Al Femminile

Al Femminile (110)

È ufficialmente primavera! È tempo di lasciarsi riscaldare dai primi raggi di sole, fare passeggiate all’aria aperta-che sia in un parco cittadino, in campagna o in riva al mare non fa differenza-e godere appieno delle ore di luce che ogni giorno ci regala. È tempo di rifiorire fuori e dentro, aiutate da quello straordinario periodo di rinascita che la natura ogni anno ci dona senza chiedere nulla in cambio. Lasciamo che piumoni, pigiamoni di pile, sciarpe di lana, bevande calde e serate al cinema o davanti alla TV siano un piacevole ricordo e respiriamo a pieni polmoni la tiepida aria primaverile.

“Voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi”. Il vostro ragazzo non vi ha (ancora) dedicato il celebre verso di Pablo Neruda? Nessun problema. Immaginate che ve lo stiano sussurrando il vostro guardaroba, il vostro beauty case e, perché no, anche la vostra casa. È ora di dire addio ai capi pesanti e alle tinte scure-a meno che una serata elegante non richieda un look total black-e lasciarsi ispirare proprio dalla natura che rifiorisce anche nelle scelte in fatto di abbigliamento (accessori compresi si intende!), make up e home decor.

Quale migliore fonte di ispirazione allora se non il colore Pantone 2017? Per chi ancora non lo sapesse si chiama Greenery ed è una tonalità verde-gialla fresca e frizzante che rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, riossigenarsi e attingere nuova linfa.

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I nostri consigli:

1. Attenzione a non esagerare. Assolutamente da evitare, a nostro parere, un look total green: il rischio di assumere le sembianze di un albero pronto a fiorire è, in questo caso, dietro l’angolo!

  1. 2. Sì agli abbinamenti di colore! Pantone, guru mondiale della grafica, viene in nostro soccorso proponendoci gli abbinamenti più corretti, che potete visualizzare qui, ricordandoci che Greenery si abbina perfettamente anche ai colori 2016, Rose Quartz e Serenity. Se volete andare sul sicuro, scegliete il denim. L’effetto è strepitoso! Anche il bianco è decisamente promosso!
  2. 3. Scegliete la tonalità di verde più in linea con la vostra carnagione.
  3. 4. Osate sì, ma meglio se con un accessorio. 

A seguire, le nostre proposte più frizzanti, a tutto Greenery!

Tante idee per l'abbigliamento: dalla camicia Coach al mini dress con gonna a tulipano Oscar De La Renta, dal gilet Michael Kors al maglioncino (per le serate più fresche) Gucci con serpente e farfalla, dal mini dress a maniche corte Emilio Pucci al blazer Miss Selfridge con inserti fiorati, passando per i pantaloni L’Autre Chose e ancora Etro, Kenzo, Ungaro, Fay. E per le più audaci, una proposta Greenery di abito da sposa con tanto di bouquet! 

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In fatto di scarpe ce n’è davvero per tutti i gusti! Che siate innamorate, da vere fashioniste, dei vertiginosi tacchi di Manolo Blahnik, Jimmi Choo e Dolce e Gabbana (qui nella versione sandalo gioiello e slingback floreali) o non possiate fare a meno delle comodissime Crocs, non rimarrete deluse. E ancora, sneakers, sandali bassi, sabot e stringate! 

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Veniamo all’oggetto del desiderio di molte donne: le borse. Le più fortunate (e facoltose) possono accaparrarsi la versione Greenery della Birkin di Hermès. Per tutte le altre c’è una vesta scelta di modelli: si va dalla sportiva e intramontabile Kipling alla clutch gioiello di Charlotte Olympia, dalle borse a spalla di Salvatore Ferragamo e Valentino ai modelli (hand bag e box bag) proposti da Dolce e Gabbana nella versione Sicily con foglie stampate. 

collage borseUn po’ meno ricca la scelta in fatto di accessori, dobbiamo essere onesti! Per restare in tema Greenery vi proponiamo, tra gli altri, l’elegante bikini Parah, gli occhiali da sole Ray-Ban e Chimi, il bracciale Maruti Beads, luminosissimo e decisamente adatto alla primavera! 

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Un tocco di verde in varie nuances dà colore anche al make up. Le più coraggiose potranno provare a sfoggiare, meglio se con un po’ di abbronzatura, il rossetto della NYX o il mascara della Clinique per ciglia lunghe e folte come foglie! Per le più “timide” matite per occhi, ombretti (l'abbinamento col giallo, a richiamare i colori del Brasile, è decisamente glamour) e perché no, smalti, di cui vi proponiamo le varianti di butter London, Opi e Collistar. 

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Qui le idee sono davvero tantissime per dare un’allure lussureggiante ma allo stesso tempo delicata alle vostre case. Cuscini, poltroncine, bicchieri, complementi d’arredo, oggetti per la cucina: tutto si tinge di Greenery. Assolutamente imperdibile la MUG di Pantone con tanto di chip drive. 

home collage copia Che altro dire? Buona primavera e buon Greenery a tutte!

Ma quanto sono belle ed emozionanti le Olimpiadi! Da trascorrere ore e ore incollati alla TV senza accorgersi del tempo che passa. Ritrovarsi come ipnotizzati a guardare sport di cui nemmeno immaginavi l’esistenza. E dimentichi almeno per un po’ le beghe del calcio, che le milanesi hanno ormai gli occhi a mandorla e che un “traditore” ha cambiato squadra. Tra tuffi, partite di tennis, gare di atletica, duelli di scherma e chi più ne ha più ne metta, una ventina di giorni sembrano volare, col medagliere olimpico che si aggiorna alla velocità della luce, atleti che esultano per i loro successi, altri che piangono sconfitti dopo una preparazione durata 4 anni e inni nazionali che suggellano con orgoglio l’appartenenza al proprio Paese, sul tetto del mondo.

Hai davanti agli occhi cinque cerchi colorati che si incastrano a formare un simbolo che è rimasto immutato in un mondo che cambia e in cui nulla sembra durare a lungo, ma evaporare con la stessa rapidità di un like su una foto. Medaglie da baciare, momenti da incorniciare, record da stabilire. Questo e molto altro quello che i giochi olimpici regalano, ma soprattutto la sensazione che almeno per qualche giorno il mondo sia un posto meno peggiore rispetto al solito, un posto dove lo sport crea unione e non divisione, un posto che forse ha ancora qualche cartuccia da sparare per salvarsi.

 

Come in ogni evento umano che si rispetti, anche nelle Olimpiadi le donne non hanno avuto vita facile. E ti pareva! Nella prima Olimpiade della storia, Olimpia, 776 a.C., alle donne non solo non era consentito di partecipare (figuriamoci!) ma era addirittura vietato di assistere come spettatrici. Il pass era riservato alle sole sacerdotesse. Tutte le altre a casa, a sbrigare faccende domestiche e a badare ai bambini. Dopo qualche millennio la storia è cambiata. Oggi le donne sono protagoniste al pari degli uomini in tutte le discipline e il grado di emozione che sanno regalare è davvero straordinario. Atene, 1896, prima Olimpiade dell’età moderna. Una donna, Stamati Revithi, meglio conosciuta come Melpomene, è ammessa come competitrice non ufficiale e corre la maratona da sola, il giorno successivo alla gara maschile. Quattro anni dopo, ai giochi olimpici di Parigi del 1900 sono ammesse alcune atlete donne: sarà la tennista inglese Charlotte Cooper a diventare la prima campionessa olimpica della storia. Bisognerà però aspettare le famose Olimpiadi del 1936 di Berlino per una più vasta presenza delle donne, finalmente considerate al pari degli uomini, come vere e proprie atlete. E a quel punto anche l’Italia gioca la sua parte e lo fa con Ondina Valla, che si aggiudica la medaglia d’oro negli 80 metri ad ostacoli. È lei la prima campionessa olimpica italiana. La prima di molte, molte altre.

VALLA Ondina thb copia copiaMa di passi importanti nella corsa delle donne alle Olimpiadi ne sono stati fatti ancora tanti, soprattutto per quanto riguarda il mondo arabo. Storica è stata la partecipazione del corso delle molto più recenti Olimpiadi di Atlanta del 1996 dell’iraniana Lida Fariman, che ha gareggiato nel tiro a segno, una delle poche discipline che consentivano di non violare l’abbigliamento previsto per le donne islamiche dalle norme religiose, mantenendo sia il volto che il corpo coperto. In più, agli ultimi giochi olimpici, quelli di Londra del 2012, la boxe femminile è diventata disciplina olimpica  con il volto della giovane pugile afghana Sadaf Rahimi ad incarnare la grande novità. Nelle stesse Olimpiadi altro avvenimento storico è stata la partecipazione delle donne del Qatar, fino ad allora escluse.

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Olimpiadi in corso: Rio 2016. Tante, tantissime donne in rappresentanza dei propri Paesi. Storie diverse, incredibili abilità e differenze culturali. Il comune denominatore: pari dignità rispetto agli uomini. Ed era ora! Ricorderemo tutti l’immagine che ha immortalato le nostre ragazze del beach volley, rigorosamente in bikini, gareggiare contro le avversarie egiziane, di cui alcune in hijab. Unico muro tra loro, la rete che le vedeva avversarie sul campo.

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E come non emozionarsi di fronte a Inès Boubakri, schermitrice tunisina, nonché prima donna africana a vincere una medaglia olimpica (bronzo) nella scherma, che ha dedicato la sua vittoria a “tutte le donne tunisine e arabe che occupano un ruolo importante nella società”. Insomma, il mondo cambia e qualche volta, come in questo caso, progredisce e lo sport ne è artefice e testimone.

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Vera e propria star di questa edizione, almeno fino a questo momento, la ginnasta statunitense Simone Biles, che ha vinto l’oro sia nella ginnastica artistica individuale, incantando il pubblico con performance straordinarie, che in quella a squadre. Una meraviglia per gli occhi: potenza, grazia, precisione, un talento fuori dal comune, che le è valso anche il paragone col mito assoluto della disciplina, la rumena Nadia Comaneci.

usatsi 8044884 copiaStendiamo invece un velo pietoso sull’episodio increscioso che ha coinvolto il Resto del Carlino nella persona di Giuseppe Tassi, direttore del QS Quotidiano Sportivo, reo di aver definito “trio di cicciottelle” le tre azzurre della squadra di tiro con l’arco, a un passo dal podio. Rivolta mediatica, accuse su tutti i social, lettera di protesta del presidente italiano di tiro con l’arco. La risposta è arrivata immediata: licenziamento. Da questo ed altri episodi che hanno coinvolto atleti di altre nazionalità (a quanto pare i deficienti non sono solo italiani!) una riflessione sta emergendo sempre più chiaramente e fortemente e riguarda tanto le donne quanto gli uomini. Basta giudicare l’aspetto fisico, concentriamoci piuttosto sulle qualità umane e sportive, nella fattispecie!

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Spazio anche per l'amore a Rio 2016, spazio per l'amore tra due donne. Dopo una partita di rugby femminile a 7, la giocatrice brasiliana Isadora Cerullo ha ricevuto una commovente proposta di matrimonio dalla sua compagna, Marjorie Enya. Il sì è stato suggellato da un bacio tra le due ragazze che in pochi istanti ha fatto il giro del mondo. Impensabile fino a qualche anno fa, vero??? 

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Nel precedente articolo di Lunedì (se ve lo siete perso, nessun problema, questo è il link: https://www.mygenerationweb.it/201605163103/articoli/agora/al-femminile/3103-bags-are-a-girls-best-friend) abbiamo appurato che le borse sono le migliori amiche-non umane-di una donna. Ora, non venite a raccontarmi che le amiche sono tutte uguali! Ecco, allora come potrebbero esserlo le borse? Del resto, mica Marilyn quando diceva che “Diamonds are a girl’s best friend” parlava di bijoux! Signore mie, parlava di DIAMANTI, non so se mi spiego.

Bene, io desidero parlarvi oggi di una borsa che è un gioiello, una borsa con la b maiuscola. Non è una Chanel né una Louis Vuitton, con tutto il rispetto per queste ed altre famose maison, che sono veri e propri mostri sacri della moda.

Oggi vi parlo di sua maestà la BIRKIN BAG di Hermès, la borsa delle borse, la più amata, la più sognata. Immortale, inimitabile, iconica, vero e proprio oggetto del desiderio femminile (quel desiderio mostruosamente PROIBITIVO del titolo) sin dagli anni ‘80, quando fu disegnata da Jean Louis Dumas, direttore artistico di Hermès (lo è stato per 28 anni, fino alla sua morte nel 2010).

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Se si chiama Birkin un motivo c’è. Sì, lo so, suona un po’ come il segreto di Pulcinella. Lo sanno più o meno tutti che la più famosa It Bag (non sapete perché viene definita It Bag? Don’t worry, lo scoprirete in uno dei prossimi articoli!) prende il nome da Jane Birkin, attrice e cantante britannica che ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo nella Swinging London per poi affermarsi soprattutto in Francia. Si narra che il papà della Birkin e la bella Jane si incontrarono su un volo Parigi-New York, nel corso del quale l’attrice si lamentò con Mr Hermès di non aver ancora trovato una borsa che rispondesse in pieno alle sue esigenze di donna che voleva coniugare praticità, femminilità e stile. Zac, detto fatto. Non fosse mai detto che Hermès non era in grado di esaudire i desideri di una donna. La bacchetta magica-e che bacchetta-di Dumas creò l’opera d’arte. Perché di un’opera d’arte si tratta, rimanendo confinati al mondo della moda, ovviamente. La sezione Arte di MYGENERATION potrebbe querelarmi! Che poi, a dirla tutta, la musa ispiratrice si è recentemente schierata contro Hermès (patricidio!) chiedendo di ritirare il suo nome dalla regina delle borse a causa della crudele pratica con cui vengono uccisi i coccodrilli per ricavarne la pregiata pelle che viene utilizzata per realizzare una delle Birkin più desiderate e, manco a dirlo, costose (chissà perché!). Brava, Jane, siamo con te!

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Se la capricciosa Jane Birkin ha ispirato l’omonima borsa oggetto del nostro articolo, l’elegantissima Grace Kelly (sì, proprio lei, la Principessa di Monaco) è stata la dea che ha dato il nome nel 1956 alla Kelly, la sorella maggiore della Birkin, nata in casa Hermès, nel lontano 1935. Entrambe hanno una forma trapezoidale ma se la Kelly è per antonomasia la borsa piccola ed alta con un singolo manico, simbolo indiscusso di uno stile sobrio ed elegante, la Birkin ha un’apertura più pratica ed agevole, ha doppi manici e si presta meglio ad adattarsi ad un look casual.

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E i costi? Veniamo al tasto dolente: il prezzo. Quando si dice svenarsi o farsi un buco in petto (in napoletano!)…..Ecco, queste espressioni rendono bene il concetto. Si stima che il costo di una Birkin (è chiaro che non ho alcuna esperienza personale, al massimo posso rivelarvi i prezzi delle borse Carpisa) vada da 6000 a più di 120000 euro. Non ho sbagliato a scrivere gli zeri, giuro! I prezzi sono veramente da capogiro. Ovviamente il prezzo oscilla in funzione del tipo di pelle: è chiaro che se la pelle è quella del povero coccodrillo di cui sopra il costo diventa esorbitante. C’è da dire, per onor del vero, che la manifattura richiede tempi e tecniche di lavorazione altamente dispendiosi, per cui mi duole ammettere che il costo esorbitante è in qualche modo giustificato. A questo punto la domanda sorge spontanea (citazione per le più anziane): chi può permettersi di sostenere una spesa simile per una borsa? Noi povere studentesse o lavoratrici in questi tempi di crisi sicuramente no. Tra le più accanite fan della Birkin, molto strano a dirsi, un bel po’ di celebrities o presunte tali: da Victoria Adams/Posh Spice/Lady Beckam alle immancabili sorelle Kardashian (quando non si parla di loro?), da Lady Gaga a Beyoncé, da Eva Longoria a Cindy Crawford e ancora Sharon Stone ed Elizabeth Hurley.

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Tutte donne. Normale, no? Parliamo di borse! E invece no, qui sta la sorpresa! Le Birkin sono approdate nell’universo maschile con modelli appositamente pensati per Lui. Praticamente, come può una donna a diventare sterile con il solo potere della vista! Sarò all’antica ma l’uomo con la borsa, come quello depilato, con i risvoltini dei pantaloni alle caviglie e le sopracciglia più curate delle mie (ammetto che non ci voglia molto), per carità, no! Preferirei rimanere single a vita.

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A noi piacciono gli uomini che le borse le regalano alle loro fidanzate, mogli, compagne (no, alle amanti no!), che siano o meno una Birkin. Certo, comprare la regina Hermès è un affare. Pare più redditizio e sicuro dell’oro. Sono impazzita? Assolutamente no. Uno studio condotto dal sito americano Baghunter, e riportato da “The Independent” ha fatto emergere una stramba verità, a quanto pare. Mentre dagli anni ’80 l’oro ha subito un decremento di valore pari allo 0.5 % annuo nel mercato statunitense, il valore della Birkin è salito del 14% circa. Ah, che bello sarebbe un mondo in cui nei quiz televisivi non si regalassero più gettoni d’oro ma Birkin!

Insomma, il paragone con la famosa frase di Marilyn sta proprio come il cacio sui maccheroni: Una Birkin è per sempre, altro che diamante! E guardate qui che scelta, ce n'è davvero per tutti i gusti. No, per tutte le tasche proprio no! Ma almeno rifacciamoci gli occhi con questi modelli che ho scelto per voi, ci sono anche quelli in coccodrillo, non me ne vogliate.

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Se negli anni ’50 Marilyn Monroe cantava Diamonds are a girl’s best friend, oggi possiamo dire senza grandi dubbi che le migliori amiche di una donna siano essenzialmente due: borse e scarpe. Non che i gioielli non ci piacciano più, sia chiaro, quelli sono sempre i benvenuti, ma nei nostri desideri gli accessori per eccellenza sono diventati con il passare del tempo sempre più la nostra passione. Borse e scarpe, essenziali per creare outfit perfetti, riempiono sempre di più i nostri armadi e svuotano contemporaneamente portafogli e carte di credito. Dalle vetrine richiamano l’attenzione delle addicted di turno seducendole irrimediabilmente: una moderna forma del canto delle sirene che avvolse nelle profondità del mare gli sfortunati compagni di Ulisse. Io ho sviluppato la mia personalissima tecnica: non guardare. Per ora sono viva!

Delle scarpe parleremo poi. Oggi è il turno delle borse, compagne fedeli e discrete, custodi di segreti, vere e proprie appendici del nostro corpo, da cui non osiamo quasi mai separarci, che siamo al lavoro, all’università, ad una festa, in discoteca e persino in chiesa. Ancore di salvezza in momenti di imbarazzo. E quante volte vi è capitato di andare al bagno protette dalle vostre borse, con la scusa di mettere su un po’ di blush solo per lasciar scorrere qualche lacrima? Giuro, non volevo intristirvi ma sono pur sempre frammenti della nostra vita e in bagno senza borsa non si va!

 

Le nostre borse….micro mondi misteriosi in cui portiamo con noi oggetti indispensabili (proprio tutti?) alla sopravvivenza nella giungla della quotidianità, con le sue giornate interminabili, i repentini cambi climatici e le molteplici situazioni alle quali essere all’altezza (mamma mia, che ansia!). Portafogli, chiavi (di casa, dell’auto, del motorino), smartphone, fazzoletti (per le più organizzate e previdenti). Poveri illusi-mi rivolgo ai maschietti-pensate che sia finita qui? E vai con: tampax, make up e salviettine struccanti (non vuoi farla una ritoccatina al trucco in ben 12 ore?!), ombrello, penne, agendina, chewingum e caramelle, sigarette (per le maledette fumatrici come me!), portafortuna e qualsivoglia altra forma di cianfrusaglia utile a generare caos e a fare peso tra cerniere, tasche e taschini saggiamente celati. Ovviamente nessuno di questi oggetti sarà scovato in tempi umani all’occorrenza, piuttosto risulterà come dematerializzato manco il mago Silvan (ve lo ricordate, vero?) l’avesse spostato col pensiero. Se vieni messa sotto pressione poi, è la fine. “Mi fai accendere per favore?” E scatta immediato il panico, perché l’accendino, stai certa, non lo troverai mai!

Se il rapporto di una donna con la propria borsa è di amore/odio, quello dell’uomo con la borsa della partner o di una semplice amica (attenzione, qui sono tutte amiche….diffidate sempre!) è di profonda soggezione mista a ossequioso rispetto. Divieto ASSOLUTO di accesso, a meno di differenti ed esplicite indicazioni. Tipicamente nell’immaginario di un uomo ogni nostra borsa è la versione in miniatura della ben più famosa borsa di Mary Poppins. Siate sincere, suvvia! Quante volte vi hanno fatto notare la somiglianza? A me, parecchie!

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Come ogni cosa anche la borsa ha una sua storia. Se i primi modelli rudimentali di borse compaiono nella lontanissima preistoria, epoca in cui per ovvie ragioni erano appannaggio esclusivo degli uomini, che le utilizzavano per trasportare utensili durante la caccia, è dal Medioevo che compaiono modelli più simili a quelli attuali. Con il Rinascimento e la maggiore diffusione di pellami e materiali preziosi la borsa inizia ad acquisire la sua natura di oggetto non solo utile ma anche di moda e il connubio vero e proprio tra le borse e le donne si stabilisce definitivamente tra l’Ottocento e il Novecento, secoli in cui si afferma progressivamente l’autonomia della donna che vede profondamente mutare le sue esigenze di vita. La borsa a quel punto diventa indispensabile. Sono gli anni in cui le più grandi maison di moda si dedicano all’affascinante universo della borsa, realizzando nel tempo modelli diventati delle vere e proprie icone. Coco Chanel vi dice niente?

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Volete approfondire la storia della borsa (ve lo consiglio, le mie parole sono solo una goccia nell’oceano)? Non vi resta altro da fare che godervi una bella visita al Museo della Borsa di Amsterdam, il Tassen Museum Hendrikje o Museum of Bags and Purses. Nell’attesa di un week end nella capitale olandese, tra mulini e tulipani, eccovi il link relativo al Museo

http://tassenmuseum.nl/http://tassenmuseum.nl/.

 

Oggi la borsa è per antonomasia simbolo di indipendenza per una donna, ma allo stesso tempo non ha perso, anzi ha rafforzato, il suo valore seduttivo e di indispensabile completamento del look. Sobrie ed eleganti, stravaganti ed eccessive, casual e sportive, da giorno, da sera, piccole, medie e grandi e capienti, invernali o estive, di borse ne esistono davvero per tutti i gusti e per tutte le esigenze. Di ogni materiale e di ogni colore, tinta unita o multicolor, rivestite di borchie, piume, pailletes e chi più ne pensa più ne realizza. A tracolla, con  i manici, cartelle, shopping bag, bauletti, pochette, clutch, buste, ognuno di questi modelli ha la sua ragione di esistere, soprattutto nei nostri armadi, dove le custodiamo gelosamente.

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Per cui, signori uomini, non continuate a chiederci il motivo per cui ne accumuliamo tante, quando possiamo permettercelo, si intende! L’avere una o più borse non riduce in noi il desiderio, che magari rimane irrealizzato, di comprarne un’altra. Ne individueremo sempre una che ci piace e di cui pensiamo di non poter proprio fare a meno, ci sarà sempre un dettaglio che non ci lascerà indifferenti, un colore che si abbinerà perfettamente ad un abito nuovo di zecca, una forma che manca nella nostra collezione. Quella borsa che diventerà semplicemente una compagna inseparabile delle nostre, spesso terrificanti, giornate. Quella borsa da cui spunterà un ombrello mentre a voi non rimarrà altra scelta che inzupparvi di pioggia! Che poi una borsa sia uno dei regali con cui difficilmente ci vedrete deluse scartando la confezione, quella è storia ben più che nota.

 

Non mi resta che lasciarvi con un’anticipazione sul prossimo articolo. Parleremo della borsa con la B maiuscola. Shhhhh, se avete capito di CHI sto parlando, mantenete il segreto, in fondo dovete aspettare solo fino a Venerdì!

8 Marzo. Festa della donna. Fiori, cioccolatini, serate a tema e vetrine allestite per l’occasione fanno decisamente a cazzotti in questo giorno con manifestazioni, memoria storica e riconoscimento di diritti. Diritti, questi sconosciuti, per milioni di donne nel mondo. Rispetto, questo sconosciuto, dell’integrità fisica, morale e psicologica della donna, oggi ancora un lontano miraggio in tanti paesi. Mutilazione genitale femminile. Solo a sentirla pronunciare questa espressione fa orrore; se ne parla, sì, ma di rado, quasi fosse ancora un tabù, un argomento troppo scomodo e troppo crudo da affrontare. Troppo privato, troppo intimo. Abbiamo scelto di parlarne oggi, nel giorno in cui il mondo celebra la donna, perché riteniamo sia una delle più grandi e mortificanti forme di violenza di cui le donne sono ancora vittime, una forma di violenza di cui il mondo speriamo quanto prima possa liberarsi definitivamente. Donne mutilate e brutalmente cucite per preservarne la “purezza”, donne a cui, nel migliore dei casi, viene negato un sano e sereno rapporto con il proprio corpo e con la propria sessualità, e che nella quasi totalità dei casi vanno incontro a gravissimi problemi di salute, rischiando persino la morte.

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Per mutilazioni genitali femminili si intendono una serie di pratiche che consistono nell’incisione e/o asportazione parziale o completa dei genitali femminili esterni. Tra queste la tristemente più nota nonché la più aberrante, umiliante e dolorosa è l’infibulazione. Quest’ultima prevede l’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e di parte delle grandi labbra, con successiva sutura delle parti residue di queste ultime. I genitali esterni sono così completamente cuciti, consentendo solo lo sbocco dell’urina (dal meato uretrale) e quello-difficoltoso-del sangue mestruale da una minima porzione di ostio vaginale rimasto pervio.

Non ci sono abbastanza parole per descrivere una simile atrocità, non ci sono, non possono esistere, ragioni valide per cui un essere umano, senza una necessità medica, debba essere mutilato, debba essere “modificato” contro la sua volontà rispetto a come, nella perfezione del suo corpo, è venuto al mondo. Eppure, affondando le radici in culture lontanissime dalla nostra, sono tante le ragioni-se così possono essere chiamate-per cui le donne subiscono le mutilazioni genitali. Un rito di iniziazione delle adolescenti, una sorta di passaggio alla vita adulta, un modo per preservarne la purezza fino al matrimonio, limitando e rendendo dolorosa la sessualità ma anche mettendo seriamente a rischio la fertilità, motivazioni religiose ed economiche-quello degli interventi mutilanti infatti è un vero e proprio business, un “servizio” pagato profumatamente.

Inimmaginabili il dolore, le lacrime, le urla, il terrore delle neonate, delle bambine, delle donne, vittime inermi di un tale abominio, praticato, nella maggior parte dei casi, da donne come loro, levatrici od ostetriche che siano. Inimmaginabile lo squarcio interiore, i segni indelebili nell’anima oltre che sul corpo. Tanti, troppi i rischi per la salute: emorragie, shock per il dolore devastante, setticemia, complicazioni al momento del parto, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e molte, molte altre.

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È l’Africa a detenere il triste primato del continente in cui le MGF sono più largamente praticate, seguito dall’Asia (paesi a prevalenza islamica); più raramente il fenomeno è presente in America Latina e sporadicamente negli Stati Uniti, in Europa, in Australia, tra comunità di immigrati. In occasione della Giornata ONU di Tolleranza Zero verso le Mutilazioni Genitali Femminili, lo scorso 6 febbraio, l’UNICEF ha pubblicato un nuovo rapporto da cui è emerso che almeno 200 milioni di donne e bambine in 30 paesi tra Africa e Asia hanno subito mutilazioni genitali e che la metà di loro vive in soli 3 paesi: Egitto, Etiopia e Indonesia. Inoltre in tutti i paesi in cui le mutilazioni vengono praticate, sono bambine al di sotto dei 5 anni ad esserne vittime, un dato agghiacciante.

Ma qualcosa, anche in questi paesi sta cambiando, grazie alla mobilitazione globale e alla nascita di una nuova consapevolezza da parte delle donne; già sono numerosi gli stati africani in cui le mutilazioni genitali sono diventate illegali e la speranza collettiva è che il numero di questi possa aumentare sempre di più. La comunità internazionale si ripropone di eliminare definitivamente le mutilazioni genitali femminili entro il 2030; è l’UNICEF insieme al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) a coordinare questo importantissimo obiettivo grazie al cosiddetto Joint Programme on Female Genital Mutilation/Cutting.

Nessuna donna, nessun uomo, nessuna società civile può tacere a riguardo; ognuno può e deve fare la sua parte affinché questo risultato possa essere raggiunto, affinché le mutilazioni genitali femminili diventino “solo” l’ennesimo tragico capitolo della storia dell’umanità.

Dopo una lunga pausa ritorna Al Femminile, inaugurando con questo articolo un nuovo spazio dedicato alle donne. E che donne! Viaggeremo infatti alla "scoperta" di donne che rappresentano delle eccellenze nel loro ambito professionale, cercando di mettere in luce, attraverso le domande che porremo loro, tratti della loro vita e della loro umanità, sempre più convinti che l'ex (ma molto ex) sesso debole sia un'inifinita fonte di ricchezza, tanto nella vita quanto nel lavoro. La nostra prima graditissima ospite è la fotografa napoletana Ilaria Abbiento, intervistata da noi in occasione di un altro grande ritorno, la collaborazione con le amiche-e gli amici-di LadyO. L'articolo è infatti integralmente pubblicato al seguente link http://www.ladyo.it/ilaria-abbiento-il-mio-amore-per-la-fotografia-e-quella-scatola-di-latta/http://www.ladyo.it/ilaria-abbiento-il-mio-amore-per-la-fotografia-e-quella-scatola-di-latta/ col titolo originale di:

 

Ilaria Abbiento: "Il mio amore per la fotografia e quella scatola di latta..."

 

Epoca di social. Epoca, talvolta, della necessità sfrenata di condivisione istantanea della propria vita privata, soprattutto attraverso le immagini. Accade così che si possa perdere di vista il significato vero del termine fotografia, sommersi come siamo da “fotografie” di ogni genere, accompagnate da un flusso inarrestabile e spesso superfluo di parole.

Per immergerci profondamente nel potere evocativo della vera arte della fotografia, abbiamo intervistato la napoletana Ilaria Abbiento,vincitrice della dodicesima edizione del concorso fotografico nazionale “Portfolio Italia – Gran Premio Apromastore – Pentax”, ad oggi l’unico nel mondo improntato su incontri a lettura di portfolio. Il lavoro presentato al concorso, che è valso ad Ilaria Abbiento il primo posto, è “Corrispondenze”, un portfolio composto da 20 immagini a colori realizzate nel 2015 (http://www.ilariaabbiento.com/Portfolio/Corrispondenze-1http://www.ilariaabbiento.com/Portfolio/Corrispondenze-1)

 

lIaria, innanzitutto, nella tua biografia si legge che prediligi la fotografia concettuale. Ci spieghi di cosa si tratta?

Credo che la fotografia concettuale sia un modo di fare arte, è una fotografia di pensiero, di ricerca e progettualità che, attraverso alcuni elementi che ne compongono il lavoro, mira a far comprendere il concetto che l’artista vuole esprimere con la sua opera attraverso una narrazione personale. Nel mio caso mi permette di costruire una poetica tutta mia con immagini sospese in uno spazio/temporale in cui posso fermare le lancette dell’orologio, in un tempo che appartiene solo al mio immaginario e creare un mio racconto. È un modo per sentirmi in una bolla d’aria, tra cielo e terra, dove nel silenzio di tutti i miei progetti riesco a ritrovare il mio universo interiore e a colmare talvolta dei vuoti, curandomi con questa dolce terapia.

 

Qual è stato, se c’è, il momento in cui hai capito che la tua più fedele compagna sarebbe stata la macchina fotografica?

La magia è avvenuta da bambina nella camera oscura di mio zio dove, sotto la luce rossa di una lampadina, assistevo a dei veri e propri prodigi che si manifestavano nello sviluppo delle pellicole e nella visione dell’immagine fotografica ai sali d’argento, che appariva rivelandosi pian piano nella bacinella di sviluppo. Ho capito che lo strumento per ottenere quell’incantesimo era una macchina fotografica, così me ne feci regalare una al mio compleanno e ho cominciato a scattare le mie prime foto in pellicola. Da quel giorno non ho più smesso.

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Raccontaci della scatola di latta, la protagonista indiscussa dei tuoi scatti. Quali ricordi ti evoca, quanto è importante per te?

Quando mia nonna Maria ha deciso di volar via sono tornata nella sua casa svuotata dalla sua presenza e lì ho trovato una scatola di latta verde con dei fiori colorati impressi sul coperchio. Ho pensato che era necessario prendermene cura, come se in quello scrigno potessi custodire il suo ricordo. Aprendo la scatola, tra foglietti scritti a penna, qualche bottone e un piccolo calendario trovai una foto in bianco e nero che la ritraeva sorridente accanto a mio nonno.
È stato come trovare un tesoro. Durante il processo lavorativo di “Corrispondenze” ho pensato che potesse essere l’unica custodia del mio progetto, proteggendo le mie lettere, le fotografie, i messaggi come la memoria di mia nonna.

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Come, secondo te, immagini e parole procedono di pari passo?

Nell’opera “Corrispondenze” le parole scritte sono frasi estrapolate da alcune rivelazioni che le persone ritratte mi hanno regalato nel tempo che ho trascorso con loro. Le ho annotate tutte su un taccuino che porto sempre con me. Questi messaggi non sono necessariamente in relazione con l’immagine fotografica del loro ritratto, anzi mi piace pensare che il fruitore dell’opera, aprendo le buste e leggendo le frasi scritte, possa concepire nel suo pensiero, una fotografia che non è mai stata scattata, costruendone un’immagine propria.

 

Come hai creato una “corrispondenza” tra sconosciuti nel tuo portfolio?

Ho ritrovato alcune lettere scritte dagli amici conosciuti in vacanza in spiaggia. Avevo tredici anni allora e passavo i mesi estivi al mare. Rileggendole ho ricordato il momento in cui finiva l’estate e l’unico modo che avevamo per rimanere in contatto era quello di scriverci, perciò si tornava a casa con la valigia piena di foglietti con su scritti i nostri indirizzi postali. Si scrivevano tante lettere e a volte era interminabile il tempo di attesa tra una risposta e un’altra, una pausa importante che conservava l’aspettativa emozionale che si esaudiva quando finalmente trovavi la busta nella cassetta postale. Così ho riflettuto sulla corrispondenza epistolare che oramai non è più di uso, svanita nella velocità del nostro tempo e ho pensato di farne un progetto che potesse far riflettere su quest’aspetto un po’ nostalgico.
Selezionata tra gli artisti di AltoFest, ho potuto metterlo in pratica creando una corrispondenza tra persone che non si conoscevano, ritraendoli in alcune ambientazioni inusuali di Napoli, costruendo, con le loro rivelazioni, messaggi che ho inserito nelle buste da lettera insieme al loro ritratto e inviando casualmente le corrispondenze tra loro.
Sedersi a un tavolo e scrivere ti dà la possibilità di immergerti nei tuoi pensieri in un tempo che scorre lentamente, mentre immagini che il destinatario della tua lettera potrà leggere presto un frammento della tua vita.

 

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Ascoltando Ilaria, la voglia di scattare selfie è decisamente diminuita e quella di scoprire il potere emozionale della fotografia è nettamente cresciuto. Speriamo anche in voi!

Alla prossima intervista!

Solo a sentirla pronunciare la parola cancro fa paura. Oggi come ieri o forse ancora di più. Sì, perché più passa il tempo più non c’è nessuno di noi-credo-che almeno una volta nella vita non si sia dovuto sinora confrontare con questa realtà così dolorosa. Più o meno da vicino. Una scoperta accidentale nel corso di un esame di routine, l’attesa di una diagnosi di malignità, un intervento chirurgico, la chemioterapia. I segni che rimangono. Lo so, a pensarci vengono i brividi. Eppure è una realtà che, sin da giovani, non possiamo ignorare, perché conoscere è una delle poche strade a disposizione per difenderci e difendere chi amiamo.

Per le donne uno dei nemici più acerrimi rimane tutt’oggi il tumore al seno. Ho conosciuto personalmente più di una donna che se ne è ammalata e non posso dimenticare l’ incredibile forza con cui le ho viste combattere, anche per molti anni, la propria battaglia. Per i loro cari, per se stesse, per la voglia di vivere, di sconfiggere un male che mangia da dentro e con cui spesso non resta altro che imparare a convivere. Per provare in tutti modi a farcela. C’è chi ce l’ha fatta e chi purtroppo no. La malattia e la perdita di tante amiche, colleghe, mamme, conoscenti impongono a tutte le donne attenzione rispetto alla propria salute e soprattutto ricorso alla più efficace arma a disposizione: la prevenzione.

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Come l’anno scorso, anche quest’anno MYGENERATION affronta nel mese di ottobre il tema della prevenzione del tumore al seno, essendo ottobre il mese ufficialmente dedicato in tutto il mondo a questo argomento di enorme importanza. Se oggi, nel vedere i più importanti monumenti del mondo illuminarsi di rosa (persino la Casa Bianca), associamo immediatamente a questa immagine la prevenzione del tumore al seno, è grazie all’attività di Estèe Lauder Companies che, con la sua Breast Cancer Awareness Campaign si occupa da ben 23 anni di promuovere la ricerca contro il cancro al seno ed educare e sensibilizzare le donne-e non solo-riguardo gli strumenti a disposizione per prevenire la malattia. Tutto questo grazie a decine e decine di iniziative sparse per il globo e il sostegno di numerosi e famosi partner commerciali. Simbolo della Campagna è l’ormai celebre Nastro Rosa, che è anche il nome italiano della campagna sostenuta da LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori)-per saperne di più potete visitare il sito ufficiale http://www.legatumori.it/eventi_nastro_rosa.php?area=1215http://www.legatumori.it/eventi_nastro_rosa.php?area=1215 - che quest’anno è presente anche all’Expo di Milano e ha scelto come testimonial la cantante Anna Tatangelo, suscitando per questa scelta non poche polemiche, a partire dal mondo del web. Ma riteniamo, come LILT del resto, che le polemiche siano del tutto fuori luogo quando si mettono in atto tutte le forze a disposizione per raggiungere un obiettivo così importante come la salute-e in tanti casi la sopravvivenza-di esseri umani.

 

Nastro rosa contro tumore al seno

Accanto al Nastro Rosa, vogliamo segnalare anche il più giovane Progetto Pink is Good (nato nel 2013) della Fondazione Umberto Veronesi, da sempre in prima linea nella ricerca e nella cura dei tumori. Obiettivo del progetto è sconfiggere definitivamente il tumore al seno che, sebbene continui ad interessare circa 48000 donne all’anno in Italia, è oggi suscettibile di migliori possibilità di cura e soprattutto di essere diagnosticato precocemente. Di qui l’importanza da un lato di finanziare la ricerca, per studiare e conoscere sempre meglio la malattia e mettere a punto nuovi e più efficaci farmaci, e dall’altro di fare prevenzione. Come? Migliorando il proprio stile di vita (che non dobbiate fumare-tra le varie cose-già lo sapete di certo!), praticando l’autopalpazione alla fine di ogni ciclo mestruale ed effettuando periodiche visite senologiche e, quando opportuno, adeguati esami strumentali (ecografia fino ai 40 anni ed ecografia e mammografia dopo i 40 anni). Ragazze-e mi rivolgo anche alle giovanissime-non dobbiamo fare l’errore di pensare che la malattia possa riguardare sempre e solo gli altri ma essere attente in prima persona alla nostra salute (se non ci pensiamo noi, chi lo farà al posto nostro?), preoccupandocene almeno al pari di quanto ci preoccupiamo del nostro aspetto fisico, della nostra immagine. E cosa possiamo fare concretamente per partecipare a Pink is Good? Per scoprirlo vi invito a visitare il sito ufficiale del progetto: http://pinkisgood.it/wp/http://pinkisgood.it/wp/. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le possibilità.

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Noi di MYGENERATION, intanto, abbiamo dato il nostro piccolo contributo partecipando a #Pinkyourself-tra le iniziative del progetto-perché anche una semplice testimonianza può essere utile a suscitare una riflessione, una domanda, una curiosità e perchè no, a salvare una vita!

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E voi, cosa aspettate? Pink yourself!

 

Vi siete mai chiesti come si sarebbe comportata Lady Chatterley se fosse vissuta ai nostri tempi?

Avrebbe mai avuto, secondo voi, il coraggio di lasciare gli agi di una vita economicamente sicura?

Ma facciamo un passo indietro. Per chi non lo sapesse, sto parlando della protagonista del romanzo di David Herbert Lawrence, "L'amante di Lady Chatterley", Constance Chatterley, che, sposata con il baronetto inglese Clifford Chatterley, si abbandona alle tenere -per usare un eufemismo- coccole del guardiacaccia della proprietà inglese di Wragby appartennete al marito. 

No, non si tratta di spoiler, altrimenti il titolo non avrebbe ragione di essere. Lo è quello che segue.

Siamo negli anni venti del Novecento e forse, oggigiorno, qualcuno non esiterebbe a darle della folle, perchè in tempi di crisi, meglio tenersi buoni i gioielli di famiglia; ma c'è qualcosa in questa donna che mi spinge a considerarla una vera e propria eroina d'altri tempi. 

La giovane Constance, sempre in giro per l'Europa durante gli anni adolescenziali, si ritrova, giovanissima, a vivere in una triste proprietà con un uomo che, in battaglia, durante il primo conflitto mondiale, resta paralitico. L'amore, fresco e vivo, inizialmente le permette di vivere al fianco del suo uomo in una relazione platonica, basata su conversazioni culturali e ideologiche che, però, ben presto, cominciano a starle strette. La vita noiosa e monotona l'attanaglia, giorno dopo giorno, e il timore di non poter mai dare alla luce un figlio tutto suo, e rispondere, dunque, a quel naturale e spontaneo desiderio materno, prende il sopravvento. Per non parlare dell'assurda richiesta del marito di darle un erede, purchè nelle vene del bimbo scorra sangue blu.

Quindi, diciamolo pure: il marito, un po', se l'è cercata. 

Ha chiesto alla moglie di guardarsi intorno e lei ha seguito il suo consiglio. Peccato che, a detta del marito, abbia guardato nella direzione sbagliata e che poi lei abbia deciso di non tornare più indietro, in quelle quattro mura fredde, tra discussioni sulla classe operaia e l'industralizzazione.

Chi non preferirebbe trascorrere le giornate in mezzo al bosco, nudi, con Oliver Mellors, il misterioso e tenebroso – nulla da fare, sono sempre loro che ci fregano!- guardiacaccia?

Non di certo la nostra Constance che, dopo tanto sesso sfrenato, da far invidia ad Anastacia Steele di Cinquanta sfumature, si innamora del suo dipendente e con lui e il loro bimbo in grembo, abbandona la vita da Lady per vivere il suo nuovo amore, puro e genuino, alla luce del sole. 

Ecco perchè credo che, a mio parere, si possa annoverare tra le eroine femminili. Sarebbe fin troppo riduttivo affermare che il suo unico fine sia stato il sesso, il raggiungimento del piacere che nell'unione coniugale non poteva ritrovare. E badate bene, che lungi da me difendere l'adulterio in tutte le sue forme e misure. Quello che, invece, io ho ammirato e ammiro di questa donna è il fatto che lei abbia dimostrato di avere gli attributi, scegliendo di ricominciare a vivere, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe poi comportato. Anche se si tratta di un personaggio inventato un secolo fa, quello che questa donna ha compiuto da sola per raggiungere la propria libertà è un qualcosa di fin troppo attuale.  

La sua lotta alle convenzioni sociali, il suo sovvertimento delle rigide regole del mondo aristocratico e la sua scelta di amare la persona per ciò che è e non per ciò che possiede: è questo che ho amato di lei.





Con 42000 mi piace su Facebook e 7000 followers su Twitter, "Memorie di una vagina" appartiene di diritto all'universo delle blogger al femminile di Internet. Una novella Carrie Bradshaw? Decisamente no, ciò che distingue il suo blog e lo rende unico è la capacità di 'essere come una di noi', con i suoi capelli ricci e indomabili, e chi scrive ne sa qualcosa, esprime vizi e virtù, paturnie e gioie di una quasi trentenne o poco più, che viva in Italia. Qualche esempio? 
 
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L'elisir dell'eterna giovinezza sono le big babol. 

[comunque ho bisogno di ferie]
 
Ancora, le sue frasi estemporanee, condivise su Facebook, sono letteralmente da applausi: "La giovinezza è tutto ciò che sta prima di quando un 19enne ti da del "Lei" oppure "Tornerò a dire "cazzo" invece di "figa". Lo dirò come fosse un auspicio. A forza di invocarlo, sono fiduciosa, ritornerà". Per questa ragione, perché è una di noi, abbiamo deciso di fare qualche domanda a "Memorie di una vagina", in modo che possa raccontarci un po' di sè, della sua vita e del suo lavoro. Iniziamo!
 
Il tuo blog è molto seguito, sei capace di esprimere ciò che molti pensano, ma non dicono. Credi che il suo successo dipenda dall'assenza di ipocrisia, dilagante in altri contesti?
Direi che uno dei motivi del successo, se così si può definire, del blog sia nello scarso livello di fiction che in esso c'è. 
Questo non significa che sia un diario fedele e pedissequo di tutto ciò che mi accade nella vita, perché sarebbe impossibile e perché un barlume di privacy devo pur averlo. Ma l'approccio, l'idea, l'immagine è sempre piuttosto autentica. E questo viene a mio avviso percepito dallo "zoccolo duro" di lettori che mi seguono da anni. 

Quali sono i tuoi principali interessi? Parlaci di te.
Il mio principale interesse sono le persone, la società e i macro-cambiamenti che la riguardano. Per me è importante capire in che direzione cambiamo, come possiamo lavorare su questo cambiamento, come possiamo gestirlo per raggiungere un certo benessere umano e sociale, in un tempo - quello che viviamo - per certi aspetti più semplice ma assai più controverso. Prima o poi ci scriverò un ebook sopra e sarò più chiara. :)
Di qui la mia scelta di sostenere, tra le righe, un modello sostenibile di femminilità. E non di fare la figa. Perché di wannabe figa siamo pieni. 
Oltre questo, ovviamente, mi piacciono le solite cose qualunque: la musica, il cinema, i viaggi, a volte lo shopping. Mi piacerebbe fare volontariato. Forse, prima o poi, lo farò.   
 
L'amore e il sesso, secondo te, descritti in poche parole.
L'amore è un casino e il sesso è un'arte. 
 
Scrivere è una necessità?
Sì. Da sempre. È l'unica cosa di cui io non mi sia annoiata mai. E mi annoio facilmente. 
 
Come hai iniziato?
Coi temi alle scuole elementari, direi.
Il giornalino scolastico, i concorsi letterari da pischella (vinti addirittura, alcuni), collaborazioni con siti di varia natura negli anni dell'università, racconti, romanzi iniziati e mai finiti, cronache di gioventù scritte per la ristretta cerchia dei miei amici ai tempi dell'MSN Space (te lo ricordi?) e poi alla fine la Vagina e tutto ciò che ne è conseguito.
 
Parlami del tuo libro dal titolo "Cara cornuta".
Che non so se riuscirò mai a raffinare, editare e mettere in vendita (no scherzo, devo farcela entro il prossimo mese, diciamo). È un piccolo trattato sociologico, in cui si mischiano le budella e la riflessione lucida sul mondo delle relazioni tra uomo e donna oggigiorno. Sulla fedeltà, sulla monogamia, sulla competizione. Cazzo se l'avessi pubblicato a giugno avrei beneficiato di tutta l'attenzione mediatica data da Ashley Madison. E invece, arriverò coi fuochi finiti :)
 
La cultura sul web ha un grande futuro, credi che presto l'online sostituirà definitivamente la forma cartacea?
Questo è il grande quesito mediatico del terzo millennio, che mi porterebbe ad aprire uno sproloquio infinito e non vorrei ammorbarti. Penso che il discrimine debba essere la qualità del contenuto e penso che non importi se il contenuto sia un testo scritto online o su carta, una produzione cinematografica o una web serie di qualità. Di sicuro c'è una moltiplicazione dell'offerta e delle possibilità, che di base è un bene perché senza l'online non staremmo probabilmente nemmeno qui a parlare io e te. Come sempre, tuttavia, sta agli utenti discernere la qualità dall'appiattimento culturale, dalla pochezza di contenuti, che non è solo in Uomini e Donne in tv (lo fanno ancora?), ma anche in alcuni prodotti web/social. Se l'online sostituirà la carta non lo so. Forse sì. Forse sostituirà i dvd, sostituirà i cd, ha già cambiato il cinema, le relazioni interpersonali. Ciò a cui conviene prestare attenzione è che non sostituisca la carne, le interazioni, il nostro rapporto con la realtà fenomenica. Mi sono spiegata o mi sono capita da sola?
 
Sì, tutto sta nel contenuto e quindi io ti chiedo della forma..In cosa il linguaggio da blogger si differenzia da quello giornalistico e perché, a tuo parere, in molti casi, risulta più efficace?
Perché è più immediato, è più libero di essere quello che vuole. Poesia o volgarità, in ogni caso più aderente alla vita e all'emotività. Se scrivessi sul Corriere non potrei usare tutte le parolacce che uso e io le parolacce le amo. Per contro c'è da dire che un pezzo giornalistico presuppone un lavoro più accurato di ricerca e accertamento delle fonti, una documentazione più approfondita sul tema che si tratta, un'attenzione più professionale al contenuto. Credo, quindi, che la soluzione ideale sia trovare un buon compromesso editoriale tra questi due stili di comunicazione. 
 
Come è la donna del 2015, secondo te?
Affaticata. Affaticata ad essere tutto insieme: indipendente, emancipata, rassicurante, in forma, attraente, colta, dinamica, massaia, perché in fondo devi saper cucinare e stirare, eh! Vessata da numerose pressioni sociali su famiglia, maternità, lavoro, estetica (tipo che invecchiare pare un peccato capitale). Pungente e vulnerabile. Impegnata a incastrare la realtà di ciò che è con l'idea di ciò che sarebbe diventata. 
Ma non ci lamentiamo. Perché anche se la possibilità di scegliere che tipo di donna essere ha un costo emotivo, noi ce l'abbiamo. E non è poco.  
 
Essere single è davvero un problema come vogliono farci credere?
Credo che essere single sia un problema fin quando non accettiamo che esserlo è una nostra scelta. Che se proprio volessimo trovarci un Giangiuann da metterci accanto lo troveremmo. E che non siamo donne a metà, se preferiamo fare altro nella nostra vita, che stare con un uomo sbagliato per noi. 
Detto ciò, in termini pratici, avere un maschio che mi mantenga mentre io faccio la blogger per diletto, schifo non mi farebbe. Dividere le spese. Sapere con chi andare in vacanza. O con chi passare il capodanno. No, niente di tutto ciò farebbe schifo. Sono un po' scelte, un po' il caso. In mezzo ci siamo noi che dobbiamo imparare a vivere al meglio il nostro tempo, la nostra natura e quelle che siamo. Sopravviverò se nessun uomo mi regalerà mai un paio di Loboutin. Che ve devo dì. 
 
Progetti, idee e lavori del prossimo futuro.
Voglio assolutamente completare ed editare (e mettere in vendita su Amazon) Cara Cornuta (il suo libro n.d.r.). Dopo di ché mi piacerebbe iniziare subito a scrivere il seguito. Mi piacerebbe collaborare con qualche testata per scrivere di comunicazione/tv/social media. Mi piacerebbe anche pensare a un tour di eventi sul territorio e a un progetto di scrittura femminile collettiva. Ma per il momento sono infognatissima e vedremo cosa riuscirò a portare a compimento di tutti questi buoni propositi :)
 
Concludiamo con una buona massima...
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La mia amica dice che devo trovare qualcuno che mi ami, non qualcuno che mi ammiri. O, forse, qualcuno che mi stiri.
 
 

Ormai è diventata nota per la risposta “Quarantadue”, che non è la risposta a tutti i quesiti dell’universo-come diceva Douglas Adams in “Guida galattica per autostoppisti”-bensì il periodo storico in cui le sarebbe piaciuto vivere. Ebbene sì, sto parlando proprio di Miss Italia 2015, la neo diciottenne Alice Sabatini. Il suo è stato un vero e proprio caso mediatico: più per la risposta data, e soprattutto per la motivazione “Tanto sono donna e in guerra non ci andavo” e molto meno per la vittoria del concorso di bellezza, è diventata una vera e propria celebrità.

L’opinione pubblica è pressappoco unanime: “La ragazza è stupida. Ma in fondo, cosa ti aspettavi da Miss Italia?
Ma forse, rispetto a questa affermazione, c’è molto da riflettere per approfondire meglio uno dei cliché più diffusi e duri a morire nel nostro paese: se sei bella sei stupida, e se sei intelligente sei sicuramente una racchia.
E so che a leggere questa frase ogni donna, ma anche molti uomini, si sentirebbero subito discolpati. “No, assolutamente, io non cado facilmente in questi pregiudizi.
Questo perché apprendere che Natalie Portman sia una bellissima donna laureata ad Harvard, o che Marissa Mayer sia anch’essa una bellissima donna per la prima volta assunta come ingegnere da Google negli anni ’90, non ci sorprende più di tanto.
Leggere notizie su internet ci porta su pianeti fantastici, dove noi donne non possiamo essere invidiose di Natalie Portman o Marissa Mayer,ma solo sognatrici. Dietro lo schermo, con personaggi d’oltreoceano, sembra tutto più credibile, come una favola della buonanotte.
C’era una volta una ragazza bella e intelligente”.
Il difficile arriva quando bisogna giudicare una persona dal vivo, o come nel caso di Miss Italia, una ragazza di diciotto anni attraverso lo schermo della televisione.
Mi è capitato di recente di imbattermi in uno stato su Facebook di una mia amica, che criticava una donna vestita con degli alti tacchi e dei leggins di pelle, enfatizzando invece la sua serietà sul posto di lavoro, lei che porta solo scarpe da ginnastica.
E solo qualche giorno fa l’ho provato sulla mia pelle, quando mi è stato detto “Ah ma sei una bella ragazza! Sapendo che sei all’università credevo fossi brutta”.
È proprio vero che voler risaltare la tua femminilità fa di te una sciacquetta con poca serietà sul lavoro? O al contrario che indossare scarpe basse indichi che tu sia una persona intelligente?
E, per citare nuovamente Alice Sabatini, se andassimo a chiedere ad altre ragazze di diciotto anni, più o meno belle che siano, in che epoca storica vogliano vivere, ci darebbero risposte poi tanto diverse?
Sembra invece che in un’epoca di avanzamento sociale come quella attuale, ogni donna non possa avere la libertà di mostrarsi al mondo per quella che è, intelligente e bella, o bella e intelligente. Perché qui la regola degli addendi sembra che non funzioni: che sia letto in uno o nell’altro ordine, pare proprio che il risultato cambi.
Che nella vita le lingue maligne abbondino è vecchia storia: ma qui sembra che più avanti andiamo, più è difficile dimostrare un proprio valore a dispetto delle apparenze.
Pavese diceva “Si odiano gli altri perché si odia se stessi”.
Allora attenti nel parlare degli altri, perché eccedendo con l’acidità, prima o poi la lingua si consuma.

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