali allo Swing, travolgente ritmo di derivazione jazzistica. Quella di Alessandra è una voce limpida e cristallina che lei mostra di saper modulare perfettamente con un brano per niente banale. Abbiamo incontrato Alessandra per darle modo di presentarsi al pubblico di Mygeneration:   - Ciao Alessandra, ti puoi presentare ai nostri lettori? Sono nata e vivo a Napoli. Il mio percorso musicale inizia all’età di 12 anni, quando ho incominciato ad intraprendere gli studi di pianoforte fino ad arrivare al diploma. Attualmente studio per completare un discorso iniziato qualche anno fa, ma contemporaneamente in me è nata anche la passione per il canto. Sono partita dal canto lirico fino ad arrivare oggi al canto moderno.    - Quanto è stato importante raggiungere la propria identità musicale? È un traguardo fondamentale per ogni artista. È un percorso che comincia pian piano fino ad arrivare al proprio mondo. Si arriva ad un punto in cui dici: “Questa sono io e voglio fare questo”.   - Sul tuo percorso hai trovato difficoltà? Sì, di vario genere, soprattutto quando si è costretti a fare qualcosa in cui non ti riconosci, tuttavia ho sempre dato il massimo in tutto ciò che ho fatto.   - Che genere di musica proponi? Sono arrivata allo Swing spaziando attraverso vari generi musicali, dalla lirica al musical, un genere che adoro, infatti ho fatto uno stage con importanti artisti che hanno partecipato al “Notre Dame de Paris”.   - Ci parli del tuo singolo? È uscito a fine aprile, si chiama “Donna in ogni senso” ed è stato un lavoro molto voluto e molto lavorato, ma che sta dando tante soddisfazioni. Un lavoro che è stato gratificato con il premio della critica al Talent- Contest “EmozionArt”   - Quali sono i tuoi programmi futuri? Sicuramente penso di scrivere altri brani, nel frattempo continuo il mio percorso musicale esibendomi in vari locali, il 13 giugno sarò a “La Perla”, ma può capitare anche di sentirmi cantare in qualche chiesa, in occasione di un matrimonio, “L’Ave Maria”.   La foto di Alessandra è stata presa dal suo profilo Facebook
Good Omens: satira e Sacre Scritture!
Giugno 06
Una settimana fa, Amazon Prime ha rilasciato i sei episodi che costituiscono la prima (ed unica, purtroppo) stagione di Good Omens, tratta dal romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman del 1990 Good Omens: The Nice and Accurate Prophecies of Agnes Nutter, Witch (tradotto in italiano come Buona Apocalisse a tutti!). La trama risulterà abbastanza ovvia: si parla di angeli e demoni, dell’Apocalisse e dell’anticristo. Nel dettaglio, i due protagonisti sono l’angelo Azraphel (Michael Sheen) e il demone Crowley (David Tennant), i quali, stabilitisi sulla Terra fin dai tempi di Adamo ed Eva e abituati allo stile di vita terrestre, tentano di scongiurare l’Apocalisse collaborando tra loro. Si tratta di una serie estremamente sarcastica e dotata di un umorismo fine e sottile, ma decisamente forte come è tipico degli inglesi. La fedeltà al testo narrativo è pressoché totale e voluta da Gaiman, sceneggiatore, come omaggio al collega Pratchett, scomparso nel 2015. Abbiamo dunque preservata quella che potremmo definire l’interpretazione parodica e sarcastica delle Sacre Scritture: se il maestoso e terrificante Cerbero diventa un cane di piccola taglia, il Paradiso e l’Inferno ci appaiono come i regni rispettivamente della luce e delle tenebre, ma i relativi abitanti, angeli e demoni, al di là dell’aspetto fisico, non differiscono molto. Sono infatti tutti ossessionati dal potere, reale obiettivo del sarcasmo autoriale. Tuttavia, è soprattutto la perfetta e fenomenale interpretazione dei due attori principali contribuisce a rendere Good Omens una serie eccezionale. Le scene in cui i protagonisti sono assenti appaiono, infatti, meno effervescenti, ma comunque gradevolissime. Tra il piccolo anticristo Adam e i suoi amici, i due cacciatori di streghe, le suore sataniste (!) e il buffissimo arcangelo Gabriele interpretato da Jon Hamm ce n’è un po’ per tutti i gusti. Sono però Michael Sheen (Masters of Sex) e David Tennant (Doctor Who, Jessica Jones) a catturare l’attenzione e il cuore degli spettatori: il primo col suo Azraphel tanto impostato fisicamente quanto espressivo a livello facciale, il secondo con un Crowley subdolo e sinuoso, ma anche profondo e – perché no? – dolce, in fondo. Molto in fondo, ovviamente. Lato negativo? Troppo breve. Lato positivo? Rewatch assicurato! Link alle foto: https://www.dituttounpop.it/recensione-good-omens-serie-tv-amazon-david-tennant-stagione-1/ https://www.vanityfair.it/show/tv/2019/06/04/good-omens-serie-tv-amazon-prime-video
Piazza Mercato: dalla rivoluzione di Masaniello all’attacco poetico “SegninVersi”
Giugno 02
Piazza Mercato è stata scelta, a buon diritto, come una delle sedi per le manifestazioni del XXV maggio dei monumenti, dedicato quest'anno a Gaetano Filangieri, ispiratore della costituzione americana, e al secolo dei lumi.     Già con Carlo d’Angiò l’allora Campo del Moricino divenne un grande spazio riservato al commercio e fece da volano allo sviluppo urbanistico della fascia costiera. Dal 1268 fino al 1800 fu anche lo spazio riservato alle esecuzioni capitali, la prima delle quali fu quella di Corradino di Svevia e l’ultima quella di Luisa Sanfelice. Ma la piazza è soprattutto legata alla figura di Masaniello che lì iniziò e concluese la sua parabola di rivoltoso, per cui quel luogo mantenne nel corso dei secoli un fascino particolare.   Un fascino storico che purtroppo non fermò i bombardamenti alleati della II guerra mondiale che produssero alla piazza gravi danni, a cui poi si cercò di rimediare con la ricostruzione, basata purtroppo più su esigenze speculative che su quelle architettoniche. Gli ultimi decenni hanno visto la presentazione di molti progetti volti a riqualificare Piazza Mercato, ma non sono mai andati in porto. Finalmente adesso, speriamo non per lungo tempo, si sta provvedendo al rifacimento della pavimentazione, della rete fognaria e dell'illuminazione.   E se le istituzioni hanno pensato al panem, ai circenses hanno pensato le associazioni del territorio che il 26 maggio avevano programmato di ridare colore e anima ad uno dei luoghi-simbolo di Napoli. Quel giorno eravamo tutti in piazza, ma la pioggia non ha permesso lo svolgimento dei vari eventi che sono stati rinviati al 9 giugno. Infatti l'Associazione culturale no profit “Poesie metropolitane” e il Consorzio “Antiche Botteghe Tessili”, Napoli, Sii Turista della tua città, NAcosa (un progetto di arte contemporanea) e ArteRunning presenteranno, con il patrocinio del Comune di Napoli, vari progetti per ridare la magia, attraverso interventi poetici e disegni artistici, interventi musicali, teatrali e tanto altro ancora, ad un luogo pregno di tanta storia. Sotto una pioggia scrosciante abbiamo rivolto qualche domanda a Rosa Mancini, presidente di Poesie Metroplitane e a Valentina Guerra, cofondatrice del collettivo artistico NaCosa:   - L’arte, la poesia e la creatività, interagendo tra loro possono migliorare la società? Rosa Mancini: Sì. Assolutamente sì. L’arte in generale è un mezzo per migliorare la società, tante volte si urla per cambiare le cose, invece l’arte riesce, in senso positivo, a portare nuova luce e speranza in questo territorio e in questa società così frammentata. - L’evento odierno, slittato al 9 giugno, è un primo passo verso questa direzione? Vi siete già impegnati per altre manifestazioni del genere? Rosa Mancini: Il nostro intento è quello di creare un collettivo artistico per riqualificare altre zone di Napoli attraverso la poesia, l’arte, il teatro e la musica. Le istituzioni vi hanno supportato? - Come si possono mantenere i riflettori accesi su Piazza Mercato? Rosa Mancini: Ci hanno supportato solo moralmente. Questa iniziativa è tutta autofinanziata. Ci muoviamo grazie ad una raccolta fondi con una produzione dal basso. Ci aiuta molto la comunità. Rosa Mancini: Creando costantemente e ciclicamente degli eventi per riportare la piazza alla bellezza di un tempo. Non bisogna assolutamente fermarsi qui.   - Nel corso degli anni quali sono stati i cambiamenti che più hanno inciso sul declino di Piazza Mercato? Valentina Guerra: Sicuramente i lavori interminabili, spesso interrotti per problemi burocratici e che certamente non aiutano i commercianti della zona.  - Il declino commerciale è associato a quello sociale? Valentina Guerra: Sono parecchio legati, c’è un effetto domino perché se non si aiuta l’uno non si aiuta neanche l’altro. Noi speriamo con questo tentativo di riqualificare la piazza, con la partecipazione di tante associazioni di dare una mano in primis ai commercianti e poi alle persone che abitano questa zona da anni. - Molti sostengono che Palazzo Ottieri sia un pugno in faccia alla storia architettonica della piazza. Andrebbe abbattuto? Valentina Guerra: Secondo me bisogna innanzitutto preoccuparsi di portare a termine i lavori nella piazza e poi si può pensare a tutto il resto, poiché solo ripartendo da questo punto centrale si può pensare di intervenire su altre cose.    La foto di copertina è stata presa al seguente link:https://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_del_Mercato_(Napoli)#/media/File:Piazza_mercato.jpg    
"Giù il velo dai pregiudizi": conferenza sulla donna islamica all'Istituto "Palasciano"
Maggio 30
Nei giorni scorsi si è tenuta, presso l'I.C. 72° "F. Palasciano" in via Padula di Napoli, la conferenza dal titolo "Giù il velo dai pregiudizi". L'evento, fortemente voluto dalla Dirigente scolastica dell'Istituto nonché moderatrice della conferenza, Maria Luisa Salvia e dalla docente Piera Gatti, organizzatrice e ideatrice della giornata di studio, ha visto la partecipazione di studiosi del settore tra cui la Dirigente Scolastica della scuola secondaria di I grado "F. Solimena" di Avellino, Amalia Carbone, il Consigliere alle Pari Opportunità della Regione Campania, Domenica Maria Lomazzo, del Presidente della IX Municipalità, Lorenzo Giannelavigna, il Vicepresidente della IX° Municipalità alle Attività Scolastiche, Marco Lanzaro e la docente della scuola "F. Solimena" di Avellino, Lucia Savelli.     Durante la conferenza sono emerse una pluralità di posizioni circa il femminismo islamico e si è partiti, ricollegandosi al titolo della conferenza, proprio dai pregiudizi, talvolta esacerbati, legati alla donna islamica, da sempre associata ad un lungo velo nero. Ma questo è solo uno dei mille volti dell'Islam. Nel mondo islamico i movimenti delle donne hanno infatti una storia lunga oltre un secolo. Nel corso del convegno, la docente Lucia Savelli ha mostrato il lavoro realizzato dalla propria alunna Martina P. della sua scuola. L'alunna è stata personalmente ringraziata da Malala Yousafzai e dal Malala Found per la sensibilità dimostrata in una lettera scritta in merito a questa tematica. La giornata di studio ha voluto approfondire un argomento di sovente sottovalutato, sminuito, quello della femminilità della donna musulmana, vista, erroneamente, solo negli aspetti estremi e negativi, mai realmente compresa. L'obiettivo del convegno è stato pertanto quello di portare a conoscenza, attraverso i contributi dei relatori nonchè di testimonianze-video, un Islam fatto di donne che difendono ogni giorno il loro diritto alla femminilità. La giornata si è conclusa sugli stereotipi di genere nonchè sui pregiudizi su uomo e donna, pregiudizi esistenti ancora in molti paesi. La Dirigente dell'Istituto 72° Palasciano, Maria Luisa Salvia, chiude la sessione sostenendo "che è importante eliminare il pregiudizio, disporsi alla tolleranza, alla condivisione e allo scambio in una reale società multiculturale".

Jessica Jones 3: il declino e poi l'addio...

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