Napoli Film Festival: SchermoNapoli Doc giorno 4, le recensioni

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Napoli Film Festival: SchermoNapoli Doc giorno 4, le recensioni
Settembre 30
Quarto giorno di proiezioni per il Napoli Film Festival. Per la sezione SchermoNapoli Doc tre i docufilm proiettati ieri, Giovedì 29 Settembre, al PAN: Faber Navalis di M. Borriello, Mirabiles – I custodi del mito di A. Chetta e M. Perillo e Instabile di A. Chetta. Tante le riflessioni e le suggestioni offerte da questo pomeriggio di cinema, diversi i temi affrontati, un fil rouge che collega idealmente i tre documentari. Tutti e tre infatti hanno un’impronta antropologica, che li ha resi, ciascuno a suo modo, interessanti e meritevoli di approvazione.   In Faber Navalis Maurizio Borriello è interprete, regista, videomaker. Potremmo dire l’assoluto protagonista. Eppure così non è. Tutta l’attenzione della telecamera, nei 30 minuti di documentario, è concentrata sul lavoro e l’interprete, il lavoratore, è solo lo strumento attraverso cui il lavoro prende vita e può essere mostrato. Un lavoro da riscoprire ed ammirare, fatto di precisione, costanza, sacrificio, rispetto. Il lavoro artigiano, quello del restauratore di antiche imbarcazioni in legno. Ecco che con il suo docufilm, Borriello sollecita al riappropriarsi di mestieri del passato, così lontani dal nostro modo di intendere il lavoro-da qui il titolo in latino-ma vuole anche riflettere sul lavoro come possibilità di completamento di sé, proponendo un parallelismo tra approccio artigianale al lavoro e alla cinematografia, avendo realizzato interamente da solo il suo film. L’apertura di un portone segna l’inizio della giornata lavorativa, una tra le tante. Nord della Norvegia: silenzio, solitudine, rapporto-necessario-con la natura. Il ritmo è scandito dal lavoro delle mani, dal suono degli attrezzi, dal rumore delle assi di legno, dal battere dei chiodi, dallo scoppiettare del fuoco con cui Borriello forgia ciò che gli serve per completare la sua opera, emblema del riscoprire la capacità dell’uomo di risolvere autonomamente i problemi, la necessità di farcela da solo, anche quando il clima intorno è ostile. Riflette così Borriello sul lavoro come sfida. Mani che accarezzano compiaciute il legno perfettamente levigato, soffi di trucioli, utensili in primo piano rendono superflue musica e parole, assenti e per così dire “spostate” solo al termine del documentario, che si chiude, sulle note di Francesco Di Bella, con la chiusura di quello stesso portone che si apriva all’inizio del film.   Registro comunicativo completamente differente per Mirabiles – I custodi del mito di Alessandro Chetta e Marco Perillo, che hanno scelto di documentare, di cristallizzare una realtà del tutto particolare. Quella che si vive e si respira alla Tomba di Agrippina, alla Piscina Mirabilis, al Teatro Romano di Miseno, alla Grotta della Dragonara e alla Grotta della Sibilla al Lago d’Averno. Protagonisti del loro film non tanto i cinque siti archeologici “minori” dei Campi Flegrei, sebbene non venga tralasciato il loro immenso valore storico, architettonico e culturale, quanto i loro “custodi”, uomini e donne che dedicano parte della loro vita alla cura di questi siti, evitandone l’oblio e promuovendone, con tutti i limiti del caso, la conoscenza e la salvaguardia. Ad eccezione della giovane Imma, custode della Piscina Mirabilis, subentrata alla nonna, i custodi sono tutti anziani e con grande sacrificio portano avanti un impegno che sentono come una responsabilità e un dovere per la propria terra e per le proprie radici, ma anche come un grande motivo di orgoglio. Chetta e Perillo accompagnano lo spettatore in un viaggio umano, attraverso le storie, le vite e l’ironia di ciascuno dei cinque custodi, pregni di un’umanità che secondo gli autori andava raccontata e immortalata. Memoria storica e gratitudine per la dedizione con cui i custodi vivono la propria missione sono ciò che non può non rimanere dopo aver visto Mirabiles. Altro viaggio umano è quello che compie Alessandro Chetta in circa un’ora di Instabile, raccontando momenti gloriosi e vicissitudini che il regista Michele Del Grosso ha vissuto e vive tuttora insieme al suo Teatro Instabile (TIN), nel cuore di Napoli, in Vico Fico al Purgatorio. Tanti i momenti che l’autore ha documentato nella sua opera, a stretto contatto con il suo protagonista, uomo che con mille difficoltà porta avanti quel piccolo grande gioiello che è il Teatro Instabile, legato a nomi importanti della scena teatrale nazionale ed internazionale e del teatro d’avanguardia. Passione sfrenata per vecchi libri e i manifesti cinematografici, un carattere apparentemente burbero e profondamente ironico, uno sguardo talora malinconico, talora fiero, Del Grosso racconta alla telecamera aneddoti tratti dall’incontro con artisti che hanno segnato la cultura di Napoli, da Pino Daniele a Massimo Troisi passando per Eduardo de Filippo. Passeggiate tra le vie di Napoli spulciando tra le bancarelle alla ricerca di testi, momenti di quotidianità, progetti, prove in teatro, confessioni sono raccolte da Chetta. Sullo sfondo i rumori della città, spesso osservata dal basso: il vociare dei passanti, le urla dei bambini, il rumore dei motorini e delle auto. Il lavoro di Chetta è suddiviso in capitoli, momenti che segnano l’avvicinamento al “Pulcinella day”, il giorno di posa della statua di Pulcinella, proprio in Vico Fico al Purgatorio, fortemente voluto da Del Grosso e diventato un vero e proprio amuleto della città. Ciò che rimane è la convinzione che con la cultura si possa e si debba ancora mangiare, soprattutto a Napoli.
Raw is Jericho!!!
Settembre 30
Per un periodo di tempo medio-lungo non ho visto Monday Night Raw. Questo non perché mi fossi disamorato del prodotto o chissà che, la ragione è che il MySky aveva smesso di registrare, quindi col cappero che mi svegliavo alle 2 del mattino per vedere qualcosa di diverso da Wrestlemania.   Come dite? Lo fa in replica il giorno dopo a un orario umano? Certo, ma sono quasi sempre fuori a quell'ora!   Come dite ancora? Da quando in qua in NerdZone si parla di wrestling? Effettivamente, benché sia una novità qui, non lo è per la rivista che una volta, nella sezione sport aveva la sotto-sezione Sports Entertainment. Inoltre, settembre è agli sgoccioli, l'unica serie TV che sto seguendo è Wayward Pines (lo so che ne ho parlato male non una, non due, ma tre volte) e dopo aver provato, senza successo, a scrivere un pezzo di retrogaming, non mi restava che tornare alla cara, vecchia WWE.   Fine dei preamboli.   Martedì ho rivisto Raw (sì, ho chiamato il tecnico, nel frattempo) e, benché relativamente digiuno di rivalità e persino di nuove superstars, non mi è dispiaciuto più di tanto quanto visto in TV. Tuttavia, proprio perché non ferrato sulle attuali storyline, dirò quello che ho apprezzato nell'immediato, nell'attimo...   «RAW IS... JERICHOOOOOOOOOOOO!!!»   Ebbene sì, sarà che sono vecchio, nostalgico o che altro, ma io continuo ad impazzire per Chris Jericho: ignoro quale sia la sua situazione contrattuale, se debba girare qualche film, andare in tournée coi Fozzy, prendere un aperitivo con Iron Sheik o altro. Quello che importa è che, a dispetto di qualche ruga (e tatuaggio?) che prima del mio forzato periodo di break non c'era, sembra mantenere la solita verve e capacità di intrattenere il pubblico.   Un face coi controfiocchi, ma ancora meglio come heel, vista la sua capacità di insultare e sminuire il pubblico con classe e senza ricorrere a cliché come insultare la squadra locale o che altro. Il modo in cui modifica le vocali finali di una parola e alza leggermente il tono della voce è inimitabile («Raw is Jerichoooooaaaaahhh!» «The Ayatollah of Rockarollaaaaaahhhh!» o «Shut up, Junioaaaaarrrrrhhhhh!» tanto per fare i primi tre esempi che mi vengono in mente...), e funziona sia da babyface che da heel, riuscendo ad esaltare la folla nel primo caso e a innervosirla nel secondo. Per non parlare degli «Huh?» alla fine di ogni frase che contribuiscono ad aumentare l'heat nei suoi confronti, o, per ritornare al presente, "The List of Jericho"! Come non pensare alla sua lista delle 1000 e dispari mosse?   Certo, per quando mi piaccia Kevin Owens, non posso dire di essere felice di vedere Y2J "relegato" al ruolo di leccapiedi o comunque di qualcuno presentato come inferiore a chicchesia, ma mi rendo conto di non poter parlare più di tanto senza conoscere le dinamiche attuali e le scadenze del contratto.   Mi giungono voci di uno Smackdown! Nettamente superiore alla sua controparte rossa (il che mi riporta a tempi lontanissimi), ma devo ammettere che fin quando il buon Chris continuerà a lottare – o anche solo ad intrattenere – come solo lui sa fare, uno slot del mio MySky sarà sempre libero per Monday Night Raw!   «1. Armdrag, 2. Armbar...»
Napoli Film Festival: Schermo Napoli Doc giorno 3, le recensioni
Settembre 29
Nella terza giornata del Napoli Film Festival, per la sezione NapoliSchermo Doc, sono stati proiettati due documentari dai contenuti completamente divergenti, ma con una peculiarità in comune: entrambi mostrano degli aspetti della nostra cultura, che probabilmente risultano sconosciuti e ignorati dalla maggior parte dei cittadini napoletani. Contro Corrente di Nicola D’Auria e Vincenzo Martone, è una full immersion nella vita dei canottieri del Circolo Nautico Stabia, uno dei club di canottaggio più titolati d’Italia. In particolare, si racconta l’esperienza dell’atleta 23enne Francesco Schisano, attualmente vincitore di due ori mondiali il quale, nel 2013, è stato costretto ad abbandonare la sua carriera a causa di una diagnosi di aritmia cardiaca; dopo tre mesi, durante i quali il ragazzo è stato spesso sul punto di arrendersi del tutto, l’idoneità sportiva gli è stata restituita. Francesco ha deciso così di ricominciare, affrontando una sorta di rinascita dal punto di vista sia fisico che mentale. Sullo sfondo dello splendido paesaggio marittimo di Castellammare di Stabia, si possono ammirare la passione e il sacrificio che il protagonista e gli altri compagni mettono ogni giorno nella loro attività sportiva, svegliandosi all’alba, prima di andare a scuola, per allenarsi sulle onde del mare. La nota triste è che uno sport così florido e costruttivo come il canottaggio sia ritenuto ‘minore’ nel nostro paese, mentre viene dato ampio spazio ad altre attività come il calcio e la Formula 1. Nel documentario di 75 minuti Napolislam, del regista Ernesto Pagano, vengono raccontate le vite di dieci napoletani che hanno deciso di convertirsi all’ Islam. Il film è stato girato nel periodo degli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, avvenuti nel 2015, e la sua pubblicazione era prevista per lo scorso novembre, ma è poi stata annullata in seguito alla seconda serie di attentati accaduti sempre a Parigi. Il corto mette in evidenza come la capitale campana sia più islamica di quanto si creda e quanto in parte della città la fede nel Corano e nelle tradizioni folkloristiche convivano pacificamente. Confrontando vari tipi di conversazioni, tra mariti di fede islamica e mogli non ancora convertite, parrucchiere e clienti scettiche, figlie e madri diffidenti, vengono a galla temi quanto mai attuali, come ad esempio il dibattituo sull’ISIS e la sua correlazione con la religione islamica, o ancora il confronto tra le leggi dettate dal Corano e quelle Bibbia. Spesso i convertiti di cui si raccontano le vicende erano cattolici praticanti che affermano di aver trovato nell’Islam più conformità ai valori personali rispetto alla religione cattolica. Inutile dire che queste persone disapprovano l'Islam come metafora del terrore e lo promuovono esclusivamente come modello di civiltà.  
Napoli Film Festival concorsi: SchermoNapoli Corti giorno 3, le recensioni
Settembre 29
Mercoledì 28 Settembre 2016, terza giornata del Napoli Film Festival. Alle ore 16 si parte con la sezione SchermoNapoli Corti al cinema Metropolitan. Le opere presentate spaziano dal dolore causato da un dramma interiore alla pura comicità. Dal drammatico-sociale al comico d'azione.   Con Alters, Marianna Adamo racconta la vita di Benedetta, donna rinchiusa tra le mura di casa, diventate una vera e propria “prigione” che mette a nudo il suo vero inconscio. Il pavimento rossastro dell'appartamento mostra come le paure della ragazza siano razionalmente nascoste da alibi apparentemente perfetti, ma che alla prima scossa cadono come una pila di carte. Diva, di Giuseppe Imparato, mostra una donna che vive in un appartamento in periferia. Il suo goffo aspetto e il suo carattere solitario la portano ad avere una vita monotona che oscilla tra il lavoro di netturbina e la Chiesa. La sua routine viene interrotta da un incontro,che per lei rappresenterà una svolta fondamentale. Un corto finalizzato alla riflessione sociale che, in 17' minuti, fa arrivare il messaggio forte e chiaro. Antonio Longobardi, con Scanner, ha voluto raccontare la vicenda di una cassiera con una passione nascosta. Di sera, nel soggiorno di casa, si esibisce nell'arte del burlesque. Il regista precisa che la storia della donna rappresenta quella di sua madre. - Ho voluto raccontare una storia realmente accaduta perché per me realizzare un'opera significa raccontare qualcosa di proprio, non seguire la moda con i temi del momento  -queste le sue parole. Consigliato. Passiamo sul versante comico con 'E Sfaticat di Gianfranco Antacido. Un inestimabile dipinto del Caravaggio, La Natività con i Santi Lorenzo e Francesco D'Assisi, scomparso dagli anni settanta, oggi riempie la parete di casa del boss napoletano Angelo Russo. Nicola e Mattia, due ragazzi sfaticati. senza un mestiere e senza soldi, decidono di dare una scossa alla loro vita trafugando il dipinto con l'aiuto di un loro professore d'arte per poi rivenderlo in Spagna. Riusciranno nell'impresa? Divertente e di facile interpretazione è Ratzinger vuole tornare di Valerio Vestoso. 10' minuti di risate genuine durante le quali il manager di Papa Ratzinger tenta di rilanciare la sua immagine in tutti i modi possibili ed immaginabili. Consigliato. Colpisce Once upon a time a kid, di Francesco Eramo.Tom, aspirante scrittore, lavora come operatore in un call center di una ditta di lavatrici per guadagnarsi da vivere. Particolare è l'intrecciarsi delle scene che ritraggono la sua vita quotidiana, tra i pensieri, i lavoro, la macchina da scrivere e le scene di lui bambino su di una spiaggia sconfinata. Sguardi poco lucidi e piccoli segnali di disagio sociale appaiono man mano che il corto si avvicina al suo epilogo. Girato in Polonia, si nota la collaborazione del regista con la Scuola Nazionale di cinema, teatro e televisione di Łódź, dato l'ottimo montaggio, la superba qualità visiva oltre che l'interessante e toccante trama. Consigliato. Mamma della nota attrice Rosalia Porcaro: 5' minuti coinvolgenti che mostrano il dolore di una donna napoletana per la perdita della persona amata. Come ultima proiezione: Il ballo dei pomodori di Alessandro Derviso, commedia. Tre amici cercano di ricattare il noto imprenditore Manetti, per evitare che il night club, gestito da uno dei tre, torni nelle mani del proprietario. Una serie di eventi rocamboleschi e di situazioni imbarazzanti porteranno i tre ad un lieto fine alquanto inaspettato.
Paolo Di Orazio, tra libri e musica
Settembre 29
Nato a Roma nel 1966, Paolo Di Orazio inizia la propria storia editoriale 30 anni fa pubblicando il primo fumetto horror Gastrofobia su «Fichissimo» (Epp, 1987) e scrivendo racconti porno su altri mensili hardcore, tascabili sul genere “Le Ore”. La passione per l’horror nasce fin da ragazzino con “I racconti di Zio Tibia” e i racconti a fumetti di Edgar Allan Poe. All’età di circa 10 anni si avvicina alla musica suonando con gruppi di quartiere, ma il gruppo principale diventerà Latte e i suoi Derivati con il quale debutta nel 1992, al Classico. L’impegno musicale di quegli anni lo costringe a rallentare con l’editoria.   Nel 1997 ripubblica con Castelvecchi Primi Delitti, un’antologia di racconti scritti nel 1989. Nel 2013, grande ritorno con Splatter un mensile cult di cui è coordinatore oltre che proprietario insieme a Paolo Altibrandi, edito da Elm Street House. Da questo momento ripartono le varie iniziative editoriali con il romanzo Debbi la strana (2014). Nel 2016 invece esce Mar Dulce, libro che vanta la partecipazione di Peter Straub con La ballata di Ballard e Sandrine, novella vincitrice del Bram Stoker Award, di Caleb Battiago (alias Alessandro Manzetti) con Midnight Baby- horror Lolita e di Stefano Fantelli con La Vergine, la Madre e la Vecchia Signora (curatore di cut up).Insieme ad Alessandro Manzetti, pubblica anche un’antologia in inglese dal titolo The Monster and the Bad and the Ugly.      Ultima uscita, forse la più importante di tutte è Nero metafisico, 23 racconti tra la carne e l’inferno pubblicato a giugno e presentato in anteprima a Roma; una serie di racconti che hanno visto la luce dal 90’ ad oggi. Queste novelle, spaziano tra i temi più svariati si passa dal noir, al surreale fino ad arrivare alla possessione demoniaca, che traspone la parte più intimista e nera dall’anima di Paolo.     Abbiamo incontrato Paolo e gli abbiamo fatto qualche domanda: Paolo, pensi che il tema dell’horror e dell oscuro abbia messo il focus sull’approccio che hai con la vita reale, o nelle tue relazioni interpersonali? No, è solo una mia forma di esplorazione creativa, che va dal disegno alla scrittura. Nelle relazioni, spesso è stato motivo di diffidenza nei miei confronti. Le persone che non mi conoscono, le donne soprattutto, mi hanno sempre chiesto (scherzosamente o seriosamente) se intendessi farle a pezzi una volta rimasti soli. Usando puntualmente questa immagine. Non ucciderle, né violentarle, nè appenderle al soffitto. Tutte temono che io possa farle a pezzi. Un refrain universale. Perché se quelle cose le scrivo – mi viene detto – io le penso, e se le penso, le ho nella testa. Va da sé, che finirò con lo sposarmi una perfetta cultrice dell’horror.   Com’è Paolo nella vita? Metto in primo piano il lavoro nella vita, pertanto sono una persona abbastanza solitaria, prediligo la dimensiona casalinga, mi reputo una persona tranquilla che comunque ama la compagnia e la convivialità. Amo particolarmente le commedie americane anni 50’, i cartoni animati, da Matt Groening coi  Simpson a Miyazaki con le sue favole arrivando fino a Trey Parker con South Park; mi appassionano molto anche  i documentari su una grande varietà di temi come medicina, ufologia, chirurgia, mostri, storici, musicali.   Oltre che scrittore, sei anche il batterista degli LSD, il “Billy “Cobam” de no antri insomma, che ruolo riveste la musica nella tua vita? E’ fondamentale, perché, soprattutto molte canzoni del passato, mi sono di costante ispirazione, dai Led Zeppelin ai Deep Purple ai Van Der Graaf Generator, penso di non aver mai vissuto un giorno senza ascoltare musica. Come batterista, non l’ho mai vissuta a livello professionale, nel senso che non ho mai studiato per diventare un session man, quindi il mio è un approccio a metà. La mia musica, mentre suono, è puro istinto.   Hai in programma altri progetti editoriali ? A Novembre è prevista l’uscita del nuovo romanzo Il Morso dello Sciacallo (edito da Vincent Books): ambientato a Roma, ruoterà attorno al plagio mediatico di massa. Entro il 2016 uscirà anche un antologia di racconti dal titolo Splatter Flash Fiction di autori esordienti italiani con la partecipazione di due “rockstar” del panorama splatterpunk americano. Poi, per la prima volta, traduco il romanzo di un altro autore, Jack Ketchum, il cui titolo è Offspring, bisognerà attendere però fino al 2017, anno in cui pubblicherò anche il secondo capitolo di Debbi la strana all’interno del quale ci sarà un Cadeau per i fan.   C’è qualcosa che vuoi dire lettori di MYGENERATIOWEB? Spero di incontrarvi presto nuovamente qui, e di aver, in qualche modo conquistato o incuriosito, qualche lettore che non ha ancora scoperto il piacere dell’horror.
ANTEPRIMA: Ben-hur o dell'inutilità di un remake
Settembre 29
Avviso ai miei due lettori: questa recensione è scritta per senso di responsabilità e rispetto nei confronti del mio caporedattore Emma di Lorenzo e per il cortese invito ricevuto dalla Universal. In assenza di questo, mi limiterei a scrivere: non andate al cinema a vedere questo inutile remake e recuperate il Ben-Hur del 1959 con Charlton Heston. Fatta questa doverosa promessa, mi avventuro nell’ardua impresa di commentare una pellicola che ha solo il nome in comune con il prestigioso e meraviglioso kolossal che ha fatto la storia del cinema. L’appello che posso rivolgere ai giovinastri incuriositi dalle immagini di battaglia in 3D e, magari, coinvolti dall’eccitante gara tra Ben-Hur e il fratellastro Messala con la quadriga nel circo è non fermatevi solo agli effetti speciali, a tratti inutili, ma approfondite la storia. Ben-Hur è più di un racconto di riscatto, tradimento e vendetta, come è stata impostato in questo remake. Il principe Giuda Ben-Hur, ingiustamente accusato di aver attentato con una freccia alla vita del governatore Ponzio Pilato (in realtà l'incidente è causato dalla caduta di una tegola dovuta alla disattenzione della sorella di Ben-Hur), è fatto schiavo e costretto per cinque anni alla dura vita all'interno di una galera romana con la sua famiglia brutalmente carcerata. Il Ben-Hur del 2016 si distacca molto da quello del 1959 e, in questo voler cambiare e modernizzare perde di forza, fascino e spiritualità. La sceneggiatura di questo remake è davvero ben poca cosa risultando poco incisiva, opaca, alla stregua di una soap opera, piuttosto che di un film storico di ampio respiro. La spiritualità è imputabile al profondo e intenso legame che univa la storia di Ben- Hur a quella di Gesù e a come il primo sia “toccato” dalla bontà e forza mistica del secondo. In questo remake, Messala è disegnato come un giovanotto romano desideroso di riscattare il tradimento del nonno, quando invero era forte la voglia di avere una propria autonomia e indipendenza. La sola e maestosa interpretazione di Heston merita la visione del film originale: il suo carisma, la forza e la personalità hanno consegnato il personaggio di Ben- Hur alla storia. Al contrario, dell’intero cast del remake 2016 difficilmente rimarrà traccia già nei prossimi mesi tra gli appassionati dei film storici, nonostante la presenza di Morgan Freeman. Il Ben-Hur del 2016 abusa del 3D cercando di trascinare lo spettatore all’interno delle scene più importanti, come lo speronamento della nave romana da parte dei greci e la corsa tra Ben-Hur e Messala, senza però riuscire nell’intento. È la conferma ulteriore che gli effetti speciali a volte danneggiano un film piuttosto che lanciarlo. Sicuramente la pellicola è bella da vedere per le ambientazioni e ricostruzioni, ma basta fare un breve raffronto con il film del 1956 per rendersi conto dell’abissale differenza artistica. La regia di Timer Bekmambetov, pur disponendo di nuove e avanzate tecnologie e di grandi risorse rispetto alla direzione di William Wyler (Ben Hur 59) è modesta, scolastica e priva di una precisa identità e grandezza artistica. Il Ben-Hur del '59 vinse undici Oscar e tutt’ora rimane un film da vedere e ammirare fino all’ultimo fotogramma, quello di oggi, osservando anche solo il finale in stile Beautiful, spinge lo spettatore a ricordare con malinconia le serate con I Bellissimi di Rete 4.   “Ben – Hur” è un film del 2016 diretto da Timer Bekmambetov, scritto da : John Ridley, con : Jack Huston, Toby Kebbell, Morgan Freeman, Rodrigo Santoro, Nazanin Boniadi,Ayelet Zurer, Sofia Black-D'Elia.   Il biglietto d’acquistare per “Ben-Hur” è: 1) Neanche regalato (Con Riserva) 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.
Napoli Film Festival: SchermoNapoli Doc giorno 2, le recensioni
Settembre 28
La seconda giornata del Napoli Film Festival, nella categoria SchermoNapoli Doc con sede al PAN, ha visto concorrere tre opere caratterizzate da forme ed espressioni molto distanti l’una dall’altra. Ciccillo Sopravvisse, la cui regia è stata curata da Michele Salvezza, racconta con modalità particolarmente inusuali l’alluvione avvenuta nel Sannio lo scorso ottobre 2015. All'inizioviene mostrato un luogo di campagna del beneventano durante la fase post- alluvionale: due anziani coniugi narrano la loro perdita di quasi 300 animali, dei quali solo Ciccillo si è salvato. L’autore ha volontariamente deciso di non focalizzarsi sugli aspetti tragici dell’evento, dei quali si è più volte parlato, ma su aneddoti del tutto inaspettati, che riguardano l’ambiente e la natura. Prima fra tutti è la riscoperta dell’antico ponte dell’Isca, rinvenuto dopo l’alluvione. Solo nel finale, poi, il celeberrimo Ciccillo si palesa ai nostri occhi: un innocuo e vanitoso pavone, salvatosi volando su un albero di noci. In My Little Napoli, Mariangela Ciccarello riporta in modo autobiografico la sua esperienza di trasferimento a Brooklyn dove, per un caso beffardo del destino, ha incontrato una famiglia campana che l'ha accolta in casa come fosse di famiglia. Nell'abitazione, arredata nello stile tradizionale di una Napoli degli anni ’60, con foto e santini sparsi tra gingilli e vecchi soprammobili, Mariangela trova una sorta di rifugio per l’anima. Frequentando la signora Rosa, la ragazza ritrova il senso di calore e ospitalità che le trasmetteva sua nonna, così come le vecchie tradizioni, l’amore per la cucina e per i nipoti. D’altra parte, però, la protagonista rivive il contrasto e il disagio di chi riconosce nel folklore napoletano alcuni ‘falsi valori’, come ad esempio l’archetipo, dettato principalmente dalla Chiesa e dalla figura della Madonna, della donna completamente asservita agli uomini di famiglia e immune da ogni tipo di peccato. Mariangela, che è anche voce narrante fuori campo, la sua figura non compare mai nel corto, rivive così quei ‘limiti’ che l’avevano portata a lasciare da parte il coraggio e fuggire via dalla sua amata città, che resterà solo un bellissimo e doloroso ricordo. Flat Tyre – An American Music Dream è un viaggio di 42 giorni, dall’aeroporto di Capodichino a Nashville (passando per New York e il Tennessee) compiuto dal sestetto di musica bluegrass napoletano La Terza Classe, riassunto poi dal regista Ugo Di Fenza in 71 minuti che racchiudono i momenti chiave della loro esperienza on the road. È impossibile non lasciarsi travolgere dall’entusiasmo e dalla voglia di vivere e far musica di questi ragazzi, che si sono lanciati in un'avventura per conoscere a fondo le origini del genere musicale da loro prediletto e per vivere sulla loro pelle i luoghi e le atmosfere in cui la musica folk e country hanno preso piede fin dagli albori. Durante il loro percorso la band è entrata in contatto con molti artisti famosi, anche in modo del tutto casuale e non programmato; è nello stesso modo che incontrano anche Jim Lauderdale, celebre cantautore bluegrass statunitense: l’artista li incrocia su un’ autostrada dove i ragazzi restano bloccati per via di una ruota bucata del loro van noleggiato; tra Jim e la band è nata una collaborazione che dura ancora oggi.
Napoli Film Festival: SchermoNapoli Corti giorno 1, le recensioni
Settembre 27
La prima giornata del Napoli Film Festival si chiude con la presentazione della sezione SchermoNapoli Corti, una vetrina di scorci proiettati maggiormente sul sociale, sull'uomo, con le sue gioie, i suoi incubi, le sue fantasie, i suoi drammi.   E. Arciprete articola in 27 minuti un interessante connubio di cinema espressionista e steampunk, descrivendo con sadica minuzia il rapporto tra uomo e psiche, tra equilibrio e delirio, fino a farli intrecciare confondendo così tempo e spazio e trascinando Nathanael, giovane studente universitario, in un turbine di realtà grottesche ed inquietanti da cui è perseguitato.   Altra storia per La Panda, di A. Sateriale, sottilmente incisivo nel dibattito sulle piaghe del Meridione, prima fra tutte una mafia che trova espressione nei gesti più insignificanti, quelli della gente comune che porta a termine nella quotidianità un processo che, partito dall'alto, si è radicato ormai nelle terre del profondo Sud. Sateriale sa descrivere in quattro minuti, e con squisita inventiva, la tanto trattata fragilità del Meridione.   G. Prisco affronta il tema della sofferenza, plasmata sul grande schermo da un commovente Leo Gullotta, un nonno finito in carcere per aver acquistato un acquilone a sua nipote in un giorno di festa, un uomo ormai lacerato, trasformato dalla tristezza e dalla desolazione. Esattamente un anno dopo, l'uomo e sua nipote tentano entambi, seppur distanti tra loro, di redimere le proprie sofferenze. Le strade intraprese sono diverse, opposte, entrambe tendenti ad una felicità troppo lontana seppur nutrita da un'ambizione sognante. Il carcere, la distanza, cancellano tutto, la speranza, la saggezza, la prudenza, ma non il sogno, l'ambizione... ovunque essa porti.   C.Scognamiglio ci mostra il casuale incontro di due killer, un scontro tra due intelligenze matematiche e l'improvviso, geniale scacco finale.   Dentro di me, di N.Mucci, mette a fuoco tramite una vicenda di femminicidio, il rapporto tra violenza e psiche, sviscerando l'innaturalità dell'omicidio, la necessità di vendetta, di reazione alla tara sociale che pone la donna in una posizione di continuo svantaggio rispetto all'uomo. Mucci fonde la poesia al folklore della lingua, espressione del contrasto tra reazione e rassegnazione facendo della sceneggiatura un intenso, profondo monologo di una donna ferita dall'amore e dalla società in cui vive.   Stupisce per l'eleganza delle immagini e dello stile, per la raffinatezza dell'idea Nel cappello di C. Sorrentino, un susseguirsi di colori, impressioni, emozioni sotto gli occhi di un'artista di strada, spettatore della quotidianità intensissima che si consuma in una piccola piazza, teatro delle meraviglie grazie alla ricchezza delle diversità.   D.Russo presenta Il primo bacio, storia di apparenze e di inganni, celati dietro al bell'aspetto ed alla bonarietà di Arturo, uomo anziano e servizievole, subdola presenza in una famiglia che lo crede sincero e che invece ignora una sua particolare, dissoluta, inaspettata devozione. La catastrofe è sempre a un passo, la scabrosità è sempre vivida, in particolare nel vedere negli stessi elementi di crudeltà, simboli di devozione e di amore assoluto: il bacio.   Musicamia è un capolavoro di scrittura per immagini. Non c'è infatti altro tipo di comunicazione se non quella per immagini, in un continuo, imperturbabile flusso che racconta con dociltà i pregi infiniti del fallimento. L'ambizione è racchiusa nella cornice della città partenopea, una Napoli ingabbiata dalle sue geometrie spigolose e con essa anche i sogni di un giovane disegnatore, un ragazzino, un sognatore che viene rifiutato assieme ai suoi desideri, e che troverà invece un rifugio soave, pieno di piacere rincorrendo il frutto del suo fallimento.   Figli di Medea, di M. Di Rosa è il ritratto di una realtà deviata, lontana dagli equilibri convenzionali, la realtà di una terra che uccide continuamente i suoi figli, che prova a mettere in fuga chi cerca la speranza pur non riuscendoci. 
Napoli Film Festival concorsi: SchermoNapoli Doc giorno 1, le recensioni
Settembre 27
La sezione documentaristica dell’edizione 2016 del Napoli Film Festival (Schermo Napoli Doc Sezione I) è iniziata con tre opere molto diverse tra loro per struttura e contenuti, ma accomunate dalla grande professionalità della realizzazione. D’altronde, non poteva essere altrimenti, alla luce del curriculum degli artisti in gioco: dal giovane regista Giuseppe Alessio Nuzzo, habitué della rassegna napoletana e già passato quest’anno al Lido di Venezia per il progetto del suo primo film di finzione con cast importante, al filosofo-antropologo-“detective dell’arte” Bruno Fermariello, aiutato dal regista Angelo Paino (collaboratore da anni della Rai di Napoli), per finire con Federico Di Cicilia, irpino classe ’73 con importanti esperienze (assistente alla regia di Martone e Scola; già autore di film e documentari) nel proprio bagaglio artistico.   Ad aprire dunque le danze è stato Normale #Lafede, di Giuseppe Alessio Nuzzo, terzo di tre brevi documentari incentrati su storie tanto vere quanto incredibili. Qui si concentra sulla vita di Anna Bifulco, una quarantenne di Giugliano felicemente sposata, ma con un elemento molto differente rispetto alle coppie standard: ben nove figli. Un “peso” che per la donna è un dono meditato e voluto, nonostante le mille difficoltà, alleviate dal conforto della fede e del suo impegno nel sociale. Un documentario breve ma intenso, forte dell’accompagnamento musicale di Adriano Aponte, giovane musicista napoletano già affermato a livello internazionale. Consigliato a chi crede che ci sia una exit strategy per l’inverno demografico italiano. Inoltre, se la Lorenzin lo avesse visto, la sua campagna sul “fertility day” sarebbe stata meno sconclusionata, prendendo spunto dalla vita reale.   A seguire, Arte in campo, regia di Angelo Paino, testo e voce di Bruno Fermariello, cuore pulsante del progetto. Scenario è il campo rom di Secondigliano, ripreso secondo canoni molto differenti dalla solita narrazione di degrado e criminalità, che pure non vengono negate. Il focus del documentario è però il dipanarsi del progetto di un laboratorio femminile di pittura: Fermariello infatti, fin dalla sua esperienza con detenute rom a Nisida, ha scorto forme archetipiche nella loro espressione pittorica, memoria genetica delle loro remote origini. Andando nel campo, “sporcandosi le mani”, ha voluto trovare conferma della sua intuizione. Il suo lungo racconto fuori campo è spezzato dalla breve, eppur prorompente, perfomance canora di Cristina Donadio (la Scianel di “Gomorra-La Serie”) nella giorno della festa della donna di tre anni orsono nel campo nomadi. Consigliato a chi vuole conoscere una cultura altra celata a due passi da casa.   Infine, Irpinia Mon Amour di Federico Di Cicilia. Il titolo è un colto omaggio a uno dei capolavori del cinema di ogni tempo, firmato da Alain Resnais agli albori della Novelle Vague. L’opera è un docu-film a episodi, in cui si intrecciano tre storie di giovani uomini meridionali costretti a fare i conti con il fardello storico, politico e sociale di una terra che una certa oleografia vorrebbe paradiso felice, e che Di Cicilia rappresenta invece come l’epitome della questione meridionale: politica predatoria, pochi sbocchi di lavoro, la fuga rappresentata indifferentemente da un tentativo di suicidio (che non sarebbe dispiaciuto al profeta del teatro dell’assurdo, Eugène Ionesco) o dall’arruolamento. Consigliato a chi sogna ancora che il cinema possa smuovere animi e coscienze.
Napoli Film Festival: i concorsi
Settembre 26
Dopo la preapertura di venerdì 23 settembre, parte oggi il Napoli Film Festival 2016, giunto alla sua diciottesima edizione. Tema di quest'anno è il confine. MYGENERATION è Media Partner dell'evento. Con l'aiuto dei suoi inviati, la redazione accompagnerà i lettori alla scoperta di tre sezioni di concorso. - SchermoNapoli Scuola vede protagonisti i film dei ragazzi, suddivisi in due sezioni: 5 - 14 e 14- 18. Location: Cinema Metropolitan (lunedì 26 settembre ore 10) e Institut Francais Napoli(martedì 27 settembre ore 10). - SchermoNapoli Doc è la sezione dei documentari. Tra questi, Napolislam eNormale #La Fede di Giuseppe Alessio Nuzzo, che inaugura il concorso. Le proiezioni sono ad ingresso libero al PAN, da oggi a sabato 1 ottobre. - Terza sezione, SchermoNapoli Corti, come da titolo, sei giorni di corti tra i quali Stanza 52 di Maurizio Braucci, presentato nell'ultima edizione del Festival di Venezia. Location: Cinema Metropolitan. Posto unico: 5 euro, ridotto 4 euro per over 65, studenti universitari e convenzionati Napoli Film Festival. A questo link il programma completo -> http://www.napolifilmfestival.com/nff/sites/default/files/allegati/allegati_news/Programma%20Concorsi%20Napoli%20Film%20Festival%202016.pdf Oltre ai concorsi, tanti incontri, approfondimenti e ospiti: Claudio Giovannesi, i Manetti Bros. e Giuseppe Piccioni sono solo alcuni.   Gli altri concorsi: Europa/Mediterraneo Lunedì 26 Enclave [Enklave] v.o. sott. ita Martedì 27 Dust Cloth [Toz Bezi] v.o. sott. ita Mercoledì 28 Simshar [Id.] v.o. sott. ita Giovedì 29 Riverbanks [Ohtes] v.o. sott. ita Venerdì 30 Our Mother [D'une pierre deux coups] v.o. sott. ita Nuovo Cinema Italia Lunedì 26 Montedoro Martedì 27 Al di là del risultato Mercoledì 28 Non voltarti indietro Giovedì 29 Wide blue delivery Venerdì 30 L'ombelico magico     
Alla ricerca di Dory e i segreti del record al Box-office
Settembre 25
La pesciolina chirurgo più dolce e smemorata della Barriera Corallina è tornata nei cinema di tutto il mondo con Alla ricerca di Dory, prodotto dalla Pixar e distribuito dalla Walt Disney Pictures. La pellicola è il sequel di Alla ricerca di Nemo che, nel 2003, rappresentò il secondo grandissimo successo firmato Pixar dopo Toy Story (1995). Si tratta di uno spin-off poiché Dory, che nella prima pellicola era un personaggio caratteristico ma secondario, diventa l’assoluta protagonista di questo film d’animazione che la vede lasciare la barriera corallina australiana, dove vive con Nemo e Marlin, per andare alla ricerca dei suoi genitori fra i padiglioni di un parco oceanografico di San Francisco. Gli unici indizi che possono aiutarla nella ricerca sono degli sporadici flashback della sua infanzia. Questi flussi di memoria, sparsi come mollichine di pane nella foresta, rendono il film vicino ad Inside Out. Rispetto al suo predecessore, Alla ricerca di Nemo, la ricerca, filo conduttore che lega le due pellicole, non è ambientata nell’oceano ma all’interno di un parco a tema, i cui spazi acquatici ridotti sono interrotti da strade ricolme di visitatori che la nostra Dory dovrà attraversare per raggiungere il padiglione “Mare aperto”, nel quale spera di ritrovare la sua famiglia. Durante questo percorso pieno di gag esilaranti, Dory incontrerà numerosi compagni di viaggio. Oltre ai sempre presenti Nemo e Marlin, la pesciolina 'riabbraccerà' l’amica di infanzia Destiny, uno squalo balena miope che va a sbattere contro le pareti della vasca in cui vive, e Bailey, beluga convinto di aver perso l’uso dell’ecolocalizzatore naturale. Fondamentale sarà l’aiuto di Hank, un polpo a sette tentacoli dal carattere burbero che ha la fobia dell’oceano e dei bambini. Ogni personaggio vive quindi un disagio fisico e psicologico che lo rende vicino a Dory, affetta da sindrome della perdita della memoria a breve termine. Insieme supereranno i loro limiti, aiutando la pesciolina nella sua ricerca. La pellicola, distribuita nelle sale Usa il 17 giugno scorso, ha ottenuto un successo al box-office assolutamente straordinario. Si tratta del film d’animazione con il maggior incasso di sempre al botteghino nel weekend d’apertura. La cifra record ammonta ad oltre 136 milioni di dollari. Successivamente, il film ha incassato un totale di 479.800.00 milioni di dollari soltanto negli Stati Uniti. Nel resto del mondo l’incasso ha raggiunto la cifra di circa 451.200.000 milioni di dollari. Soltanto in Italia, dove il film è stato distribuito nelle sale il 15 settembre, nei primi quattro giorni l’incasso ha superato i 5 milioni di euro . Impallidiscono gli altri film, tra cui Trafficanti, che si accontenta di un mesto secondo posto al box-office italiano, con un incasso, a confronto ridicolo, di 879.300 euro. Un oceano d’oro, una sterminata barriera corallina di “verdoni”, uno tzunami di soldi. Il raggiungimento di queste cifre è reso possibile da un insieme di fattori fra cui la grande abilità delle produzioni cinematografiche di sfruttare Internet e i social network per divulgare, da molti mesi prima dell’uscita in sala, tre o quattro trailer diversi , inserti di ogni tipo, pagine ufficiali legate ai retroscena del film, foto, modalità di interazione diretta fra pubblico e attori, e tutto ciò che il marketing permette. Nel caso specifico della Disney, c’è da analizzare una peculiarità sicuramente diversa e straordinara. In ogni film d’animazione la Walt Disney costruisce personaggi secondari le cui caratteristiche sono talmente originali e peculiari che gli spettatori vengono attirati più da loro che non dai protagonisti. Questo permette alla Disney di renderli protagonisti di nuovi spin off, serie tv targate Disney Channel, sequel, prequel e tutte le operazioni di marketing allegate. Dory, pesciolina svampita, smemorata e fonte di infinita ispirazione per tante gag, rientra perfettamente nella serie di personaggi 'costruiti ad hoc' . Oltre a lei ricordiamo benissimo il successo che ebbero i simpaticissimi Timon e Pumba, Buzz Lightyear, la terribile Crudelia Demon, il Gatto con gli stivali, Capitan Uncino, il brillante Genio della lampada, Filottete, il fauno burbero che allena Hercules, e molti altri. La caratterizzazione dei personaggi secondari è sempre stata uno tra i principali strumenti di marketing adottati dalla Disney. Dory rientra così nel panorama di questo modello paradigmatico, pesciolina dal gran cuore e sempre ottimista, nonostante la perdita di memoria a breve termine, la cui dolce e insicura voce italiana è brillantemente prestata da Carla Signoris. Alla ricerca di Dory risulta una pellicola ben fatta, tecnicamente pensata per il 3D, dinamica e divertente, avvolta nelle varie sfumature di blu che il fondale marino propone.
Il lavoro nobilita. Alle volte uccide.
Settembre 25
Nella Costituzione italiana si riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, che costituisce il principio cardine della nostra forma di stato: il lavoro rappresenta il mezzo attraverso il quale i cittadini acquisiscono quanto necessario per il loro sostentamento. Purtroppo questo diritto spesso viene calpestato, da un lato da leggi che, seppur ritenute giuste dai nostri governanti, favoriscono la precarizzazione, dall'altro viene mortificato da molti datori di lavoro che non applicano adeguate misure di sicurezza sul luogo di lavoro, perché fonte di costi aggiuntivi, troppo esosi, per la loro attività imprenditoriale. Il mantra imprenditoriale è: ottimizzare il profitto contenendo i costi! Questi dati oggettivi si rivelano facce di una stessa medaglia poiché, in molti casi, costringono ad accettare anche quei lavori che hanno un indice di infortunio elevato, proprio per la mancanza di strumenti utili alla prevenzione. Accade così che ogni anno moltissime persone perdano la vita durante lo svolgimento dell'attività lavorativa, senza parlare di coloro che rimangono invalidi, più o meno gravemente. Sono molte le imprese che sfuggono alle loro responsabilità cercando di manipolare la realtà dei fatti per non riconoscere quei risarcimenti che, nella maggioranza dei casi, risultano comunque non adeguati ai danni subiti. In agricoltura, più della metà dei decessi avviene per ribaltamento dei trattori e anche in altri ambiti lavorativi sono i mezzi di trasporto e di sollevamento a provocare vittime, indipendentemente dalla qualifica del personale impiegato: rischiano tanto il manovale addetto alla catena di montaggio quanto l’impiegato, il muratore come l’elettricista, il carpentiere come l'autista…  Quando si verifica un incidente, se si ha la fortuna di non perdere la vita, si possono comunque avere inconvenienti fisici: malattie respiratorie, ulcere, ustioni, dermatiti.  Non si conoscono dati riguardanti gli infortuni nei casi di impiego a nero; di certo i dati prodotti dall'INAIL attestano che nel 2015 gli infortuni sul lavoro sono stati 637 mila, di cui 1246 mortali. Da Gennaio a Luglio 2016, infatti, nel nostro Paese si contano 562 morti sul lavoro. Non ci vuole molto per stabilire che in media si tratti di 80 vittime al mese! In questi giorni la cronaca si è molto soffermata sugli incidenti avvenuti a Roma, a Taranto e a Piacenza, “morti bianche” su cui non bisogna abbassare i riflettori, poiché nonostante vi siano decreti e norme che disciplinano la sicurezza nei luoghi di lavoro la situazione non sembra migliorare. Cos'è che non funziona? 
4-2-3-1 Nerazzurro
Settembre 24
Finalmente, dopo anni di confusione societaria e non solo, la piazza nerazzurra ritrova la speranza e la gioia di seguire una squadra che, nonostante i primi affanni, sembra aver trovato il bandolo della matassa, difatti dopo le ultime due vittorie contro la prestigiosa Juventus e la più modesta, seppur molto ostica, Empoli sembra tutto più definito: la formazione, i ruoli e il progetto di un futuro che inizia con un allenatore olandese che sembra quasi italiano per quanto è atipico. Possiamo quindi trarre le prime conclusioni su una squadra ancora in costruzione ma che mostra segni evidenti di quello che è e quello che sarà nel futuro prossimo. Il tecnico olandese, si sapeva dai suoi inizi recenti all’Ajax, predilige la difesa, infatti il suo modulo tipo, il 4-2-3-1 è uno dei moduli più equilibrati attualmente usati nel panorama europeo, con il quale i ragazzi di De Boer, a mio parere, si sposano alla perfezione. Il modulo infatti non richiede per forza, vista la densità a centrocampo, né ai centrali né ai terzini particolari caratteristiche offensive, in pratica non si chiede ai centrali di costruire, ma solo di difendere e al massimo scaricare sulla line a due di centrocampo più vicina, e non si chiede, almeno per forza, ai terzini di salire. Queste caratteristiche non solo esaltano le capacità difensive del quartetto di difesa, in particolare di Miranda e Murillo, ma sopperiscono alle lacune nella capacità di costruzione del gioco e di sovrapposizione. De Boer posiziona Medel e Joao Mario davanti alla difesa, ma il vero e unico mediano è il cileno, il quale, anche grazie a un mercato che gli ha portato dei registi con cui giocare, ritorna a fare quello che sa fare, cioè schermare la difesa posizionandosi davanti alla stessa e a sostituire i difensori in caso di transizione negativa o eventuali sovrapposizioni. Joao Mario fa altro, ma lo fa molto bene, difatti non solo esautora Medel da compiti offensivi costruendo il gioco, ma dimezza la stanchezza di Banega, posizionato centrale nella linea di centrocampo a 3, scambiandosi di posto con lui più volte e con il quale sembra abbia trovato un intesa notevole. Il trio dietro la punta è probabilmente, se ve ne è uno, il nucleo del gioco, difatti il mercato ha portato un rinforzo di lusso in questo senso, Candreva, come lo stesso Perisic, è dotato di una grande velocità e resistenza, caratteristiche necessarie per gli esterni di centrocampo in questo modulo poiché non solo devono assolvere ai normali compiti offensivi, affiancandosi alla punta e fraseggiare con la stessa, ma devono rientrare dietro la linea del pallone in fase di non possesso, pressando sempre molto alti. Infine la punta, qui De Boer non ha scelta, Icardi ha tutto, è prestante fisicamente e riesce a tenere palla e smistare per i compagni con delle perle che allo Juventus Stadium ricorderanno ancora per molto, dopodiché non solo è un grande finalizzatore, ma questo modulo esalta la grinta di un capitano che non molla un centimetro e pressa trascinandosi una squadra con la quale può raggiungere grandi traguardi. De Boer è partito dal lavoro di Mancini, che applicava lo stesso modulo, ma lo ha migliorato sia grazie a un mercato mirato sia grazie ad una straordinaria abilità di leggere le partite e sfruttare la versatilità del modulo e le pedine a disposizione. Questa è la migliore Inter, si vedrà se durerà.
“Où va le monde?!”, la domanda che muove il nuovo album dei La Femme
Settembre 24
<<Adoro Parigi... Le donne, il vino, tutto tranne la loro versione moscia del Rock’n’Roll...>> -Carl Carlson, I Simpson (21x05) - video in basso dal minuto 13.37 a 13.50.   Malgrado sia del tutto d’accordo (o quasi) con Carl Carlson, ascoltare il gruppo parigino dei La Femme è stata l’eccezione che ha confermato la regola. Il loro rock non è moscio, e non è neanche rock. O meglio, non solo. Dal loro ultimo lavoro, Mystère, si percepiscono un’infinità di influenze differenti. Potremmo dire che ogni traccia è diversa dalla precedente, l'album mischia emozioni edinfluenze per dare vita a quello che gli stessi parigini definiscono psycho-pop-surf-electro che già dal lavoro d’esordio, Psycho Tropical Berlin, li ha resi protagonisti indiscussi della scena alternatif europea, riuscendo a distinguersi per le loro sonorità tutt’altro che comuni e per il sottilissimo, quasi invisibile, filo logico che unisce i brani. Non è semplice intuire l’idea di fondo che ispira i lavori, ma il prodotto finale rende tutto più scorrevole, riuscendo anche a mettere in mostra le spiccate capacità artistiche dei ragazzi, capaci di passare da una sonorità all’altra senza alcun problema. Ne è un esempio il brano Où va le monde, in cui i La Femme raccontano i grandi disagi di ragazzi e ragazze nella Francia contemporanea, unendo ambientazioni tipiche degli spaghetti western con il contesto metropolitano in cui vivono, tratteggiando l’idea di un cowboy dei nostri tempi. Ma questo sarebbe riduttivo: nel singolo che ha preceduto l’uscita di Mystère, Septembre, si fanno strada sonorità molto più morbide (appena accennate nel primo lavoro) svelando un indie che va a braccetto con un genere elettronico psichedelico.La giovane età del gruppo fa ben sperare per i futuri traguardi che potranno raggiungere questi strani ragazzi francesi che, per ora, hanno voluto darci solo un assaggio della loro distorta visione della realtà e di conseguenza della loro idea di “fare musica”.    
Set cinematografico e Widelux F8: l'altra faccia di Jeff Bridges
Settembre 23
Jeff Bridges a molti noto come  il protagonista de “Il grande Lebowski” non è solo un attore famoso, ma anche un apprezzatissimo fotografo. Figlio d’arte, il padre era l’attore Lloyd Bridges, iniziò la sua carriera cinematografica a soli due anni. Artista eclettico si dedica anche alla musica.   Fin dal 1984, cominciando da quello di STARMAN, sui diversi set in cui lavora, porta con se una Widelux F8  e dopo le riprese si diletta a fotografare al di qua della cinepresa. I suoi scatti sono riusciti ad immortalare i momenti più naturali e spontanei di registi, attori e operatori del settore; quei momenti in cui alleggeriti dal lavoro svolto, ci si concede un pò di relax. In genere, alla fine delle riprese, Jeff Bridges era solito realizzare dei piccoli album, che donava ai componenti delle troupe.       Tra le immagini, spuntano nomi come Francis Ford Coppola, il compianto Seymour Hoffman, John Turturro, John Goodman, Kevin Spacey e molti altri. Questi lavori, in bianco e nero, gli hanno valso la candidatura agli “Infinity Awards”, una premio a livello globale della fotografia.     Le sue fotografie sono state esposte in diverse sedi museali soprattutto negli Stati Uniti. Circa sessanta dei suoi scatti sono stati esposti , invece, a Bologna, l’anno scorso, presso la galleria ONO ARTE CONTEMPORANEA, chissà che non tornino presto a fare il giro del Bel Paese. Alcuni delle sue immagini sono pubbliche sul profilo Twitter dell’attore, https://twitter.com/TheJeffBridges, e sul suo sito personale http://www.jeffbridges.com/photojan10a.html o ancora nel volume Pictures by Jeff Bridges, disponibile online, dove in qualche modo l’osservatore può ritrovarsi dentro ai suoi film, con la particolarità che stavolta ci si trova dall’altro lato.   A proposito del sito, forse, vi farà piacere sapere che è presente un guestbook, dove i visitatori possono lasciare un commento un saluto o semplicemente fare qualche domanda.     Regalatagli dalla moglie, la Widelux è dotata di un obiettivo rotante che permette di realizzare inquadrature di 180° con un formato stampa particolarmente simile alla pellicola cinematografica. Lo stesso Bridges, che sul suo sito, da consigli e svela trucchetti per utilizzare al meglio questo tipo di macchina fotografica, afferma: “La Widelux è un’amante volubile; il suo mirino non è accurato e il fuoco è fisso, perciò c’è una mancanza di precisione di fondo. Ed è ciò che mi piace. È qualcosa a cui aspiro nel mio lavoro, una mancanza di precisione che renda tutto più vero, più onesto, una volontà di catturare ciò che c’è in quel momento e di lasciar fluire naturalmente il risultato”.     On line è disponibile un libro intitolato: “Pictures by Jeff Bridges “ dove nell’attesa del suo ritorno in Italia si può prendere visione degli scatti  e in qualche modo ritrovarsi dentro ai suoi film, con la particolarità che stavolta ci si trova dall’altro lato.  
Nuovo Teatro Sanità tra giovani realtà, sinergie, Toni Servillo e Roberto Saviano
Settembre 21
Presentata la stagione 2016/2017 del Nuovo Teatro Sanità. In prima fila le forze dell'ordine, segnale forte di un desiderio di riappropriarsi del quartiere attraverso legalità e cultura. - La presenza delle forze dell'ordine garantisce quella dello Stato, perché la cultura dà vita a sicurezza - ha dichiarato nel corso della conferenza stampa Alessandra Clemente, Assessore alle politiche giovanili e alla legalità. Da qui al teatro, il passo è breve e ne rappresenta la naturale conseguenza. Primo appuntamento in stagione, Noi siamo barbari di Philip Lohle, una coproduzione NTS e Goethe Istitute in cui Mario Gelardi, direttore artistico del teatro, dirige il testo di uno dei più interessanti autori contemporanei tedeschi. Secondo spettacolo in cartellone, Fuje Filumea, scritto e diretto da Peppe Fonzo, rappresenta il desiderio di rafforzare la rete tra l'NTS e il Magnifico Visbaal di Benevento, che produce lo spettacolo, assieme agli altri 'teatri di provincia' e di frontiera, Nostos di Aversa e Civico14 di Caserta. Nello Mascia presenta Il guardiano di Pinter con Franco Iavarone, in scena a novembre. On stage h24 è il secondo spettacolo dell'undicesimo mese dell'anno: riprendendo l'idea del Kino Lab, format per il quale filmmaker di tutto il mondo si incontrano e girano cortometraggi in tempi brevissimi, Fabiana Fazio e Carlo Caracciolo si fanno promotori di un progetto in cui l'NTS crea un open stage sul quale professionisti del teatro creeranno uno spettacolo da zero; è possibile iscriversi dal 20 settembre. Da Venezia il teatro di figura di Tomato soap di e con Ariela Maggi e Giulio Canestrelli andrà in scena il 19 e 20 novembre. A dicembre l'apprezzato lavoro di Michele Danubio, Sonata napoletana per topi e bambini, nato come saggio dell'NTS, sbarca per merito in stagione con uno spettacolo che gira intorno alla maschera di Pulcinella. Dal 16 al 18 dicembre tornano le tre signore de La Terza comunione, Carlo Caracciolo, Luigi Credendino e Ciro Pellegrino, con Niente fiori ma opere di bene. Rosario Sparno torna al Nuovo Teatro Sanità con Antonella Romano in Ria Rosa - Il viaggio, dai testi della cantante napoletana di inizio '900 che dà il titolo alla pièce, al pianoforte Josi Cincotti. Il Responsabile Arcigay nazionale per la cultura, Claudio Finelli, presenta Quei ragazzi del 96 - Boy-scout in The band, tratto dal primo film a tematica dichiaratamente omosessuale realizzato ad Hollywood e riambientato a Napoli. Con la regia e l'interpretazione di Renato Carpentieri, L'intervento: il grande attore sbarca all'NTS, "presidio di cultura", con il testo meno indifferente di Moravia. Da un grande del teatro ad un altro, arriva all'NTS la drammaturgia di Enzo Moscato, interpretata da Tina Femiano con la regia di Mario Gelardi. Il Civico14 sbarca all'NTS con la produzione Cenerè. A marzo, lo spettacolo Idroscalo 93. La morte di Pier Paolo Pasolini, diretto e interpretato da Ivan Castiglione, drammaturgia di Mario Gelardi. Il mese continua con Requiem per due serve, scritto da Fabio Brescia, anche in scena, da Le serve di Genet, e diretto da Gerardo D'Andrea con Franco Iavarone e Stefano Ariota. Per il trentennale di Teatri Uniti, una serata speciale con Toni Servillo, il 21 marzo, Magic People show di Giuseppe Montesano messo in scena da Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Andrea Renzi e Luciano Saltarelli. I festeggiamenti continueranno con altri appuntamenti da definire. A maggio in scena due bambini per Peter e Alice attraverso lo specchio. Ad aprile, il nuovo libro di Roberto Saviano, La Paranza dei bambini, in uscita a dicembre, diventa uno spettacolo con la regia di Mario Gelardi. Teatro All You can eat come cibo per la mente che non va sprecato, con un energy drink i cui proventi andranno all'NTS. Si inaugura quest'anno la rassegna nel foyer del Nuovo Teatro Sanità, a cura di Milena Cozzolino, con cinque spettacoli di nuova drammaturgia: Where are we now?, Edipo a colono rivisitato dalla Compagnia Manovalanza, Il Volo di Michelangelo, scritto e diretto da Nicola Zavagli, con Beatrice Visibelli, Marco Natalucci e al viloncello Ginevra Prunetti, U.R.A. Tearto con Avemmaria di Emilio Nigro, Spingi e respira di e con Lorenzo Praticò e, infine, la Compagnia Ragli in L'Italia s'è desta. Un piccolo [falso] mistero italiano, scritto e diretto da Rosario Mastrota.
Harry è tornato, preparate le scope e volate in libreria!
Settembre 21
Per tutti quelli che neanche quest’anno hanno ricevuto l’agognata lettera da Hogwards, una consolazione c’è. Se non possiamo arrivare alla più celebre scuola di magia e stregoneria attraversando il pilastro tra i binari 9 e 10 di King’s Cross o a bordo di una Ford Anglia volante, possiamo almeno viaggiare con la fantasia e il nuovo libro nato dalla penna della scrittrice più amata di tutti i tempi è pronto a farci rivivere la magia.     Il countdown è arrivato a -3 e, finalmente, il 24 settembre “Harry Potter e la maledizione dell’erede” arriverà (consegnato da stormi di civette ?) nelle librerie italiane!   Il libro “del ritorno” tanto atteso è già disponibile nella versione in lingua originale, ma non preoccupatevi, non faremo spoiler! Dobbiamo, però, smentire le prime voci, quelle che parlano de “l’ottavo Harry Potter”, nient’affatto: il nuovo libro di J.K.Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, non ha niente a che vedere con la storia di Harry Potter come siamo stati abituati a leggerla. In effetti, si dovrebbe piuttosto parlare di sequel, poiché il protagonista, stavolta, non è più l’amato maghetto dagli occhiali tondi, ma la sua versione adulta e matura, che abbiamo già visto nelle ultime pagine del settimo libro della saga. La nuova storia “inizia dalla fine” e l’“erede” cui si fa cenno nel titolo è Albus Severus Potter, secondogenito di Harry su cui la penna di J.K.Rowling si è soffermata solo qualche minuto prima di congedarsi da tutti i suoi fan e lasciarli in un fiume di lacrime.        Che altro possiamo dirvi? Beh, una cosa fondamentale: non sarà un romanzo. Forse per prendere meglio le distanze dalla saga - che più volte ha definito conclusa -, J.K. Rowling ha deciso di cambiare genere e quest’ultimo libro è una sceneggiatura teatrale in due parti (entrambe contenute nel volume che uscirà a breve in Italia). Dunque, sentitevi già consolati: la magia non finisce con l’ultima pagina, ma continua a teatro, e forse anche al cinema, chissà!                     Intanto, per ingannare l’attesa, vi consigliamo gli eventi a tema “Harry Potter” organizzati dalle librerie di Napoli. Aspettando la vendita di mezzanotte del 23, presso la libreria Iocisto, dal 17 al 24 settembre, “Il mondo di Hogwards incontra il mito di Partenope”: un mix esplosivo di culture magiche a confronto per rimmergersi nell’atmosfera stregata di Hogwards. Restano aperte fino a mezzanotte anche La Feltrinelli di Via Santa Caterina a Chiaia e la libreria Mooks, che a partire dalle ore 17:30 del 23, organizzerà giochi e laboratori a tema Howgards e la maratona degli otto film della saga.     Per tutte le info è possibile consultare le pagina Facebook delle librerie:  https://www.facebook.com/libreriaiocisto/?fref=ts . https://www.facebook.com/events/659257687558176/ https://www.facebook.com/events/998249263621389/   Il ritorno di Harry è imminente, preparate le scope e volate in libreria! #-3 #staymagic  
MyTopTweet144
Settembre 19
Questa settimana è tornato uno dei programmi più cari alla mia rubrica, fonte inesauribile di ispirazione, da cui potrei trarre una classifica a settimana se non rischiassi il linciaggio dalla mia caporedattrice!! Mi riferisco al Boss delle cerimonie... sia che voi lo amiate, come la sottoscritta, sia che voi lo odiate ormai tutti sapete di cosa parla e conoscete il mitico Don Antonio.Nella prima puntata della quarta stagione la famiglia Polese è andata a Roma per comprare il vestito per i 18 anni del primo nipote del boss e lì Don Antonio si è superato riuscendo con una semplice parola a spazzare via pagine e pagine di libri di storia dell'arte e guide turistiche. Passando in carrozza, che io speravo tanto fosse trainata da poni pomellati, davanti al Colosseo Don Antonio ha esclamato “Il Colosseo è proprio colossale”, pare che la Raggi lo abbia già contattato per nominarlo assessore al turismo della capitale!!La seconda puntata non è stata da meno con uno splendido cross over tra il Boss delle Cerimonie e il talent dedicato ai pasticceri amatoriali Bake Off subito rinominato dalla figlia di Don Antonio “Bake Offi”. In questo episodio grande spazio anche al multiculturalismo con il fratellino musulmano della sposa che pratica il “Damadam” e “Ci piace molto il Kepap”!Insomma se questo è solo l'inizio, prevedo che anche quest'anno il programma scriverà la storia del Trash televisivo!!   #Ilbossdellecerimonie M@nu L: In carrozza in tangenziale. #IlBossDelleCerimonie Righetto: MORTISSIMO #IlBossDelleCerimonie Saitella Tv: Donna Imma, nostro nuovo mito! <3 #ilbossdellecerimonie Saittela Tv: Altro che Armani e Versace... #Ilbossdellecerimonie SaittellaTv: In gite a Rome #ilbossdellecerimonie SaittellaTv: Il piccolo Mohamed essendo musulmano, non può mangiare carne di maiale, vediamo cosa ne pensano lo sposo e la madre della sposa. #Ilbossdellecerimonie contechristino: Incontri che resteranno nella storia. #BakeOffItalia #SerataCheCiao Perìto Perària: Rivedo il pono pomellato nella sigla, ed è sempre un'emozione. #IlBossDelleCerimonie Rorò: Immaginatelo a San Pietro per l'angelus. Pronto a convertirmi. #IlBossDelleCerimonie Carmela: La sposa #IlBossDelleCerimonie Alla prossima!!
Imbavagliati: Festival Internazionale di Giornalismo Civile - II^ edizione
Settembre 19
Oggi, lunedì 19 Settembre e fino a sabato 24, si terrà presso il PAN, Palazzo delle Arti di Napoli (Via dei Mille 60), la seconda edizione di “Imbavagliati”. Il tema di quest'anno è “Fuga per la Vita, Fuga per la libertà”. Testimonianze dalla Turchia all'Ucraina, dalla Siria all'Africa. Il Premio Siani (in memoria del giovane giornalista ucciso dalla camorra nel 1985, da questa edizione gemellato con “Imbavagliati”) sarà dedicato a Giulio Regeni, il 28enne ricercatore assassinato in Egitto. Un evento con una forte carica simbolica, che mostra Napoli come un porto sicuro per chi non smette di cercare la verità e per chi difende il diritto alla parola. Saranno sette giorni di eventi con oltre 50 ospiti, con un focus sul fenomeno dell’immigrazione da paesi scenari di conflitti e persecuzioni, dove la censura dittatoriale impedisce la libera espressione, ponendo i giornalisti in costante pericolo di vita. “Imbavagliati” è prodotto dall’Associazione “Periferie del Mondo-Periferia Immaginaria”, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e la Fondazione Polis della regione Campania con il patrocinio di Amnesty International Italia ('per l'impegno, a favore della libertà di espressione, nel creare spazi aperti di confronto volti a superare ogni censura'), del Comitato Regionale Campania per l’Unicef Onlus e dell’Ordine dei Giornalisti della Campania. Tutti i giorni, dalle 10:00 alle 12:00, ci sarà uno Spazio Redazione Imbavagliati che darà voce a chi combatte contro le censure e i regimi che soffocano la libertà di espressione attraverso il giornale online, prodotto dal festival, imbavagliati.it. La Redazione Imbavagliati è aperta al pubblico e alla stampa. Vi prenderanno parte i giornalisti/testimoni Kadri Gürsel e Doğan Özgüden (Turchia), Andrei Babinski e Oksana Chelysheva (Russia), Rami Jarrah, Fuad Roueiha e Siruan Hadsch Hossein (Siria), Ali Anouzla (Africa) e il disegnatore Fabio Magnasciutti, illustratore e musicista, collaboratore dell'Unità e di Repubblica. Quest'ultimo è stato docente presso l'Accademia dell'Illustrazione di Roma, è cofondatore della scuola di illustrazione OfficinaB5 e ha curato la videografica del programma TV “Che tempo che fa”."La questione turca post golpe” è il primo argomento che aprirà gli incontri del festival, oggi alle 16, con l’intervento di due importanti testimoni: Kadri Gürsel e Doğan Özgüden, moderati da Marco Cesario. Partecipano Ottavio Lucarelli, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Regione Campania, e Ottavio Ragone, Direttore di Repubblica Napoli.Gürsel scrive di politica estera turca, libertà di stampa, questione curda e questione islamica. È presidente del Comitato Nazionale Turco dell’Istituto Internazionale della Stampa. Per otto anni è stato editorialista del quotidiano turco Milliyet, fino al licenziamento nel luglio 2015 per un tweet critico sulla politica in Siria del presidente Erdoğan. Gürsel ha inoltre lavorato come corrispondente da Istanbul per Agence France-Press, dal 1993 al 1997. Durante questo periodo, nel 1995, è stato rapito nella Turchia Sud-Orientale dal PKK. Doğan Özgüden, nella sua lunga carriera, è stato vittima delle forme più violente di censura. Trascinato in diversi processi per delitto d’opinione con pene che ammontavano a 300 anni di detenzione, riparò in Belgio dove fondò l’agenzia stampa Info Türk. Condannato in contumacia per la sua attività giornalistica in patria, nel 2007 è stato insignito del Premio dell’Associazione dei Giornalisti di Turchia. Già membro del Partito Operaio Turco (TIP), esponente di spicco della sinistra turca, ha scritto per Milliyet e Sabah, è stato redattore di Akşam, il più grande quotidiano di sinistra turco. Fondò negli anni ’70 la rivista socialista Ant ma nel 1971, dopo il colpo di stato militare, la rivista fu bandita e Doğan ricercato dai militari. Con loro interverrà Marco Cesario, il giornalista napoletano che lavora dal 2006 per l'Ansa e Ansamed, il ramo dell’agenzia specializzato sul Mediterraneo e il Medio Oriente arabo-musulmano. Oggi alle ore 18:00, “Letizia Battaglia per Imbavagliati”: incontro con la grande fotografa siciliana che, con i suoi celebri scatti in bianco e nero, ha raccontato la guerra di mafia e pezzi importanti di storia e della società italiana. Interverranno Nino Daniele, Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, e Mirella Armiero, Responsabile cultura per la redazione del Corriere del Mezzogiorno di Napoli. Martedì 20 Settembre alle 18:00 il tema sarà il conflitto tra Russia e Ucraina, nonché il ruolo degli Stati Uniti in questo contesto, con l'intervento di Andrei Babinski. Giornalista russo e reporter di guerra, Babinski ha lavorato per Radio Liberty dal 1989 al 2014, raccontando l' "August Coup”, il colpo di stato Sovietico del 1991, la guerra nel Tajikistan, la Prima e la Seconda Guerra Civile Cecena, che ha vissuto sul campo. Nel 2001 è stato rapito dalle forze russe. Nel 2004 è stato arrestato in aeroporto, mentre si recava a North Ossetia per un servizio giornalistico. Attualmente vive e lavora a Praga, dove si trova la sede centrale di Radio Liberty. Mercoledì 21 Settembre si parlerà della Siria, con Rami Jarrah e Fouad Roueiha. Giornalista siriano, Jarrah è conosciuto anche con lo pseudonimo di Alexander Page, da lui utilizzato per rivolgersi ai media internazionali. Nel 2011 è stato bandito dall’Intelligence Siriana, ma ha continuato il suo lavoro pubblicando commenti riguardanti la questione siriana sulle piattaforme social. Detenuto e torturato dalle autorità siriane, è stato rilasciato dopo aver firmato un documento nel quale dichiarava di essere “un terrorista mandato dall’estero”. Nel 2012 ha vinto l’International Press Freedom Award, premio dedicato ai giornalisti che hanno dimostrato la loro dedizione alla tutela dei diritti umani con reportage e articoli, nonostante i numerosi ostacoli per realizzarli. Fouad Roueiha è un giornalista radiofonico, ideatore e autore di trasmissioni, speaker e conduttore. Project manager nell’ambito della cooperazione internazionale nel campo dei media, è responsabile per la Siria presso l’Osservatorio Iraq, Medio Oriente e Nord Africa. Insieme i due giornalisti sono stati gli autori della campagna internazionale “Liberi per la Siria”, la prima in Italia in cui si parlava dell’Isis nel dicembre del 2013. Giovedì 22 Settembre al centro della conferenza ci sarà lo scottante tema dell'immigrazione, con l'intervento di Ali Anouzla e il giudice Nicola Quatrano. Anouzla è noto per i suoi articoli contro le leggi instaurate dal re Mohammed VI. La sua pagina internet, lakome.com, è stata da lui creata per combattere la disinformazione causata dal regime marocchino. Era uno dei primi quattro siti più cliccati in Marocco, finché non è stato interdetto dal Regime. Anouzla è stato arrestato poiché ha pubblicato un video contro il re Mohammed VI, che terminava incoraggiando il popolo a sollevarsi contro il Regime. Anche gli uffici del sito lakome.com sono stati perquisiti e gli impiegati sottoposti a interrogatorio. L'arresto di Anouzla ha suscitato molta indignazione, soprattutto sui social. L'hashtag "FreeAnouzla" è utilizzato per denunciare la sua ingiusta incarcerazione. Nicola Quatrano, irpino di Sant’Angelo dei Lombardi, dal 1981 in magistratura, è presidente di uno dei collegi del tribunale del Riesame ed è impegnato, con giuristi francesi, spagnoli e svizzeri, nell’Osservatorio internazionale per la difesa dei diritti umani nel Magreb e nel Sahel ed è animatore del sito www.ossin.org.Interviene Antonio Sasso, Direttore de Il Roma. Venerdì 23 Settembre, in occasione del 31° anniversario dell'omicidio di Giancarlo Siani, è previsto l'incontro “Siani per Regeni”, nell'ambito del “Premio Siani” che da anni ricorda il giornalista vittima della camorra, divenuto un'icona per il suo impegno nella lotta contro l'illegalità. Previsto un video intervento di Roberto Saviano e un dibattito con la partecipazione di Giuseppe Giulietti (vice presidente Fnsi), Armando D’Alterio (Procuratore della Repubblica di Campobasso) e Nino Daniele (Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli).Alle ore 19:30 ci sarà l' inaugurazione della Mostra “Giancarlo Siani | ri-Scatti”: foto inedite che riprendono Giancarlo nella sua duplice dimensione, umana e professionale. Con i suoi sorrisi e la sua voglia di vivere. Con la sua passione per il giornalismo e il suo entusiasmo. Nella sua eterna giovinezza, che la mano assassina della camorra non è riuscita minimamente a scalfire e che vive dentro ognuno di noi. Sabato 24 la Redazione Imbavagliati è aperta al pubblico con la possibilità per i giovani reporter di confrontarsi con il direttore artistico Désirée Klain. Nel corso del festival, dalle 20:00 alle 22:00, una serie di eventi collaterali si svolgeranno sulle terrazze del Pan nello spazio “Terrazza, swing e sabor”: concerti, presentazioni di libri, reading e tanti dialoghi e sapori da condividere. - Presentazione del libro “La Frontiera” di Alessandro Leogrande (19 sett.) - Spettacolo “Tracce Migranti” della compagnia teatrale Bakwè, tratto dall’omonimo libro di Mauro Biani (20 sett.) - Presentazione del libro “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi (21 sett) - "Un Murale per Giancarlo Siani. Storia e valori di un progetto" (22 sett) - Presentazione del libro "Il contrario della paura" di Franco Roberti (23 sett).
Tiziana Cantone è morta e noi siamo gli assassini
Settembre 19
“Per migliorare la qualità della vita delle persone, e farle sentire più vicine”. Pare sia questa la risposta giusta, quando ci domandano a cosa serve Internet. Come negarlo; su Internet possiamo comprare un regalo e vedercelo recapitare in dodici ore, possiamo metterci in contatto con i nostri familiari a seimila km, possiamo autodiagnosticarci patologie terminali nel cuore della notte. Possiamo combattere battaglie, e a volte addirittura vincerle. Il fronte comune che siamo capaci di realizzare direttamente dalla nostra poltrona è straordinario. Ci fa sentire parte di qualcosa, e meno soli. La condivisione, la pubblicazione, l’approvazione. Alcuni medici dicono che, all’aumentare dei like, aumentano i livelli di serotonina e adrenalina che circolano nel nostro corpo. Un po’ come con le sostanze stupefacenti; sottomessi ad una felicità quantificabile in minuti. Risolvibile in un’illusione, capace di spingerti a fare qualsiasi cosa. Qual è la differenza tra la tossico dipendenza, e quella da social? Pare che la seconda sia universalmente accettata. Aveva trentun’anni, Tiziana Cantone, quando una forma di dipendenza da social le ha tolto la vita. Il suo nome è diventato famoso in un pomeriggio di un anno fa, per un gioco tra amici. Gli amici, quelli che hanno diffuso in rete un video hard della ragazza, e il gioco, quello che l’ha uccisa un anno dopo. E, con “gioco”, non ci riferiamo al motivo che l’ha spinta al suicidio. Non stiamo parlando del linciaggio mediatico che la ragazza ha subìto, dalla chiacchiera da bar al periodico nazionale, quello che l’ha costretta a cambiare nome e città. Chi sia il carnefice, questo non lo sanno i suoi avvocati, la sua famiglia, il suo fidanzato. Questo lo sa soltanto la vittima, e forse nemmeno lei. E appare ipocrita scagliarsi contro chi l’ha demonizzata tanto, contro chi ha violato la sua privacy e la sua dignità, e farlo solo ora. Il sostegno della compagine anticyberbullismo, quello che le avrebbe dato il coraggio di replicare e difendersi, non la riporterà alla vita. Non adesso. E allora no, quando parliamo di gioco che l’ha uccisa, non ci riferiamo a chi l’ha umiliata e a chi l’ha insultata in vita. Non ci piace prendere parte della sopracitata compagine; si potrebbe dire che l’abbiamo uccisa tutti, perché tutti abbiamo omesso di difenderla. Non ci riferiamo a quella morte. Parliamo di una seconda morte, quella più atroce, quella che coinvolge le persone che la amavano, e che la uccide per la seconda volta, per la terza e per la quarta. Tiziana non è morta una sola volta, è morta quando la vicenda ha ripreso vita, gettata nelle nostre news feed con un titolo strappalacrime dalla stessa testata che ci consigliava di sfogliare la gallery per i migliori meme sulla Cantone. È morta tra i commenti di chi l’ha accusata di essersela cercata, che così impara ad aver tradito il fidanzato; - certo, se ti fai filmare poi che ti aspetti, è normale che viene diffuso. È accettabile che la fai finita con un foulard alla gola. - È morta mentre si faceva il toto- causa del suo suicidio; sicuramente l’umiliazione, no macché, forse per i debiti, a lei farsi filmare piaceva tanto. È morta tra i “io non critico le scelte della sua sessualità, ma…”, e tra i “poverina” di chi ieri le faceva il verso. È morta di nuovo, tra le congetture di chi non sapeva, e che si è sentito in diritto di parlare. Per gioco. Tiziana non è morta una sola volta e tutte le volte che è morta l’abbiamo uccisa noi. Ora possiamo indignarci e tornare al nostro Candy Crush Saga.
Possono i muri fermare l'immigrazione?
Settembre 17
La supremazia quasi universale del potere europeo nel tardo Ottocento e quella planetaria degli Stati Uniti nel tardo Novecento ha diffuso moltissimi aspetti della civiltà occidentale in tutto il mondo ed ha stimolato la modernizzazione ed il progresso negli stati che volevano riedificare le proprie strutture in campo economico sociale e politico. Dopo l'undici settembre del 2001 però anche quelle minoranze che accettavano l'idea di un cambiamento radicale della loro cultura e della loro mentalità iniziarono a provare scetticismo nei riguardi della condivisione dei valori occidentali, poiché sentivano come imperialismo quello che l'Occidente spacciava per universalismo. L'esportazione della democrazia, voluta specialmente dagli Stati Uniti, è risultata inapplicabile in contesti socio-culturali così diversi, e infatti, non solo non ha ottenuto i risultati sperati, ma  è sfociata in una radicalizzazione delle identità locali. D'altro canto è immorale la convinzione che popoli non occidentali dovessero adottare cultura, valori e istituzioni occidentali!   È da rilevare che il capitalismo e il libero scambio in un primo momento hanno portato benessere e hanno spinto gli stati ad aprirsi sempre di più, invogliando intere masse a spostarsi da un continente all'altro, che tuttavia, spesso, non hanno saputo o avuto modo di amalgamarsi alle società esistenti, non vi è stata cioè una fusione di elementi eterogenei in un'unica identità: è la società del benessere che crea conflitto con reazioni etnocentriche contro tutto ciò che è diverso. Rientrano in questo quadro anche i processi antisolidaristici che si stanno scatenando sopratutto in Europa verso coloro che scappano dalle guerre, dalla povertà, dalla mancanza di libertà e dalla violazione dei diritti umani. Così, oggi, l'ostilità dell'Occidente si sta manifestando con la costruzione di muri che dovrebbero fermare questi nuovi “barbari” che parlano un'altra lingua, che pregano un altro Dio, che appartengono ad un'altra cultura e che minacciano il loro stile di vita. Eppure si pensava che con la caduta del muro di Berlino si fosse aperta la strada alla speranza di una futura solidarietà tra i popoli! L'ultimo, ma certamente non ultimo, dei muri di prossima costruzione sarà quello di Calais che, finanziato dalla Gran Bretagna, costeggerà sull'autostrada il campo profughi “Giungla” nel Nord della Francia, ultimo avamposto sulla terra ferma, prima di raggiungere l'Inghilterra.   In questi anni si sono alzati molti muri per fermare l'immigrazione: tra Ungheria e Serbia, tra Macedonia e Grecia, tra Bulgaria e Turchia, tra Messico e Stati Uniti.   La storia, del resto, insegna che tutti i muri generano o alimentano tensioni e scontri e che il progresso umano è avvenuto solo quando i popoli si sono incontrati e, come detto da molti, hanno realizzato ponti al posto di muri. Purtroppo c'è da dire che apparentemente tutti i muri sono eguali, ma ci sono “muri più eguali degli altri”, poiché nella critica contro i muri c'è sempre un'omissione: il muro in Israele. Muro che per le cancellerie europee è una linea di “separazione”, ma per i palestinesi è il “muro dell'apartheid”!  
La Cattedrale di Carlo Magno: la presenza viva del passato
Settembre 17
Esistono luoghi capaci di immergerci direttamente e quasi senza averne coscienza, nella loro storia, luoghi intrisi del loro passato a tal punto da percepirne tutt’oggi la viva presenza. Aquisgrana è uno di questi luoghi: non si fa fatica a riandare all’epoca di Carlo Magno (742-814), l’atmosfera è talmente piacevole e dolce che quasi naturalmente ritorna l’immagine del guerrier sovrano che si ritempra nei tiepidi lavacri di Aquisgrana. Le terme, infatti, caratterizzavano la città già dall’antichità, tanto che i romani le dettero il nome di Aquae Grani – Granno era il dio celtico della salute – e ancora oggi le sue trenta sorgenti idrominerali (le più calde dell’ Europa centrale) ne fanno un luogo di cure molto rinomato in Germania. Ma la gloria di Aachen – Aix-la-Chapelle per i francesi - nasce quando Carlo Magno decise di farne la capitale del suo regno, centro non solo del potere ma anche della rinascita culturale carolingia. Nuova Roma fu l’ambizioso nome datole dai contemporanei, era il rimando obbligato all’Impero. E il palazzo di Aquisgrana incarnò perfettamente la grandiosità di tali propositi.     Al centro di questo complesso stava la Cattedrale che, costruita in fasi successive, presenta stili architettonici di vari periodi. Il coro risale al XIII-XIV sec. mentre la Cappella Palatina, che ne costituisce il nucleo più antico, fu eretta nel 794, secondo lo stile bizantino, dal maestro Oddone da Mertz e consacrata nel 804 da Papa Leone III. Qui ancor più si annulla la distanza dei secoli, è un grande privilegio ripercorrere gli ambienti dove Carlo Magno veniva quotidianamente, posare gli occhi sulle stesse immagini che egli contemplava, sentire la forte potenza evocativa di quel trono di marmo bianco sul quale, dopo di lui, furono consacrati più di trenta sovrani del Sacro Romano Impero fino al 1531. Ogni volta la storia del mondo non poteva non passare di lì!   Il trono di Carlo Magno   Nel far erigere la Cappella, il restauratore dell’Impero d’Occidente aveva espresso l’intenzione di ripetere nella sua capitale le basiliche romaniche da lui ammirate a Roma e a Ravenna e infatti il modello architettonico che subito torna alla mente - la pianta ottagonale con ampio ambulacro voltato e coperta da cupola - è quello di San Vitale. Le colonne, di quel porfido rosso riservato agli edifici imperiali, furono fatte portare da Carlo Magno direttamente da Roma, i marmi e i mosaici hanno l’impronta di Ravenna e Costantinopoli. Ulteriori riferimenti all’intento di restauratio imperii sono la piccola pigna di bronzo al centro della fontana nel cortile del Vaticano e la lupa pure in bronzo - in effetti un'orsa presa per una lupa - che, in maniera molto evidente, simboleggia Roma e il suo potere.   Il candeliere donato da Federico Barbarossa nel 1170   Al centro della Cappella c’è un enorme lampadario in rame dorato (1160-70) che fu commissionato e donato da Federico Barbarossa. Basato sulla ripetizione del numero otto, esso presenta sedici torricelle e quarantotto fiamme e ripete la figura ottagonale della pianta della Cappella che simboleggia, secondo Sant’Ambrogio, la Resurrezione. In quanto figura intermedia tra il quadrato - la Terra - e il cerchio - il Cielo - l’ottagono è infatti un simbolo che rimanda al percorso di redenzione dal mondo terreno alla salvezza eterna e pertanto lo si ritrova nelle piante di molti battisteri e basiliche.   Il coro con la Pala d'Oro e il Sarcofago di Carlo Magno   Al fascino della Kaiserkapelle contribuisce la presenza di un meraviglioso coro di stile gotico, costruito quando, distrutte in gran parte le strutture del palazzo imperiale, si adattò la Cappella a Chiesa Cattedrale. La splendida stanza di vetro, consacrata nel seicentesimo anniversario della morte di Carlo Magno, contiene straordinari capolavori dell’oreficeria renana, due donati da Enrico II il Santo: la Pala d’oro, realizzata attorno al 1020 e l’ambone, del 1014, ricoperto di lamine d’oro e rame tempestate di pietre preziose. Il terzo è il Karlsschrein, l’urna d’argento dorato, eseguita nel 1200-1215 per custodire le spoglie dell’imperatore, le cui crociate contro i Mori di Spagna sono narrate nei bassorilievi e ci portano, ancora una volta, alle origini della nostra civiltà europea. Aachen e i tesori della sua Cattedrale continuano a raccontare in ogni epoca le proprie storie, affidandole ad ogni visitatore che abbia la sensibilità di ascoltarle.                                                                                                                               
Familia, una nuova Sophie Ellis Bextor
Settembre 17
Dopo circa due anni di silenzio, Il 2 Settembre di quest’anno Sophie Ellis Bextor è tornata col suo ultimo lavoro, Familia. Prodotto da Ed Harcourt per la EBGB’s, è il sesto studio album della cantautrice britannica ed è stato anticipato dai singoli Come with Us e Unrequited, che per qualche pessima scelta di marketing sono stati distribuiti nel pieno dell’estate (19 Luglio e 26 Agosto). Ciò è stato possibile data la forte connotazione “pop” dell’album. Infatti, quest’azione “estiva” di guerriglia marketing è nata con l’intenzione di creare nuovi tormentoni (Come with Us). Una volta uscito l’album, tutto è diventato più chiaro, nelle undici tracce non c’e solo pop, viene posto l’accento su questa forte nota dance che ha sempre accompagnato la carriera di Sophie (nella musica e anche sulle passerelle del mondo della moda). In tracce come Wilde forever e Death of love questo mood è più evidente, ma si affievolisce in pezzi come Hush little voices, per poi quasi scomparire in Crystallise e My puppet heart lasciando trasparire una versione della Bextor quasi dimenticata. Quella dei The audience, del britpop e del panorama indie. Stavolta c’e qualcosa di diverso, spesso la chitarra acustica che accompagna i brani centra qualche nota sudamericana ricordando i mariachi del Messico. Qualcosa di innovativo tutto sommato per lei, anche se è evidente in poche tracce. A conti fatti potremmo comunque vedere Familia come un punto di svolta per la cantautrice, l’apice di un lento percorso di mutamenti artistici iniziati un paio d’album fa con Make a scene e fomentato dal produttore Ed Harcourt che è riuscito a mitigare l’essenza dancefloor della Bextor.

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