Il “BLACKOUT” dei Thelegati raccontato per MYGENERATION

I Thelegati sono un giovanissimo gruppo blues-rock nato nella provincia napoletana da un’idea d...

Non solo "My generation": Generazioni a confronto - I^ Parte

La società, che possiamo ritenere un organismo vivente, nel corso delle epoche si è evoluta lent...

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Che la città di Napoli fosse un fermento di arte e cultura è cosa già nota a tutti, ma ieri sera si ...

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Il “BLACKOUT” dei Thelegati raccontato per MYGENERATION
Dicembre 06
I Thelegati sono un giovanissimo gruppo blues-rock nato nella provincia napoletana da un’idea di Danilo “Cefrone” Di Fiore, Stefano “Pelo” Pelosi, Rosario “Ciuppo” Morelli e Ciro “La Bionda” D’Ambrosio.I quattro “CIALTRONI DEL BLUES” (così definiti in una delle loro primissime esibizioni) presero forma nel 2013, quando un amico, in riferimento al loro modo poco elegante di suonare, disse “SIETE TUTTI LEGATI!”. Da allora, però, oltre al nuovo nome, capirono anche che il Blues è la strada da percorrere ed il Rock n’Roll la loro anima, riuscendo così ad esprimere il loro linguaggio tramite il dialetto napoletano, arricchendo il modo di fare musica con una forte connotazione personale. Dopo i loro primi live, grazie ad esibizioni molto coinvolgenti, raggiungono in breve tempo notorietà nell’hinterland vesuviano, riscuotendo, già durante il primo anno di attività, gradimento e seguito da parte del pubblico.   A.V.V.: Vi seguiamo da tempo, e devo dire che siete cresciuti molto... cos'è cambiato nel vostro modo di fare musica? Thelegati: Per quanto riguarda il nostro cambiamento musicale, possiamo dire che abbiamo intrapreso una strada differente da quando, da quartetto rock ‘n roll/blues (con tastiera /piano), siamo diventati un power trio. L’approccio alla scrittura musicale è in buona parte cambiato, ora ricerchiamo sonorità più rock ed a volte arriviamo a toccare anche lo stoner, senza però mai dimenticare le nostre origini! Diciamo che l’occhio al blues lo “strizziamo” sempre. Anche i testi hanno avuto dei cambiamenti sostanziali. Abbiamo infatti sentito l’esigenza di affrontare le nostre paure con più sincerità e in maniera più attenta e matura…   A.V.V.: Si sente molto Hoochie Coochie Man nel vostro blues, chi vi ha ispirato a fare musica? Ed ora a chi vi accostate? Thelegati: Sì, Muddy Waters ovviamente è stato uno dei padri del blues che ci ha ispirato tanto. Quando iniziammo a suonare insieme la cosa che desideravamo di più era una sala prove, una bottiglia di whisky e tre accordi su cui improvvisare. Inizialmente era più il blues di Chigago, con lo shuffle, la base portante. Se parliamo di blues, gli ascolti ed i riferimenti sono sicuramente cambiati, preferiamo il blues più crudo e scarno.  Però, non abbiamo un unico genere o artista di riferimento, cerchiamo solo di raccogliere tutti i nostri ascolti personali e miscelarli. Ascolti che spaziano molto nel panorama alternative rock americano ed inglese, sia del passato che del presente. Tutto questo poi lo arricchiamo con il napoletano e le sue diverse sfumature culturali, che viviamo ogni giorno nel nostro personale quotidiano.   A.V.V.: Dite che le 4 tracce del nuovo EP vi rappresentano in maniera perfetta, perché? Thelegati: Senza rinnegare il nostro primo lavoro, LACENO LAKE SESSION è stato fatto con una maggiore attenzione a quelli che sono gli aspetti tecnici/produttivi e con una maggiore consapevolezza delle nostre capacità. Restare chiusi tre giorni in una casa con delle persone che ti fanno stare bene, ha contribuito in maniera fondamentale alla riuscita del lavoro finale. Diciamo che rappresento in maniera perfetta quello che siamo adesso, quello che siamo stati in quei giorni di registrazioni, e quello che vorremmo ascoltare da un power trio.   A.V.V.: La vita quotidiana vi da molti input, Cefrone ha raccontato la storia di Blackout, quali sono le vicende dietro gli altri tre brani? Thelegati: Troviamo già abbastanza difficile mettere in un testo cose che realmente ci succedono, figuriamoci ad inventare delle storie....di conseguenza la fonte principale dei nostri brani è proprio quanto viviamo ogni singolo giorno nelle nostre vite. Come Blackout, anche gli altri pezzi seguono questa linea. “JOLLA”, che è seconda traccia dell' Ep, racconta semplicemente,..... come dire..... “la storia ed il rapporto di un fumatore con le jolle” appunto (così ci piace chiamarle). Il  terzo  è ''’A NOTTE'', un brano che parla di chi ama vivere la notte e di chi la considera un posto unico. La notte, nel testo della canzone, viene considerata una prostituta che accoglie tutti a braccia aperte, ma solo chi non ha voglia di “morire” e chi ha sete di riscatto ne riesce a godere. Quarto ed ultimo brano, ''NUN TORNA ‘O BBENE'', è l’esaltazione del napoletanissimo concetto del “fa bbene e scuordate”. Semplicemente vuole essere uno sfogo personale ed un rimprovero verso tutte quelle persone che danno tutte se stesse per gli altri quando questi sono in difficoltà, e che puntualmente, a parti inverse, se ne fottono.   A.V.V.: Come procedono i lavori? Tra quanto potremmo sentire gli atri pezzi? Thelegati: Al momento in rete potete trovare solo i video del teaser/intervista e del primo brano dell’EP (“Blackout”), ma prestissimo ne uscirà un secondo (“Nun torna ‘o bbene). Di seguito organizzeremo una serata per la presentazione dell’EP fisico insieme al lancio degli altri due video e alla distribuzione digitale su tutte le piattaforme.
Non solo "My generation": Generazioni a confronto - I^ Parte
Dicembre 04
La società, che possiamo ritenere un organismo vivente, nel corso delle epoche si è evoluta lentamente e in una prospettiva di longue durée il salto generazionale non appariva così evidente. Oggi la globalizzazione economica e lo sviluppo tecnologico hanno innestato un cambiamento più rapido, rispetto al passato, tra una generazione ed un'altra. Per capire come è avvenuta questa repentina trasformazione tra le generazioni non possiamo non metterle a confronto e interrogarle su specifici temi sociali ed affettivi: qual è l'eredità che la precedente generazione ha lasciato ai giovani, come e se è cambiato lo scenario italiano rispetto al modello di famiglia tradizionale, quali sono le prospettive future per i giovani. Allo scopo abbiamo intervistato coppie di età differenti e questo è quello che è emerso. Buona lettura! Che ruolo attribuite alla famiglia tradizionale? Che ne pensate delle varie alternative ad essa? Angela (72 anni): La famiglia tradizionale è il primo nucleo della società, attraverso di lei si continua la specie; ma accetto che ci siano alternative a questo modello, specialmente in presenza di bambini, che richiedono solo amore. Walter (74 anni): Certamente la famiglia tradizionale si inserisce nella società più facilmente, ma non sono contrario a forme alternative ad essa. Raffaele (28 anni): Per me la famiglia è composta esclusivamente da due partner eterosessuali ed eventualmente con prole e non concepisco forme alternative. Mara (21 anni): Non sottovaluto l’efficacia della famiglia tradizionale, ma per me anche le alternative sono valide perché dove c’è amore c’è una famiglia. Alessio (37 anni): La famiglia tradizionale è un valore da mantenere anche se la società tende a deviarsi.  Le istituzioni dovrebbero aiutare i giovani a formare una famiglia. Katia (30 anni): I cambiamenti in atto nella società stanno facendo scomparire, per come la conosciamo, la famiglia tradizionale. Sono favorevole alla convivenza ed altre strategie di comunione diverse da quella tradizionale: l’importante è l’amore. Giuliano (30 anni): Tutti i tipi di famiglia meritano gli stessi diritti e lo stesso rispetto. Roberta (27 anni): Il ruolo della famiglia è quello di crescere dei bambini sani e sicuri di sé, capaci di avere a loro volta relazioni stabili con altre persone. È un luogo dove si dà amore incondizionato e si cerca di desiderare il meglio per tutti e non solo per se stessi. Detto questo non trovo che ci siano grandi differenze tra le famiglie tradizionali e quelle di nuova generazione.   Quali sono i vostri valori? A quale non rinuncereste mai? Angela: Onestà, rettitudine, il condividere con gli altri, non solo le esperienze, ma le cose materiali. Cercare di non dare il superfluo, né del tempo, né  delle cose. Walter: Il bene comune è il valore principale, ma purtroppo si rivolge sopratutto alla famiglia anche se cristianamente ci dovrebbe essere apertura anche verso il prossimo. Raffaele e Mara: Onestà, rispetto, fiducia sia con gli altri che con il proprio partner. Alessio: L’onesta, la coerenza e anche la famiglia. Katia: Il rispetto è al primo posto, se si parte da questa base la vita può essere semplificata; credo nella verità, nella famiglia e nell’amore. Giuliano: La libertà, il rispetto e la giustizia. Roberta: I valori a cui non rinuncerei mai sono il rispetto per l’altro e l’amore incondizionato.   In una coppia non fila sempre tutto liscio, ci sono spesso ostacoli da superare, come affrontate questi problemi? Angela: Con il confronto e con pazienza Walter: Con la mia pazienza! Raffaele e Mara: Se vediamo un problema da lontano ne parliamo e ci confrontiamo. Alessio: Col confronto, l’importante è ammettere i propri sbagli: solo così si va avanti. Katia: I problemi si risolvono smantellandoli e analizzandoli uno per volta con il confronto, così si superano tutte le divergenze Giuliano: I problemi si risolvono parlando ed ascoltando per arrivare ad un compromesso. Roberta: In una coppia non si va sempre d’accordo, ma  ogni problema può essere superato se si cerca di risolverlo appena si presenta, evitando che si ingigantisca a causa del tempo e delle incomprensioni.   Esiste ancora il corteggiamento? Se sì, come si svolge? Angela: Walter mi ha fatto uno corteggiamento serrato, dal primo momento mi è stato col fiato sul collo. Walter: Ci fu subito una chiara intesa e la condivisione dei valori rese tutto più facile. Raffaele: Il nostro è stato un corteggiamento fatto di sguardi e di intesa, poiché ambedue eravamo già fidanzati. Mara: Non c’è stato bisogno di corteggiamento. Alessio: Ormai con i social si agevola il corteggiamento perché tutto è più veloce. Katia: Oggi le persone sono cambiate, i giovani si pongono agli occhi degli altri come se non avessero difetti. Prima ci si mostrava per quello che in realtà si era, oggi ci si nasconde dietro ad uno schermo, tutto è diventato più freddo. Giuliano: Del corteggiamento di una volta è rimasta solo la fase iniziale che serve per capire se c’è compatibilità. Roberta: il corteggiamento si è evoluto in seguito ai cambiamenti sociali, oggi i ragazzini si corteggiano sempre più tramite Facebook rispetto che dal vivo.   I ruoli nella vostra relazione di coppia sono alla pari o c’è un alfa dominante? Angela: Spesso lui vuole essere l’alfa dominante e si irrita perché non lo faccio dominare. Walter: I ruoli nella nostra coppia sono alla pari. Raffaele e Mara: Il ruolo di alfa dominante nella nostra coppia si alterna secondo le occasioni. Alessio: Il concetto di alfa dominante è scemato nel concetto di famiglia moderna. Katia: Il nostro rapporto è alla pari, il nostro equilibrio di coppia non permette che ci sia un alfa dominante. Giuliano: L’alfa dominante c’è, ma varia a seconda della situazione per aiutare e guidare l’altro. Roberta: Nella nostra situazione i i nostri ruoli sono simmetrici ed hanno lo stesso valore.   To be continued.....
Una mamma per amica: A Year in the Life, commenti a tutto spoiler
Dicembre 03
Where you leeeead I will follow youuuu anywheeeere nananananaaa…. UNA MAMMA PER AMICA È TORNATO! Sembrava impossibile aspettare, abbiamo contato le ore e i minuti, perfino i secondi! Ora ce l’abbiamo! È trascorsa più di una settimana e siamo sicuri che i fan della serie abbiamo terminato la loro maratona per i quattro nuovi episodi, ma ci teniamo ad avvisare chi vuole continuare che questo articolo è pieno di SPOILER! Lettori avvisati, mezzi salvati. Dunque, in data 25 Novembre 2016 il colosso Netflix ha lasciato i quattro episodi di Gilmore Girls: A year in life, revival della serie che, dal 2000, aveva conquistato tutte le ragazzine, e non solo. L’avevamo lasciata nel 2008, alla sua settima stagione. Questa si era conclusa con una Rory pronta a seguire la campagna presidenziale di Obama, felicemente single – dopo aver rifiutato la proposta di matrimonio di Logan – e una Lorelai tornata finalmente e per sempre tra le braccia del suo Luke. Fin qui tutto ok.Il revival della serie ci porta esattamente a 8 anni dalla conclusione della settima stagione (proprio come nella realtà) e ci mostra un anno di vita delle ragazze Gilmore, condensato in quattro episodi da un’ora e mezza ciascuno, ognuno dei quali le ritrae in una delle stagioni dell’anno. Ed ecco Lorelai (Lauren Graham), che ancora dirige il Dragonfly Inn, con accanto Michel (qui dichiaratamente gay, finalmente), ma senza Sookie, di cui si dice abbia iniziato una non bene identificata attività agricola. In realtà, appare solo per una breve scena, a causa di un’incomprensione dell'attrice - Melissa McCarthy - con l’ideatrice, Amy Sherman-Palladino. Rory (Alexis Bledel), invece, è uno spirito libero, senza una fissa dimora, senza un lavoro fisso e senza un fidanzato fisso. O, meglio, con un ragazzo di cui dimentica il nome e perfino l’esistenza (era Paul? Peter?), e una relazione non ben definita con Logan (Matt Czuchry).Inevitabilmente, le due ragazze Gilmore finiscono per andare in crisi: la frenetica Lorelai sente il peso dell’abitudine, della routine, mentre la metodica Rory non si adatta bene a questa vita incerta e caotica. Di qui lo scatenarsi di tutti gli eventi della serie. Serie che per i primi tre episodi delude da moltissimi punti di vista. Dall’assenza della storica sigla, sostituita da indefinibili schermate col titolo dell’episodio allo stile musical, per non parlare poi della trasformazione di Rory! Da studentessa modello e giovane aspirante giornalista, ragazza a modo e con dei valori che era nella serie originale, qui nel revival ci appare incredibilmente… diciamo superficiale, soprattutto per quanto riguarda la sua vita sessuale. La Rory di un tempo non avrebbe mai trattato in quel modo un fidanzato (quale persona lo avrebbe fatto?) pur se insipido come Parker, giusto? Ah no, Paul! La storyline di Lorelai appare invece convincente: è prevedibile e comprensibile che una donna come lei, che è sempre stata dinamica e desiderosa di vita e avventure, forse fin troppo, in una quotidianità fatta di routine, abitudini e assenza di cambiamenti e ambizione non si trovi a suo agio e possa dare di matto, in un certo senso. Forse Lorelai ha aperto improvvisamente gli occhi sulla sua situazione e ha poi visto accanto a sé un Luke (Scott Patterson) diverso, arrendevole e passivo, come soffocato dalla sua forza. Lorelai vive una crisi e la supera. Rory brancola nel buio e non fa altro che peggiorare le cose, ostinandosi a voler essere ciò che non è (cioè una ragazza superficiale). Da amare con tutto il cuore è Emily, la nonna. La perdita del marito Richard la sconvolge, come è prevedibile, poiché ha provato anche gli spettatori. Tuttavia, dopo i tanti momenti difficili che è costretta ad affrontare – Emily in terapia? Pazzesco! –, ne esce più forte di prima e ,forse, per la prima volta vediamo la vera Emily, senza l’influenza del marito o delle convenzioni sociali, che fa tutto ciò che le pare. Il momento in cui insulta le Figlie della Rivoluzione è molto liberatorio! Attesissimo era anche il ritorno dei fidanzati di Rory. Logan è quello che si vede di più e noi tifavamo per lui (forse chi scrive lo voleva più per sè che per Rory, ma sono dettagli...), però la sua relazione con Rory non può portare da nessuna parte: pur avendo una grande affinità, i due non sono mai totalmente sulla stessa lunghezza d’onda. Dean (Jared Padalecki) si vede per circa tre secondi, alquanto inutili, aggiungeremmo. Quello che più colpisce, pur con i pochi minuti che gli hanno concesso, è stato Jess. Personaggio complesso, reso perfettamente da Milo Ventimiglia, è forse l’unico uomo giusto per Rory. È lui che la capisce al volo, anche a distanza di anni, e le propone l’idea di scrivere un libro.Parliamo del libro. Vedere nero su bianco, tra le mani di Lorelai, un plico intitolato “Gilmore Girls” è stato bellissimo! Ovviamente, oltre ai personaggi principali, A year in the life ripropone tutti i vecchi volti, come Taylor, Kirk, Miss Patty e Babette, Lane e Zach (invecchiatissimo!) ed è stato bello rivedere anche i luoghi storici della serie, come il gazebo in piazza, la casa di Emily, la locanda, ecc. I personaggi nuovi potevano essere introdotti meglio, ma forse sarebbero serviti più episodi. Dunque, i primi tre episodi sono stati deludenti, è vero, sull’ultimo, invece, il parere è di gran lunga migliore (o quasi). Parliamo direttamente del matrimonio tra Luke e Lorelai, perché tanto è ciò che stavamo aspettando da otto anni! Fantastico, il matrimonio del secolo! Totalmente in stile Lorelai, con un pizzico di Luke qua e là. Però Rory poteva anche vestirsi: andare al matrimonio della mamma in pigiama non è così opportuno. E il finale? Attesissimo anche quello, perché già da mesi sapevamo che avrebbe svelato le famose quattro parole con cui la Sherman-Palladino avrebbe voluto concludere la settima stagione.  Bè, quali sono? - Mamma, io sono incinta - , pronunciate da Rory! Sconvolgenti, decisamente, inaspettate, ma forse non molto piacevoli da sentire. Ripetiamo: a noi Rory in questi episodi non è piaciuta e quest’ultima frase non migliora la situazione. Resta comunque un dato di fatto che queste quattro parole non mettono definitivamente la parola fine alla serie. Dobbiamo aspettarci un sequel? Chi vivrà, vedrà. P.S. MISS CELINE È ANCORA VIVA????
La Napoli di Salvatore Fergola a Palazzo Zevallos Stigliano
Dicembre 03
È stata inaugurata ieri, venerdì 2 dicembre, la mostra Fergola. Lo splendore di un Regno a Palazzo Zevallos Stigliano, prima esposizione monografica dedicata a Salvatore Fergola (Napoli 1796-1874), grande protagonista, fino a oggi dimenticato, della pittura vedutista della prima metà dell’Ottocento. La mostra sarà aperta al pubblico a partire da oggi, 3 dicembre 2016, fino al 2 aprile 2017. Amato anche oggi dagli appassionati dell’Ottocento napoletano, Fergola fu avviato all’arte dal padre Luigi, pittore hackertiano. Diventò presto il pittore favorito di Francesco I di Borbone che gli affidò il compito di viaggiare attraverso il Regno delle Due Sicilie per documentare gli eventi ufficiali della Casa Reale. Inaugurazione del Bacino di Raddobbo, 1852 Nelle imponenti opere che sono giunte alla mostra dalla Reggia di Caserta, dal Palazzo Reale di Napoli, dai Musei di Capodimonte e di San Martino e da collezioni private, Salvatore Fergola si rivela uno straordinario illustratore e divulgatore della vita civile della Napoli di quegli anni. Una capitale di grande prestigio in Europa, tappa fondamentale per i viaggiatori di tutto il mondo per la sua ricchezza d’arte e cultura, per la vivacità del suo popolo, per le eccezionali bellezze naturali. Ma la Napoli di quegli anni è anche una metropoli che guarda al futuro e Salvatore Fergola, ultimo pittore di corte e cronista d’eccezione, illustra nelle sue opere tutti gli eventi all’avanguardia, dal varo del primo battello a vapore, alla costruzione dei primi ponti in ferro, fino alla nascita della prima ferrovia italiana. Inaugurazione della ferrovia Napoli-Portici, 1839   L’Inaugurazione della ferrovia Napoli-Portici (1839) del Museo di San Martino documenta appunto la partenza dei Sovrani e dignitari di corte cui assistono vari personaggi borghesi e popolani. La scena è inserita in un’ampia apertura paesistica che dalle ombre del primo piano si illumina gradualmente dell’azzurro chiaro del cielo e del mare. In effetti Fergola fu anche pittore di marine, che espose più volte alle Biennali Borboniche, e di episodi particolari di cronaca come le scene di naufragi dove tonalità cromatiche contrastanti - grigio-argentee e violacee - creano una suggestiva scenografia di terrore. Accanto alla precisa descrizione del paesaggio è anche espressa una sensibilità di stampo romantico.   LUOGO:Palazzo Zevallos Stigliano, Via Toledo 185, Napoli PERIODO:3/12/2016 – 02/04/2017; da Martedì a Venerdì, 10:00-18:00 (ultimo ingresso alle 17:30), Sabato e Domenica,10:00-20:00 (ultimo ingresso alle 19:30), Lunedì chiuso (apertura straordinaria tutti i lunedì di dicembre 2016) PREZZO:Ingresso gratuito per i primi due giorni di mostra (3 e 4 dicembre); Intero € 5,00; Ridotto € 3,00 INFO: Numero verde: 800.454229; http://www.gallerieditalia.com/it/napoli/fergola-lo-splendore-un-regno/
Tony Esposito per la rassegna Jazz & Baccalà al Summarte
Dicembre 02
Torna la rassegna musicale curata dal batterista Elio Coppola Jazz & Baccalà. Ad ospitare la sfilata di eventi che si susseguiranno sarà il Teatro Summarte di Somma Vesuviana, setting ideale per accompagnare il jazz dei migliori artisti del panorama con i piatti rappresentativi della cucina sommese, strettamente legati al baccalà, ripensati dal celebre chef di 800 Borbonico. La particolarità di quest’anno è nella scuderia di artisti, arricchita da perle rare, che il signor Coppola ha scelto per la manifestazione. Venerdì 2 dicembre sulle assi del Teatro Summarte il noto percussionista Tony Esposito, che segnerà il palcoscenico portando con sè una ventata di suoni mediterranei, una fusione di ritmi tribali e suoni tipici della tradizione napoletana reinterpretati dalla maestria e dall’esperienze di un artista formato dalle collaborazioni con i più grandi personaggi della scena musicale. Da James Senese a Pino Daniele, Tullio De Piscopo incluso, la storia della musica partenopea e non è stata profondamente segnata da questo grande percussionista che, per Jazz & Baccalà, si propone d’esprimere tra le note la frenesia della vita moderna, accompagnato per l’occasione da Lino Pariota e Claudio Romano.
"Onirica. Dal buio e dal sole" presentato al Bellini
Dicembre 02
Che la città di Napoli fosse un fermento di arte e cultura è cosa già nota a tutti, ma ieri sera si è rinnovata come palcoscenico dedito all'esordio di un progetto di cultura e riflessione. Proprio nel cuore della città, tra i vicoli del centro storico il Sottopalco del Teatro Bellini alle 18 ha ospitato la prima comparsa di Onirica. Il progetto, nato dall’idea di Giulio Calogero (voce e chitarra acustica), Raffaele Lopez (pianoforte, organo Hammond, tastiere), Giuseppe Scarpato (chitarre acustiche ed elettriche), Arduino Lopez (basso) ed Enrico Esposito (batteria), ha trovato la sua primissima espressione in Dal buio e dal sole introdotto nella sua presentazione dalla giornalista Ilaria Urbani. Il disco d’esordio si presenta come un collage di storie vissute, reali che si lasciano comprendere a pieno nel singolo estratto dall’album Seitu. Il brano, infatti, coglie a pieno l’essenza di una travolgente storia d’amore interpretata con passione da tutti i componenti del collettivo. Questa coniugazione tra musica e poesia si mostra talmente forte da attrarre a sè la collaborazione di molti altri artisti: Fabrizio Fabrizi (tromba in Piccoli pensieri e L'illusione), Daniele Striano (voce in E' tutto qui, Perunarosa e Il nodo), Silvia Falanga (voce in Verso il ritorno, Piccoli pensieri, Tramonto di un sole di burro), mostrando come le varie influenze rappresentino la vera forza del gruppo.  
ANTEPRIMA: Un Natale al Sud, recensione senza pregiudizi
Dicembre 01
Oggi viviamo più sui social network che nella vita reale. Il contatto umano è sostituito dai like di Facebook e anche la ricerca dell'anima gemella e il piacere del corteggiamento sono stati soppiantati da siti e chat di coppia in cui ci si può innamorare senza essersi mai sfiorati. I giovani si nascondono dietro ad uno schermo piuttosto che sfidare la dura realtà. Peppino (Boldi), un carabiniere milanese, e Ambrogio (Izzo), un aspirante cantante neomelodico, insieme alle amate mogli Bianca (Villa) e Celeste (Tabita), festeggiano il Natale nella stessa località turistica. È durante queste feste che le coppie scoprono che i rispettivi figli sono fidanzati con due coetanee, senza essersi mai visti, da amanti solo virtuali. Peppino e Ambrogio, con l'appoggio delle rispettive mogli, decidono di porre fine a quest'anomalia e di partecipare a un evento organizzato dagli utenti del sito per incontri "Cupido 2.0" presso un famoso resort per far incontrare personalmente le due giovani coppie. L’evento darà vita a improbabili e grotteschi scambi di coppia ed equivoci amorosi di cui saranno protagonisti anche la bella e disincanta fashion blogger Eva (Tatangelo) e Leo (Conticini) famoso web influencer. Molti critici sono soliti storcere il naso di fronte ai cinepanettoni, considerati cinema di serie B da ogni punto di vista. Personalmente, essendo cresciuto con questo genere di film e apprezzandoli in larga parte, non mi sento di arruolarmi nel plotone di esecuzione di chi va contro sebbene siano molti i motivi per "sparare". Preferisco, piuttosto spezzare un quarto di lancia nei confronti dell'ultima fatica del caro Massimo Boldi per aver almeno provato all'inizio a raccontare come si sia evoluto, cambiando in peggio, l'amore tra giovani all'epoca dei social network. L'incipit di Un Natale al Sud, nella sua modestia artistica e drammaturgica, apre allo spettatore uno spiraglio su costumi e stile delle nuove generazioni. C'era grande attesa per vedere all'opera Anna Tatangelo, all'esordio come attrice. Ebbene, la cantante ciociara non sfigura nel complesso, fornendo una performance decorosa e garbata, dimostrando di essere un 'artista poliedrica e di personalità Le altre due protagoniste femminili, Barbara Tabita e Debora Villa, sono delle valide e brillanti spalle del duo maschile Boldi – Izzo, più acclamato e atteso, dimostrando di avere talento e vis comica. Per il resto è meglio tacere per non mancare di rispetto a nessuno del cast tecnico e artistico. Un Natale al Sud non passerà sicuramente alla storia del cinema e magari sarebbe più opportuno non farlo neanche transitare per le sale, proponendolo direttamente in TV, ma abbiamo visto anche di molto peggio, ergo, chi se la sente di scagliare la prima pietra artistica?   Il biglietto d'acquistare per Un natale al Sud è: Neanche regalato (con riserva).   "Un natale al sud" è un film del 2016 diretto da Federico Marsicano, scritto da Gianluca Bomprezzi e Paolo Costella con Massimo Boldi, Biagio Izzo, Anna Tatangelo, Paolo Conticini, Barbara Tabita, Enzo Salvi, Debora Villa.  
ANTEPRIMA: "Sully", Eastwood e Hanks per un film che non decolla
Dicembre 01
Nei cieli di New York i motori di un aereo in fase di decollo vengono gravemente danneggiati dalla collisione con uno stormo di uccelli. Il pilota Sullenberg decide così di compiere un complicatissimo ammaraggio d’emergenza sulle acque del fiume Hudson. Miracolosamente, la manovra disperata riesce e tutte le 155 persone a bordo si salvano. Mentre l’opinione pubblica e i media accolgono Sully come un eroe nazionale, una commissione d’inchiesta indaga sulla manovra effettuata dal pilota: prodezza di un fuoriclasse o errore inaccettabile? Da questo fatto di cronaca, avvenuto il 15 gennaio 2009, Clint Eastwood è partito per costruire un film certamente solido ma meno appassionante di quanto sarebbe potuto essere. L’insistenza sul piano psicologico del protagonista, tormentato da incubi e sogni ad occhi aperti, si traduce in un ping- pong tra fabula cronologica e frequenti flashback di varia lunghezza. La qualità delle riprese in IMAX e un'ottima fotografia accompagnano una buona interpretazione di Tom Hanks, chiamato a indossare la divisa di Sully. D’altronde, nell'ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, Forrest si dichiarò entusiasta di aver lavorato con il serafico Clint che, in sede di regia, preferisce dispensare cenni d’intesa e imbeccate lapidarie invece di filippiche starnazzate a pieni polmoni. Anche l’interpretazione di Aaron Eckart nei panni del baffuto e indisponente copilota Jeff risulta apprezzabile. La plasticità delle inquadrature dell’aereo in volo e in fase d’ammaraggio costituisce il tassello migliore di un film senza particolari acuti, desideroso di veicolare la banale verità secondo cui il fattore umano non è incasellabile attraverso precisi algoritmi matematici.  
MyTopTweet148
Novembre 30
+++EDIZIONE STRAORDINARIA+++   Quando si fa una rubrica così profonda e culturalmente all'avanguardia come #MyTopTweet non ci sono giorni e orari che tengano; se si verifica un evento straordinario bisogna subito correre e fare una classifica d'emergenza. Ebbene, ieri l'Italia ha assistito ad un avvenimento che nemmeno nei migliori film dei Vanzina sarebbe stato così perfetto e poetico. A meno che non abitiate sulle montagne con Heidi e suo nonno, avrete sicuramente capito di chi e di cosa sto parlando, ma per dovere di cronaca devo comunque esporre i fatti. Il nostro caro Lapo Elkann domenica si è immolato nuovamente per la patria; sapeva che noi italiani eravamo stanchi di tutti questi dibattiti sul referendum costituzionale, non ce la facevamo più a sentire solo brutte notizie sui media e così ha deciso di regalarci un momento di gioia, qualcosa che ci facesse tornare a credere nelle favole. E così è partito alla volta di New York per vivere l'avventura più bella di questi ultimi anni, due giorni di bagordi con gli amori di sempre: la droga e i transessuali. Ma qualcosa, come succede nelle più belle storie, è andato storto. Lapo si è accorto di aver terminato i soldi-suvvia a chi non è mai successo-e così ha pensato alla cosa più sensata e logica da fare in questi casi: inscenare il proprio sequestro! Purtroppo la favola di Lapo non ha avuto un lieto fine perchè i familiari hanno subito allertato la polizia americana che ha smascherato il suo piano ingegnoso e ora, pensate, è trattenuto con l'accusa di simulazione di reato grave, per cui rischia una pena che va dai due ai dieci anni di carcere. Insomma, dopo tutta questa sofferenza, il minimo che possa fare è dedicare una classifica al povero Lapo per dimostrargli la mia solidarietà!  #LapoElkann:  Niccoló: #LapoElkann Baby George ti disprezza: Sofi• ‏ Piango #LapoElkann † Mister G †: Dedicata a #LapoElkann TheShow: Questa sera su Dmax! #LapoElkann FedeR: #LapoElkann Giulietta: Perla della giornata!#LapoElkann Lisa Marinaro: #LapoElkann Totò aveva anticipato tutto Ernesta: ADOROHHHH! #LapoElkann #ridomale Marco Meriggioli: #LapoElkann Alla prossima!!
Simpsons' Time: i 4 couch-sketch più strani di sempre
Novembre 30
Che I Simpson siano il cartone animato più irriverente della storia già si sapeva, come delle profezie puntualmente avverate nel corso degli anni, come la candidatura e presidenza di Donald Trump, il correttore automatico sui telefoni, o la stampante 3D. Ormai giunta alla 28° stagione (rinnovata dalla Fox anche la 29° e la 30°), l’ avventura della gialla famiglia non smette di stupire, ultima novità è che nei Couch Sketch, ovvero la scena finale della sigla d’apertura, quella che riguarda il divano, sono state inserite delle short story, dove ne succedono di ogni, e che molto spesso contengono cameo e omaggi a trasmissioni, pellicole o che hanno fatto la storia della Tv. Di seguito i tre migliori estratti: 1-      Un tributo ai Muppets con la partecipazione di una ironica e maliziosa Katy Perry. (clicca qui) 2-      Questo sketch, oltre ad essere uno dei più raffinati,  vanta addirittura l’ideazione da parte di Banksy, lo street writer anonimo più famoso del mondo (qui). 3-      In questa puntata Homer e il suo migliore amico, il divano appunto, si trasformano in due superpoliziotti sul genere di Miami Vice che combattono il Supercattivo interpretato da Ned Flanders (qui). 4-      Ultima, ma non ultima, la scena finale diretta niente meno che da Guillermo Del Toro per lo speciale di Hallowen: “Treehouse of Horror XXIV” (qui). Strapieno di riferimenti e citazioni a Hitchcock, Stephen King, The Walking Dead, Cthulhu... E voi siete capaci di inviduarle tutte?   A questo link una carrellata di clip complete con svariate versioni della sigla, di tutte le stagioni. 
Al San Carlo Barenboim rinasce con Schubert, Chopin, Liszt
Novembre 30
Sebbene ci si senta costretti, spesso, a dover riportare gli eventi così come si sono svolti, nel loro ordine e nella loro interezza, ci pare giusto, quasi logico, partire, stavolta, dalla fine, da quell'entrata distinta del maestro Daniel Barenboim al termine della seconda parte del recital Sancarliano di Sabato scorso, nel trionfo con cui il pubblico ha giustamente omaggiato il grande, anzi “grandissimo Maestro”, come si urlava alla prima del Fidelio scaligero qualche tempo fa. Seduto al pianoforte, al suo Barenboim, pronto per concedere il primo bis della serata (splendido Notturno Op. 27 n. 2 in re bemolle maggiore di Chopin), il Maestro si volta verso un uomo di cui non riporteremo descrizioni, ai piedi del palcoscenico che, nella meraviglia di tutti, gli sussurra qualcosa. Giusto per evitare alla fantasia romantica di vagare per frasi e massime filosofiche, per frammenti letterari e pagine romanze, andiamo al dunque:”dice che sono il Maradona del pianoforte, ma Maradona si è ritirato, io inizio adesso!”. Tralasciando titoli e apposizioni, (consapevoli di incastrarci altrimenti in incontestabili questioni di cuore), ci piace riflettere sulla seconda parte della frase (ripetuta due volte dal Maestro, la seconda con pronuncia migliore), rifletterci ora che la critica lucida e consapevole acquieta gli entusiasmi caotici di fine concerto. Quella Sancarliana è la fase conclusiva di una rinascita, la chiusura di un cerchio, di una rivalutazione spirituale della musica considerata parte di un rapporto ormai a due, un dialogo intimo e spiritualmente autentico che mette a tacere le critiche popolari e paradigmatiche delle “grandi prime” (fondate che siano), parte fondamentale del fenomeno Barenboim che in realtà è tutt'altro, lo neghi chi può. Barenboim è tecnica ed intelligenza, spesso mettendo in gioco l'una contro l'altra, scontrandosi titanicamente con il limite della Forma e trascendendola in impressioni sempre armoniose e brillanti, energiche, selvagge fino a a toccare purezze di suono celestiali accordate intimamente con lo strumento che porta il suo nome ed il suo superbo carattere.Un carattere severo, pulito, statuario nei movimenti come se l'estetica del gesto corresse contro la bellezza del suono, Barenboim sceglie di contenerlo, di circoscriverlo allo strumento accantonando saggiamente enfatiche gestualità prorompenti e divinamente spocchiose care ad alcuni colleghi ed a lui stesso recentemente imputategli. Sceglie il primo e l'ultimo Schubert, l'artefice ispirato di quel raro e godibilissimo splendore (Paumgartner) della Sonata in la minore D575 , ed il genio bifronte ed inquieto della Sonata in la maggiore D959, sottilmente divina nei suoi contrasti, scontri di impressioni ora laceranti ora salvifiche che lasciano pendere il pubblico dalle labbra dolci dell'illusione, fino a scioglierne l'entusiasmo in un applauso fuori posto, tra l'allegro e l'ultimo rondó, condannato dagli sguardi di molti increduli eppure teneramente spontaneo e fanciullesco. E poter trattare in questi termini la materia musicale non è cosa da poco: ció che in qualche misura ce lo permette è la natura della musica ascoltata, esaltata da una riscoperta acustica del teatro e dallo splendido strumento, natura, essenza pura, lontana dalle sonorità metalliche e pesanti degli strumenti contemporanei e carica del raro fascino della perfezione. La ballade n.1 in sol minore op.23 di Chopin ci introduce ad un livello ulteriore di interpretazione, più profonda, completa. È il Maestro stesso a spiegare - su istruzione del compositore - che la si esegue come fosse un'invenzione sul momento, la ricerca curiosa di qualcosa, come durante una ballade appunto, una passeggiata, ritratta attraverso un flusso coloratissimo di note, una fluidità vorticosa che addolcisce i contrasti e le dissonanze puramente romantiche che permeano la composizione. Ma il momento in cui Barenboim torna a sé stesso, stabilendo un contatto assoluto e unitario tra la musica ed il teatro, è con l'esecuzione di Funerailles di Liszt, composizione lacerata nella prima parte, ma così dolce e lirica nella seconda, così intensamente luminosa che stupisce e rammarica sentirla degenerare a tempo di marcia in sconfortanti forme grottesche nel finale, seguita per altro da uno spiritato Mephisto Waltz n.1, beffa delle precedenti impressioni, permeato di una nervosa vitalità sanguigna specie nei virtuosismi leggeri (e non sempre riusciti) e ricco di suggestive dissonanze di volumi che danno forma e contenuto alla composizione. Sempre in linea con l'umore della serata il trionfo tributato dal pubblico, caloroso e già nostalgico, sempre pronto a ringraziare, a chiedere un ritorno, ad omaggiare grandi leggende (perché napoli non è solo musica, caro Maestro, ma anche e sopratutto “pallone”) si gode uno splendido (sopracitato) primo bis chopiniano, seguito dalla immortale parafrasi dal Rigoletto di Liszt, "passepartout" d'eccellenza sempre gradito al pubblico napoletano, che ringrazia ancora calorosamente.  
Ma Fidel Castro è morto davvero? L’ironia del web...
Novembre 29
Lo scorso 26 Novembre si è spento all’età di 90 anni il leader della rivoluzione cubana Fidel Castro. La sua scomparsa è stata annunciata dal fratello Raul: - Oggi, 25 novembre, alle 10:29 della notte è morto il Capo della Rivoluzione cubana Fidel Castro Ruz: Hasta la victoria, siempre-. Divenuto Primo Ministro nel 1956, alcuni hanno ritenuto il governo di Castro l’emblema della lotta contro l’imperialismo; altri hanno visto in lui un vero avversario dei diritti umani. Non è questa la sede per interrogarci sulla validità delle scelte del lìder. In che modo la sua morte influirà sulla vita dei cubani e sulla scena politica internazionale, questo se lo chiedono in molti. Per altri, invece, il quesito è a monte: ma Fidel, questa volta, è morto davvero? Non è la prima volta che viene annunciata come certa la dipartita del comandante della revoluciòn; per poi essere prontamente smentita da Cuba.Questa volta, però, pare che non ci sarà nessuna ritrattazione; ma ciò non ha impedito al web di esprimere tutta la sua confusione al riguardo. Nella maniera più trash possibile! Partiamo dai tweet più fantasiosi: c’è chi ha sagacemente notato come l’ennesima morte di Fidel Castro è credibile quanto Civati che minaccia di uscire dal PD. C’è chi ha dichiarato con fermezza che se resuscita una volta è Gesù, se resuscita dieci volte è Goku, se resuscita mille volte è Fidel Castro. E pare che, con la sua morte, il leader sia riuscito anche a conseguire un nuovo record, superando in classifica mia nonna. Morta più volte per evitare interrogazioni a scuola! Come non menzionare Spinoza che, sul suo blog, ha osservato come la morte di Fidel Castro sia la migliore risposta di un comunista al Black Friday. Avrebbe mai potuto, in questa occasione, smentirsi Vauro? Mi dispiace, ma la t-shirt è già occupata, commenta il vignettista, in chiaro riferimento alle stampe del volto di Che Guevara. Stavolta sembra quella definitiva: Fidel non tornerà più ma, in pieno spirito complottista, a noi piace immaginarcelo a conversare con un invecchiato Che e uno smagrito Escobar, ascoltando una Billie Jean cantata a cappella da Michael Jackson. Il tutto, ovviamente, sul set dove è stato girato lo sbarco di Armstrong sulla Luna.
MyTopTweet147
Novembre 28
Ieri mi sono svegliata con la solita gioia, quella con cui ci si sveglia il lunedì pensando alla settimana lavorativa che ci aspetta. Per risollevarmi il morale ho deciso di leggere un po' le ultime news sulla politica italiana. Volevo sapere quale altro grande esperto della materia si era espresso sulla riforma costituzionale sperando che finalmente anche il Gabibbo dicesse la sua, perchè senza il suo parere non riesco proprio a decidere cosa votare il 4 Dicembre! Con mia somma gioia ho trovato qualcosa di molto meglio, un ritorno inaspettato di una delle personalità di maggior spessore che l'Italia abbia avuto dalla seconda metà del Novecento. Finalmente è tornato sulla piazza Umberto Bossi, che ha deciso di riprendersi il Trono di Rutti dall'usurpatore Matteo Salvini e tornare alla guida dalla Lega dei Sette Regni. Capite che una notizia così non poteva passare inosservata e merita di essere la protagonista della classifica di questa settimana...   #Bossi: Alla prossima!
Fidel Castro: Luci ed ombre del Lider Maximo
Novembre 27
Hasta la victoria siempre. Con questo slogan Raúl Castro ha concluso il suo discorso di commiato per il fratello Fidel, scomparso Sabato all'età di 90 anni. Quasi come un presagio, il leader guerrigliero, lo scorso aprile al congresso del partito comunista cubano, si era congedato dicendo: ”Presto sarò come gli altri, arriva il turno di tutti”. È venuto a mancare l'ultimo personaggio che nel bene o nel male ha caratterizzato la storia del secolo breve; un personaggio di cui si può dire tutto e il contrario di tutto, ma che inevitabilmente ha segnato le pagine della storia, poiché il suo operato ha inciso fortemente sulle dinamiche geopolitiche internazionali. Nato il 13 agosto 1926 a Birán, da una famiglia benestante che gli permise di portare avanti gli studi e laurearsi in legge, ebbe una formazione culturale che lo portò a candidarsi alle presidenziali del 1953, progetto naufragato a causa del golpe di Fulgencio Batista che, appoggiato dagli americani, si appropriò del destino dei cubani. Castro denunciò Batista in tribunale per violazione della costituzione, ma poiché la sua petizione venne rigettata, organizzò un infruttuoso assalto armato alla caserma della Moncada, in seguito al quale venne arrestato e condannato a quindici anni di prigione. La sua visione politica, gli ideali che lo avrebbero mosso in futuro verso la guerriglia erano proprio illustrati nell'arringa finale del discorso con cui difendeva le sue azioni e le assolveva dicendo: «La storia mi assolverà». Dopo solo 2 anni, nel 1955, in seguito ad un'amnistia generale, si recò in esilio in Messico, dove conobbe Ernesto Guevara. L'anno dopo riuscì a tornare clandestinamente a Cuba assieme ad una ottantina di uomini, tra cui lo stesso “Che” e il fratello Raúl con l'intento di organizzare la rivolta contro Batista. Le sue gesta innestarono nella popolazione una volontà di riscatto che portò ad ingrandire le fila dell'esercito rivoluzionario. Batista fu finalmente cacciato nel 1958 e da quel momento la storia di Cuba prese un'altra direzione. Gli Stati Uniti reagirono con l'embargo e tentarono più volte di rovesciare il regime castrista, il tentativo più famoso fu lo “Sbarco alla baia dei porci” che però l'esercito cubano riuscì a fermare. Castro è stato l’artefice di una riforma agraria con la quale le grandi proprietà terriere furono redistribuite in favore dei contadini, di una campagna di alfabetizzazione dall’importante valore culturale. Sotto la sua dittatura sono state costruite strutture statali, come scuole e ospedali, e a difesa della rivoluzione furono create strutture paramilitari, come la Milizia Popolare, che, in caso di aggressione da parte di un esercito straniero, poteva mobilitare in poche ore uomini, donne, ragazzi e ragazze.          Qualcuno lo ricorderà come un rivoluzionario, qualcun altro lo ricorderà come un semplice dittatore, ma la verità è che senza di lui non ci sarebbe mai stata la ribellione di un popolo che si sentiva oppresso dalla la presenza ingombrante dello zio Sam. Senza di lui Lula in Brasile e Chávez in Venezuela non avrebbero mai provato a dar vita ad una loro via al socialismo per contrastare l'ideologia dominante del dopo 1989: il capitalismo ultra liberale. Ma sopratutto, senza di lui, Cuba non sarebbe mai stata l'ombelico del mondo, oggetto strategico di contesa tra USA e URRS. Un osservatore particolare come Giulietto Chiesa, via FB ha definito Castro come: «Uno di quegli uomini capaci di esprimere il sentimento profondo del suo popolo. Un "creatore", al tempo stesso, del suo popolo. Ha dato a Cuba l'orgoglio di una nazione». Gli oppositori del Lider Maximo invece l'hanno sempre criticato ferocemente, denunciando  repressioni da lui imposte verso di ogni forma di dissenso politico. Infatti non si devono dimenticare le censure operate sulla stampa, le molteplici epurazioni tra cui, più famose, quelle di Ochoa e Tony de la Guardia, servite sopratutto a terrorizzare chi non era mai stato fautore di quel regime o chi iniziava a criticarlo. Migliaia di dissidenti, fuggiti nel corso degli anni verso gli Stati Uniti, oggi festeggiano la morte di colui che è stato ai loro occhi un feroce tiranno, colpevole di pensare più al proprio interesse che a quello dell'isola; un'isola che si è impoverita sempre di più poiché  un turismo selvaggio, voluto da Castro, per risollevare l'economia, ha arricchito solo gli speculatori e non ha portato benefici ai suoi abitanti. Non si è fatto a lungo attendere Matteo Salvini, che ha annunciato la notizia via Facebook con queste parole: "È morto Fidel Castro. Un dittatore in meno. La pietà cristiana si deve a tutti, certo, ma con tutti i morti che ha sulla coscienza, oggi non piango di sicuro. Viva la Libertà". Ma cosa è rimasto della favola cubana scritta da Castro? Niente. Era nata con l'intento di dare dignità ad un popolo, ma la deriva dittatoriale non l'ha permesso; già il dopo Fidel, con Raúl al potere, sembra mostrare una Cuba più aperta e più moderata. Chi prossimamente andrà al potere userà le redini per favorire uno sviluppo economico che non sia però a discapito degli interessi generali? Questo non possiamo prevederlo, ma possiamo solo sperare che Cuba non finisca come quelle nazioni che hanno avuto un dittatore e che, alla sua morte siano state liberate da qualcuno che ha pensato di esportavi la solita buona democrazia.
Il curioso mondo di Hieronymus Bosch
Novembre 26
In occasione delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte, il 13 e 14 dicembre arriva nelle sale cinematografiche italiane Il curioso mondo di Hieronymus Bosch, la più grande mostra mai dedicata al più visionario dei pittori olandesi.La mostra si è svolta a ‘s-Hertogenbosch, città natale dell’artista, e ha raccolto oltre 420.000 visitatori accorsi da tutto il mondo per ammirare l’esposizione di 36 delle 44 opere superstiti della produzione di Hieronymus Bosch, con orari di apertura del museo protratti fino all’una di notte.Hieronymus Bosch, il più visionario dei pittori olandesi, è vissuto tra il 1450 circa e il 1516; scarse sono le notizie sulla sua vita, perciò per lui e di lui ci parlano le sue opere del tutto singolari. I suoi lavori, eccentrici e spesso ossessivi, ci danno il ritratto di una personalità complessa, che mescola il sacro con il magico e popola i suoi quadri di figure bizzarre e fantastiche.Il suo genio visionario crea un mostruoso universo segnato da simboli ermetici ed alchemici, nel quale è centrale il tema della stoltezza degli uomini che cedono alle tentazioni del demonio, tema molto caro al pittore.La produzione pittorica di Bosch è un unicum della pittura fiamminga del XV secolo, caratterizzata da una solenne religiosità. Le sue opere sono sicuramente inquietanti ma molto suggestive per il disegno raffinatissimo e la materia pittorica preziosa e smaltata. Giardino delle delizie, olio su tavola, 1480-1490 ca.   Una delle sue opere più famose ed emblematiche è il Giardino delle delizie, dipinto intorno al 1510. Si tratta di un trittico proveniente dalla collezione del re Filippo II di Spagna, grande estimatore del pittore e attualmente al Prado di Madrid, dove si trova dal 1939.In mancanza di notizie sicure sul soggetto e sulla committenza, la più enigmatica e suggestiva opera di Bosch, ricchissima dei più vari e fantastici motivi iconografici, ha suscitato nel tempo diverse interpretazioni, dall’esoterismo, all’alchimia, dalla trasposizione di passi letterari al presunto collegamento del pittore con sette ereticali. Il trittico è formato tra tre tavole dipinte ad olio e prende il titolo da quella centrale, dove la creatività visionaria del pittore si sbizzarrisce in uno straordinario repertorio di motivi, ma è bene esaminare le scene in sequenza. Il Giardino dell’Eden, prima tavola La prima scena a sinistra rappresenta il Paradiso terrestre con Il Giardino dell’Eden in un luminoso giardino dai chiari e preziosi colori. A prima vista è un’immagine serena, ma se guardiamo bene notiamo creature mostruose, simboli inquietanti della tentazione, presenze che ritornano anche negli altri due pannelli. Dettaglio del pannello centrale   Il pannello centrale è popolato da un gran numero di figure che si muovono in atteggiamenti diversi nel grande giardino, occupato al centro dalla fontana della giovinezza, anche qui un’immagine apparentemente fresca e serena dove anche le figurine candide richiamano ad un’originaria purezza, bestie strane simboleggiano i peccati mortali, primo fra tutti quello della lussuria. Questo è il tema dominante, cui alludono i frutti rossi come le fragole gigantesche e che è esemplificato da una coppia di amanti racchiusi in una bolla trasparente come il vetro. Si è visto qui il riferimento ad un proverbio fiammingo che ricorda la fragilità del vetro. In un’altra scena sono presenti due figure che danzano ornate di ciliegie e frutti che rappresentano la lussuria e il peccato. Queste trasportano una superficie vegetale su cui è poggiato un gufo, animale che simbolicamente riporta a una figura diabolica.Gli uomini, sordi al messaggio evangelico, caduti nel peccato, sono orribilmente puniti nel terzo pannello dell’Inferno. Il principe dell'Inferno, dettaglio della terza tavola Su uno sfondo scuro, rotto dai bagliori di una città in fiamme, torture raffinate e terribili tormentano i peccatori. Colpisce uno strano macchinario formato da un paio di grandi orecchie trafitte da una freccia e attraversato da un coltello, sotto il quale sono schiacciate varie figure. Tra le interpretazioni numerose c’è il riferimento alla sordità dell’uomo che non ascolta la parola di Dio o, più in generale, all’infelicità umana.   Info: http://www.nexodigital.it/il-curioso-mondo-di-hieronymus-bosch/
Gli anni '80 e '90 con Albertino all'Arenile
Novembre 26
Tutti, o quasi, almeno una volta hanno espresso il desiderio di poter tornare indietro nel tempo. Rivivere gli anni '80 e '90, ascoltare ancora la grande musica del passato e, perché no, farsi travolgere da quell’atmosfera dance che colonizzò tutto il periodo. Per i molti nostalgici e i giovani esploratori, stasera, sabato 26 Novembre, l’Arenile di Bagnoli si trasforma in una macchina del tempo in grado di trasportare in epoche passate. È questo il concept fondamentale di Discology, progetto a cura di Daniele De Simone, Walter Di Fiore, Vanni Margheron e Danilo Trivisano, che hanno ideato questa rassegna musicale con lo scopo di ripercorrere la storia e rivivere i momenti più cool di questo ventennio. Ad animare l’Arenile in questo nuovo appuntamento di Discology sarà il Dj Albertino, e chi meglio dell’uomo che nel 1984 fondò un’istituzione a Radio Deejay, il Deejay Time, che di lì a poco avrebbe portato Albertino in scena in tutti i club d'Italia rendendo il mitico show una produzione interamente live. Dopo questo viaggio nei tempi andati si rivivrà il presente, lasciando spazio alla musica dei dj Umile Nicoletti, Irene Ferrara e Edo Baccari, che proporranno al pubblico dell’Arenile uno showcase del tutto nuovo.  
La grande musica parte da Frattamaggiore con gli Immaginisti (ex Afterhours)
Novembre 24
Stasera la città di Frattamaggiore, in provincia di Napoli, avrà il piacere d’ospitare gli Immaginisti. Il complesso, ristrutturato nel suo insieme, trae la sua forza da Xabier Iriondo e Stefano Pilia, due grandi musicisti che, nel loro curriculum vitae vantano la militanza in molti dei gruppi più in vista della scena italiana, tra cui gli Afterhours. Questa esplosione di talenti vede il suo massimo con l’annessione nella band di Roberto Bertacchini, proveniente dagli Starfuckers. Forti dell’esperienza di Cagna Schiumante, il complesso presenterà alla cittadina napoletana il secondo albo di questa trilogia discografica Self titled che coniugando influenze blues, reminiscenze punk, mentalità pop e forti tendenze noise animeranno l’intero Sound Music Club mostrando la loro personalissima versione della musica in una crasi tra comicità beffarda, paura, ironia, imbroglio e stupore, mettendo in scena la poetica di Bertacchini, che per l’occasione si caricherà di una densa connotazione autobiografica, ideale per rappresentare le atmosfere a cui tende la band.  
Come diventare grandi nonostante i genitori: i cattivi maestri tracciano la strada del futuro
Novembre 24
Esiste un manuale per essere dei buoni genitori? I figli crescono in maniera più matura e responsabile facendo loro passare ogni capriccio o costringenoli anche ad accettare dei secchi e duri 'no'? Come può un ragazzo di oggi diventare adulto nonostante i genitori? Gennaro Nunziante ha voluto rispondere a questa domanda, firmando una sceneggiatura ambiziosa che unisce il mondo e l'atmosfera Disney alla mentalità della società italiana. I protagonisti di Come diventare grandi nonostante i genitori sono i personaggi della famosa serie televisiva Alex e Co che, per il sottoscritto, erano degli illustri carneadi fino alla visione del film. Quando al liceo arriva la nuova preside (Buy), che decide di non aderire al concorso scolastico nazionale per gruppi musicali, i ragazzi, con la loro sfrenata passione per la musica, subiscono un duro colpo. Anche i genitori corrono a protestare: a quel punto la preside decide addirittura di raddoppiare il lavoro quotidiano dei ragazzi. Dopo i primi voti bassi, i genitori consigliano prudentemente ai propri figli di sottostare alle decisioni della nuova preside: ma i ragazzi, con orgoglio, decidono di iscriversi al concorso musicale pur avendo contro scuola e parenti. L’ardua sfida li porterà a crescere in modo sorprendente tra ostacoli di ogni tipo da superare. La scelta della produzione di non inserire il marchio sicuro Alex e Co nella  locandina è stata coraggiosa, volendo costruire un progetto di più ampio respiro e non solamente legato a un pubblico giovanile e una storia più adulta e profonda nelle tematiche. La scommessa è stata vinta solamente in parte, si ha la sensazione di vedere un film di respiro televisivo e costruito sui personaggi della serie, riducendo a spalle attori di valore e esperienza come ad esempio Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno e Paolo Calabresi. Chi non conosce Alex e amici fatica ad entrare in empatia con i personaggi e pur osservando con discreto interesse il garbato, leggero, scorrevole intreccio narrativo, il film risulta abbastanza scontato e prevedibile, almeno fino al sorprendente e riuscito finale. Come diventare grandi nonostante i genitori è un film godibile e da vedere, nel complesso ben diretto e interpretato con volontà e passione dai giovani e con professionalità ed esperienza dagli attori più maturi. Chi sa dire no e appare come cattivo maetro può essere un modello da seguire nella crescita e maturazione dei propri ragazzi.   Il biglietto d’acquistare per “Come diventare grandi nonostante i genitori” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio (Con Riserva) 4) Ridotto 5) Sempre   “Come diventare grandi nonostante i genitori” è un film del 2016 diretto da Luca Lucini, scritto da Gennaro Nunziante, con : Giovanna Mezzogiorno, Margherita Buy, Matthew Modine,  Paolo Calabresi
Fran Herbello: il corpo che umano non è
Novembre 21
Avevamo già parlato qualche tempo fa di Chema Madoz, un fotografo che trasforma gli oggetti di uso quotidiano in surreali. Al pari di Chema Madoz, Fran Herbello punta a sconvolgere la realtà giocando però oltre che con gli oggetti anche con il corpo umano, dando ad ogni cosa un significato nuovo, potente, che alle volte suscita avversione, alle volte palesa ironia. Nato nel 1977 a Menziken, in Svizzera, da genitori galiziani-la Galizia è una Comunità Autonoma della Spagna-comincia il suo lavoro diplomandosi in scultura all’Accademia di Belle Arti, scopre presto la passione per la fotografia  e comincia a sperimentare il connubio tra le due tipologie d’arte. Come Madoz (leggi qui), scatta esclusivamente in bianco e nero e solo su pellicola, crea delle vere e proprie sculture attraverso le quali manipola poi quella che è la visione e la percezione oggettiva del corpo. Ecco che mani, piedi e busto vengono trasformati fino a divenire completamente altro, segno di una ricerca continua del surrealismo che come risultato regala opere straordinarie dell’arte contemporanea. Il soggetto è sempre centrale, la luce quasi sempre neutra, la simmetria e la semplicità degli scatti fanno sì che l’attenzione sia rivolta contemporaneamente alla visione d’insieme e al dettaglio dell’ immagine. Le scelte stilistiche di Herbello fanno quasi subito venire in mente un paragone con i lavori di Bayer o Man Ray, che creava però dei fotomontaggi e non delle sculture vere e proprie. (leggi qui) Lo studio continuo di nuove dimensioni, i suggerimenti di nuove interpretazioni dei soggetti catturati, permettono all’osservatore di individuare  la linea sottile tra realismo e surrealismo, suscitando emozioni oltre che stupore. Di seguito il link al sito Web di Herbello: http://franherbello.com/  
Essere donna: le istruzioni per l’uso di Paolo Cognetti
Novembre 19
Saper fare domande Ammettere gli errori Distinguere il senso dal nonsenso Affrontare gli ostacoli uno alla volta Accettare i cambiamenti Conoscere il problema Parlare facile Decidere sempre da sola Sorridere   Torniamo a parlare di Paolo Cognetti, il giovanissimo autore di Sofia si veste sempre di nero (finalista Premio Strega 2013) (leggi qui.) Il libro di cui parliamo oggi è una raccolta di racconti scritti qualche anno fa (2004), Manuale per ragazze di successo, interamente dedicato al complicato e delicato mondo delle donne e degli uomini che le circondano. Un punto di vista “ginocentrico” della vita, che talvolta non guasta e che porta paradossalmente la firma di un uomo. In tal senso, Cognetti, ha una sensibilità particolare, multiforme, capace di tradurre, senza scadere in banali stereotipi o riflessioni melense, la mente femminile. L’autore non è mai sessista o troppo smielato, il suo stile è autentico, intriso di quel realismo americano della letteratura anni ‘90. Talvolta, leggendolo si ha l’impressione di essersi imbattuti in uno dei meravigliosi racconti di Raymond Carver. Il “Manuale per ragazze di successo” di Paolo Cognetti è dedicato a tutti i tipi di donna: da quelle esauste della vita e degli uomini, a quelle forti e indipendenti, da quelle disordinate, folli e disorganizzate, a quelle decise e risolute. Ma, soprattutto, il libro di Cognetti è dedicato a tutte quelle donne che per motivi diversi si sentono perse e che, proprio per questo, meritano di raccontare la loro storia: “[…] Ho pensato che ognuno di noi è venuto al mondo con un nemico, e che da quel momento è destinato a perdere e poi a perdere di nuovo, e che perciò tutte le vite meritano compassione. Se c’è qualcosa di buono, è che ogni vita perdente è una storia: e questa è la mia.” (Diana, protagonista del racconto La ragazza che sei stata).
"Se telefonando": il bombardamento delle telefonate pubblicitarie
Novembre 18
Da anni veniamo bombardati da telefonate provenienti da società di marketing, aziende telefoniche, aziende fornitrici di acqua luce e gas e altre che propongono di sottoscrivere un pacchetto di programmi televisivi e quelli che a distanza vogliono venderci prodotti di ogni genere. Chi è che non è mai stato disturbato dallo squillo del telefono durante la cena, durante il riposo pomeridiano o peggio ancora mentre è sotto la doccia? La persona contattata, secondo un Provvedimento del Garante, avrebbe il diritto di opporsi immediatamente all'utilizzo dei propri dati, ma ciò non avviene, anzi, ad oggi i contatti telefonici mostrano una riduzione, bensì tendono ad aumentare. Altresì l'operatore avrebbe l'obbligo di non telefonare con numero riservato e di informare il consumatore del diritto all'oblio dei suoi dati mediante una semplice iscrizione al Registro delle Opposizioni, che tuttavia presenta un grosso limite perché ci si può iscrivere solo se il proprio numero è presente negli elenchi pubblici. Il problema è che difficilmente le aziende aggiornano le liste dei numeri da non chiamare, anzi in molti casi non vogliono aggiornarla per poter continuare il loro telelavoro: al massimo ricevono una sanzione, certamente inferiore al loro guadagno previsto. L'unica arma di difesa per l'utente è la visualizzazione sul display del numero che sta chiamando; se il numero è sconosciuto è possibile inserirlo su Google e vedere se è presente in una lista nera. L'utente in molti casi non si mostra disponibile verso chi chiama, eppure dovrebbe rendersi conto che le seccature non provengono da chi sta chiamando, ma sono più a monte: le seccature provengono da multinazionali o da imprenditori che vogliono trarre profitto da continue telefonate fatte dai propri dipendenti. Questi lavoratori, spesso insultati, precari, gentili, stressati e a volte con una laurea nel cassetto e con una bassa autostima-che diminuisce di giorno in giorno per le risposte negative del cliente-ogni mattina ricominciano una nuova giornata identica a quella precedente, sapendo di non avere altre opportunità lavorative. Per assurdo, sebbene in questo settore si registrino fatturati in attivo, i lavoratori si trovano in particolare difficoltà poiché queste grandi aziende hanno ben pensato di esternalizzare e delocalizzare le attività di call center per una logica speculativa e finanziaria che li spinge oltre confine, in paesi dove sono scarsi sia i salari che le tutele dei lavoratori. Con i ricatti occupazionali non si crea lo sviluppo, ma si facilita il precariato e la guerra tra poveri.    
Al MANN il ritorno dei Faraoni
Novembre 18
Dal 7 Ottobre 2016 è stata riaperta la Collezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che era chiusa dal 2010. L’evento è di grandissimo rilievo perché erano sedici anni che al pubblico era preclusa una delle collezioni più antiche in Europa, costituita prima di quella del Louvre, dei Musei Vaticani e di Torino. Si compone di circa 2500 oggetti databili tra il 3000 a.C. e il 640 d.C.. I reperti provengono da varie fonti: gli scavi archeologici, tra cui quelli di Pompei, Ercolano, Pozzuoli, la collezione Farnese pervenuta a Carlo di Borbone da parte della madre Elisabetta Farnese, la settecentesca collezione Borgia, acquisita nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone e l’ottocentesca collezione Picchianti.  Già frequentato dai viaggiatori del Grand Tour per la fama delle antichità vesuviane diffusasi oltre che in Italia in tutta Europa, il Regno di Napoli attirava studiosi, curiosi, mercanti-collezionisti anche per la collezione egizia presente nel Museo Borbonico. Sappiamo addirittura della presenza di Champollion, il famoso archeologo ed egittologo francese che, al seguito della spedizione napoleonica in Egitto del 1798-99, era riuscito a decifrare la scrittura dei geroglifici. La collezione, la cui esposizione ufficiale fu del 1821 ad opera del direttore del Museo, il marchese Michele Arditi, accompagna il visitatore nella conoscenza della straordinaria civiltà dell’Antico Egitto attraverso sette sezioni tematiche: La storia della collezione, Il faraone e gli uomini, La tomba e il suo corredo, La mummificazione, La religione e la magia, La scrittura e i monasteri, L’Egitto e il Mediterraneo antico. Sappiamo così che l’arte egizia, sempre uguale a se stessa in 3000 anni di storia, è tale perché magico-sacrale. La statua non rappresenta il soggetto, ma è il soggetto stesso nel suo status sociale e nel suo rapporto col faraone o con la divinità. Non interessa perciò l’aspetto fisico - infatti le statue hanno una rigida frontalità e un’espressione fissa che non esprime sentimenti - importanti invece sono gli atteggiamenti, gli emblemi, l’abbigliamento, che individuano la condizione sociale e l’iscrizione che dichiara il nome e le azioni. In tal modo possiamo distinguere dei, faraoni, sacerdoti, scribi, architetti e così via. Il Faraone ad esempio, che era a capo della rigida gerarchia sociale egiziana, tramite tra uomini e dei e dio egli stesso, si individua spesso per il nemes, un copricapo che lascia liberi gli orecchi e scende davanti in due bande laterali, ornato sulla fronte del serpente ureo. Oppure lo Scriba, personaggio importantissimo perché, in una società di analfabeti, deteneva l’uso della scrittura su cui lo stato egiziano fondava la gestione di se stesso. La statua dello scriba rappresenta per lo più una figura seduta con le gambe incrociate, le mani tengono un papiro aperto e lo stilo. Le iscrizioni sul papiro o sulla base dicono il nome, la funzione sociale e i meriti.E poi c’è l'affascinante sezione che riguarda il mondo dei morti, con cui gli egiziani avevano un legame fortissimo, convinti com’erano dell’esistenza di un altro mondo dopo la morte. Da qui arredi e gioielli che accompagnavano il defunto nel suo viaggio e, soprattutto, il rito della mummificazione, la bellezza dei sarcofagi, delle stele funerarie e così via. Si tratta di una collezione di grande prestigio culturale, un fiore all’occhiello del nostro Museo Archeologico, già ricchissimo di reperti di eccezionale valore. Sappiamo che l’affluenza dei visitatori è alta, speriamo che napoletani e turisti dall’Italia e dal mondo continuino a percorrere numerosi le sale che custodiscono tesori inestimabili.   LUOGO: MANN Museo Archeologico Nazionale - Napoli PERIODO: dal 07/10/16 PREZZO: Intero € 12 (può subire variazioni in caso di mostre) INFO: 081-4422149 – 081-4422273; http://www.museoarcheologiconapoli.it/it/2016/09/apertura-al-pubblico-dei-nuovi-allestimenti-della-collezione-egiziana-e-della-collezione-epigrafica/
50 anni di Jeff Buckley
Novembre 17
50 anni fa nasceva la fonte di ispirazione di molti artisti rock degli anni novanta e di tempi più recenti, Jeffrey Scott Moorhead, meglio conosciuto come Jeff Buckley. La vita del cantautore, conclusasi prematuramente a soli 30 anni, a causa di un banalissimo tuffo nel fiume Missisipi, ha portato alla luce dei capolavori che sono rimasti come pietre miliari intatte nel tempo.  A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles. Nel 1990 ritorna a New York e, con l'amico Gary Lucas, costituisce i Gods & Monsters, ma a causa di conflitti interni il tentativo di fare emergere la band fallisce; è così che Jeff inizierà la sua carriera da solista.  Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta, Jeff ha la possibilità di registrare il suo primo disco inciso dal vivo, che contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono scritti da lui (Mojo Pin e Eternal Life) e altri due sono cover, una di Edith Piaf e l'altra di Van Morrison. Visto il discreto successo, la sua casa discografica decide di promuovere Grace, il suo primo disco completo, pubblicato negli Usa nell'agosto del 1994. L’ album contiene dieci pezzi che sembrano cuciti alla perfezione sulla voce calda e struggente di Jeff, che rivela la sua ineguagliabile intensità in brani come Lilac Wine e la meravigliosa e tormentata cover di Halleluja, di Leonard Cohen.  Se la sensibilità di quest’artista avesse potuto continuare a toccare i nostri animi per vent’anni ancora, e anche più, probabilmente ci avrebbe regalato altre opere d'arte delicate e intimistiche che in pochi, di questi tempi, riescono a concepire. Ci piace immaginare che la sua anima leggera, di quella stessa leggerezza che l’ha portato ad immergersi nelle acque del fiume quel famoso 29 maggio, riviva nella musica di quell’ ‘elite’di musicisti e cantautori che ancor oggi lo ammirano e ne perseguono la scia poetica e artistica. Potrebbe essere soltanto un sogno, ma, d’altronde, non è questo la sua musica? 
Quel bravo ragazzo: l'ironia che batte la mafia
Novembre 17
Cosa succederebbe se un potentissimo boss mafioso, Don Ferdinando Cosimato (Burruano), stesse per morire e volesse lasciare il comando della sua spietatissima cosca mafiosa a un figlio, Leone (Ballerina), che non ha mai riconosciuto? Ma, soprattutto, cosa succederebbe se quel figlio fosse un innocuo, ingenuo e goffo ragazzino di 35 anni e facesse il chierichetto vivendo in un orfanotrofio di un paesino del Sud Italia. Dall’originale e divertente soggetto del giovane Ciro Zecca, è nata la sceneggiatura di Quel bravo ragazzo, perfetta per lasciare, per la prima volta sul grande schermo, Luigi Luciano alias Herbert Ballerina, riuscendo ad esaltare le sue doti comiche ed interpretative. Anche se sulla carta può apparire un paragone irriverente e cinematograficamente blasfemo, il personaggio di Leone risulta un giusto ed equilibrato mix tra Johnny Stecchino e Forrest Gump, conservando le peculiarità artistiche di Ballerina. Gli sceneggiatori sono stati bravi nel costruire una storia semplice, lineare, magari prevedibile, ma comunque capace di regalare più di un sorriso e mantenendo fino alla fine vivo l’interesse dello spettatore. Il film risulta godibile, divertente e, seppure di respiro televisivo, si lasciando guardare grazie a un cast di valore, esperto e talentuoso anche in ruoli comici diversi da quelli solitamente indossati come nei casi di Tony Sperandeo ed Enrico Lo Verso, come coppia riuscita e divertente di mafiosi tutta da ridere. Herbert Ballerina supera l’esame di laurea cinematografica in maniera più che dignitosa dimostrando che può essere qualcosa in più di una valida spalla di Maccio Capatonda. Infine, merita una menzione speciale Daniela Virgilio per essere riuscita con bravura a dare credibilità, umanità e intensità al personaggio di Sonia. La mafia si può vincere anche con l’arma dell’ironia e questo film ne è una valida conferma.   Il biglietto d’acquistare per “Quel bravo ragazzo” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.   “Quel bravo ragazzo” è un film del 2016 diretto da Enrico Lando, scritto da Enrico Lando, Ciro Zecca, Luigi Luciano, Andrea Agnello, con: Luigi Luciano (Herbert Ballerina), Daniela Virgilio, Tony Sperandeo, Ninni Bruschetta, Enrico Lo Verso, Luigi Maria Burruano, Giampaolo Morelli, Jordi Mollà, Maccio Capatonda.  

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