Fotografia & grafica

Fotografia & grafica (201)

Dopo il grande successo televisivo, The Young Pope approda al Palazzo Reale di Napoli per “mettere in mostra” i momenti salienti della serie-evento del 2016.

 

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Trentotto scatti di Gianni Fiorito, fotografo napoletano, che ha seguito il premio Oscar, Paolo Sorrentino, anche sul set di altri sui film, dall’esordio de L’uomo in più La grande Bellezza, passando Il Divo.

 

La mostra “mette in evidenza” come la costruzione della serie è l’insieme del lavoro di molteplici figure con le quali il regista risulta essere in sintonia. Attraverso i suoi scatti, il fotografo napoletano ripercorre la costruzione del personaggio interpretato da Jude Law, degli altri personaggi della serie, le ambientazioni alternando immagini di scena ad immagini di back-stage dove emerge maggiormente lo stretto rapporto tra il regista, i suoi attori e il cast tecnico.

 

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Protagonisti, dunque, non solo quello che c’è davanti la macchina da presa, ma soprattutto ciò che c’è dietro e coloro che permettono la perfetta riuscita del lavoro, dalla costruzione dei personaggi al trucco, dalla ricerca dell’inquadratura giusta fino al dialogo, quasi intimo, tra il regista e i suoi attori. 

 

La mostra, aperta al pubblico fino al 18 giugno 2017, è a cura di Maria Savarese ed coordinata dalla Scabec Spa, Società Campana Beni Culturali. Un evento, questo che rappresenta «un omaggio [ … ] al premiatissimo regista napoletano e a Gianni Fiorito, fotografo e da sempre suo collaboratore».

 

 

INFO

Date 11 aprile - 18 giugno 2017
Orario: 9.00 - 20.00 (ultimo ingresso ore 19) - mercoledì chiuso
Ingresso: € 4,00 
Tel.: 081 580 82 55

mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

«Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l'arte della fotografia» (H.Newton).

 

 

È questa l’essenza dell’arte fotografica che ritroviamo in tutti gli scatti di Helmut Newton in mostra al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli, inaugurata ieri 25 febbraio. L’idea della mostra, dal titolo Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, nasce dalla volontà di June Newton, moglie del fotografo, di “mostrare”, appunto” le fotografie del grande maestro pubblicate in tre libri verso la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90.

 

Libri, questi, curati, progettati ed impaginati dallo stesso Newton:

 

White Women. È il primo libro nomografico del fotografo tedesco, pubblicato nel 1976, che gli valse il prestigioso premio Kodak Photo Book Award. Si tratta di 81 immagini, 42 a colori e 39 in bianco e nero, introducendo per la prima volta il nudo e l’erotismo nella fotografia di moda. In quegli anni, la moda stava cambiando e con lei anche il modo di “mostrarla” in fotografia: sul mercato appaiono i primi capi a prezzi modici che consentirono anche agli strati sociali inferiori di vestirsi con eleganza e gusto e i fotografi non potevano non testimoniare questa quasi rivoluzione alimentata dai movimenti femministi che introdussero nell’immaginario collettivo l’idea di una donna aggressiva che combatte per ottenere la sua emancipazione. C’è un ribaltamento della “figura donna” e le stesse riviste che trent’anni prima pubblicizzavano donne aristocratiche con abiti lunghi e lussuosi, ora propongono donne emancipate, combattive con l’uomo alle proprie dipendenze. Di conseguenza, nascono nuovi modi di “vedere” la donna: fotografi come Helmut Newton ritraggono donne decise e compiacenti a volte colte in atteggiamenti sadomasochisti. Provocazione, la sua, simbolo della sua personale produzione artistica.

 

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Sleepless Nights. Pubblicato nel 1978, è un libro fotografico dal carattere retrospettivo che mostra Newton in una veste diversa: le immagini da foto di moda si trasformano in ritratti e da ritratti in reportage quasi da scena del crimine. Si tratta di 69 fotografie, 31 a colori e 38 in bianco e nero, dove i soggetti, le modelle, sono per lo più seminude con in dosso corsetti ortopedici e selle di cuoio, fotografate all’esterno in atteggiamenti provocanti quasi a proporre, ancorauna volta, un uso della fotografia di moda come pretesto per realizzare qualcosa di differente e molto personale.

 

 

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Big Nudes. Pubblicato nel 1981, questo libro consente al grande artista tedesco di diventare il protagonista nella storia dell’immagine del secondo Novecento. Si tratta di 39 scatti in bianco e nero che inaugurano una nuova dimensione della fotografia umana: nudi a figura intera, gigantografie che entreranno prepotentemente nei musei di tutto il mondo. L’ispirazione? I manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.

 

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Nato a Berlino il 31 ottobre del 1920 da una ricca famiglia di origine ebrea. Sin dalla più tenera età vive una doppia vita diviso tra posti particolari (come i quartieri a luci rosse) che, seppur degradati, lo affascinano e i grandi alberghi in cui va in vacanza con i genitori. A dodici anni acquista la prima macchina fotografica. Nel 1936, a sedici anni, inizia il suo apprendistato presso l'atelier della fotografa di moda Iva frequentando una ragazza ariana che mette a rischio la sua incolumità a causa della diffusione delle leggi antiebraiche. I suoi genitori lo imbarcano così su una nave diretta in Cina, ma Helmut si ferma a Singapore, dove, per appena due settimane, lavora per il quotidiano "Straits Times". È in questo periodo che inizia a capire che la fotografia potrebbe essere il suo lavoro. Nel frattempo, conosce una ricca signora belga con la quale viaggia nelle colonie britanniche fino ad approdare in Australia nel 1940. Dopo un breve periodo di prigionia in quanto cittadino tedesco, diventa cittadino australiano e nel 1948 sposa l'attrice June Brunnell, che ha conosciuto in ambito lavorativo; infatti, lei ha posato come modella per le sue fotografie. Dopo aver aperto un piccolo negozio di fotografia a Melbourne, si trasferisce a Parigi nel 1961 e comincia quasi subito a lavorare per French Vogue, dando così inizio alla sua lunga carriera di fotografo. «Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare».

 

«Obiettivo della mostra è presentare i temi distintivi dell’immaginario artistico di Helmut Newton, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora».

 

L’esposizione è aperta al pubblico dal 25 febbraio al 18 giugno 2017 ed è Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation ed è curata da Matthias Harder e Denis Curti.

 

Siamo giunti alla terza ed ultima parte del viaggio che ci ha portati alla scoperta dei film ispirati al mondo della fotografia. Se avete perso la seconda parte, potete recuperarla qui! Ecco per voi una selezione di 6 film degli anni 2000. 

 

One Hour Photo, film del 2002 con un intramontabile Robin Williams nei panni di uno stalker. Addetto alla stampa in un negozio che stampa in un’ora, diviene preda di un’ossessione morbosa per una famiglia, dopo aver sviluppato un rullino di loro fotografie, fino ad arrivare alla conclusione di essere lui stesso parte di quel nucleo familiare. In origine la parte era destinata a Jack Nicholson che però la rifiutò. Il film vinse un premio nell’ambito del Festival del cinema americano di Deauville, mentre il compianto Williams vinse il Saturn Award come migliore attore.

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City of God. Anche questa pellicola è datata 2002 e fu presentata al Festival di Cannes nella categoria Fuori Concorso. Il film è ispirato al libro di Paulo Lins e la trama si sviluppa a Cidade de Deus, una favela del panorama brasiliano. Dal film fu poi tratta una serie tv intitolata: “City of Men”. Il film ha ricevuto ben 4 nomination ai Premi Oscar del 2004 (tra cui Miglior fotografia a César Charlone) e ha vinto un BAFTA nel 2003 nella categoria Miglior montaggio (per Daniel Rezende).

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Palermo Shooting è un film del 2008, diretto da Wim Wenders e presentato alla 61^ edizione del Festival di Cannes. La trama è particolare: Finn è un fotografo talentuoso, vive una vita molto stressante, sempre a lavoro, estraniato dal mondo, perennemente con le cuffiete alle orecchie. Ad un certo punto attraversa una crisi esistenziale e parte alla volta di Palermo dove incontrerà una ragazza, e La Morte, che ha il volto di Dennis Hopper. Una curiosità circa questo film è che il Tribunale di Palermo ha condannato il Comune per il mancato finanziamento di circa 250.000 euro che aveva garantito, obbligandolo a risarcire la somma di 22.201,55 euro alla casa di produzione cinematografica che ha realizzato il film.

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L'Homme qui voulait vivre sa vie, in Italia tradotto col titolo Scatti rubati, è un film del 2010. La storia si sviluppa attraverso il furto d’identità. Un uomo, avvocato di successo, uccide Grégoire, l’amante (fotografo incompetente) della moglie e dopo avergli rubato i documenti e inscenato anche il proprio trapasso, parte alla volta del Montenegro, iniziando così la sua nuova carriera da fotografo. Il destino però gioca un brutto scherzo al nuovo Grégoire, perchè lui ha del vero talento.

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La fotógrafa, film del 2013 scritto e diretto da Fernando Baños Fidalgo. In occasione di una visita ai nonni, la protagonista Kath trova delle vecchie fotografie scattate da sua madre, risalenti all’epoca della rivolta argentina del 2001. Tornata nella propria città, a Buenos Aires, Kate decide di scoprire quale sia il legame tra quelle fotografie e la madre morta in strane circostanze.

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Life del 2015 racconta del rapporto d’amicizia instauratosi tra James Dean e Dennis Stock. Quest’ ultimo sogna di entrare a far parte della “Magnum”, la società fotografica più famosa al mondo, nel mentre fa il paparazzo. Ad una festa i due si conoscono e da lì iniziano insieme un viaggio fotografico dove tutti i lati della star vengono immortalati. La malinconia e l’irrequietezza di Dean vengono raccontate in ogni loro sfaccettatura ma quando l’attore trova un po’ di pace e serenità presso la fattoria degli zii dove ha trascorso l’infanzia, viene richiamato all’ ordine dalla Warner Bros e costretto a recarsi a New York per la prima de: “La Valle dell’ Eden”.

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Proseguiamo il nostro viaggio celebrativo della fotografia nel cinema (se vi siete persi la prima parte dell'articolo, la trovate qui) con i film del ventennio '70-'90.

“Eyes of Laura Mars”, in Italia “Gli Occhi di Laura Mars”, è un film del 1978. Si tratta del primo lavoro di John Carpenter, interpretato da Faye Dunaway e da un giovanissimo Tommy Lee Jones. La storia riguarda Laura Mars, una fotografa di moda, con una predilezione per la provocazione, sulla quale si sviluppa tutto il suo lavoro. Laura è anche tormentata da visioni medianiche, di top model e suoi stretti collaboratori. Questo particolare porta il detective John Neville ad interessarsi della questione, e a lungo andare, affascinato dalla donna, se ne innamora.

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“The Christine Jorgensen Story”, tradotto in italia con il titolo “Il primo uomo diventato donna”, è una pellicola del 1970 tratta da una storia vera. George Jorgensen Jr. fu un vero e proprio caso mediatico nell’America degli anni '50, poichè fu uno dei primi esempi noti al mondo di un cambio di sesso. Dopo la transizione scelse il nome Christine, in omaggio al dottore che eseguì l’operazione e fu molto attiva nella lotta alla discriminazione di genere. Era molto intelligente e ironica, informò i propri genitori del cambio di sesso con una lettera che recitava: “La Natura ha fatto un errore, che io ho corretto, ed ora sono vostra figlia". Non male per un ex soldato no?

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“Un anno vissuto pericolosamente”, titolo originale “Tahun Vivere Pericoloso” del 1982, è la storia di Guy Hamilton, un giornalista che arrivato a Giacarta per il primo lavoro da inviato estero, scopre che il collega di cui deve prendere il posto è partito senza lasciargli nessun tipo di documentazione o contatto con cui poter lavorare. In un'atmosfera tesa come quella indonesiana degli anni '60, Guy incontra un fotografo, Bill, che lo accompagnerà e lo aiuterà a farà da tramite nelle varie situazioni, anche quelle più pericolose. Bill fa conoscere al giornalista anche Jill, un'assistente militare, con la quale intreccia un rapporto amoroso. Questo film ha ricevuto eccellenti riconoscimenti quali: il Premio Oscar (1984), il National Board of Review Awards (1983) e il Kansas City Film Critics Circle Awards (1984), tutti per la Migliore Attrice Non Protagonista (Linda Hunt).

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“Public Eye”, in Italia “Occhio Indiscreto”, per la regia di Howard Franklin, è un film del 1992. Il protagonista, Leon Bernstein detto Bernzi, è il miglior freelance degli anni '40, fotografa soprattutto gangster e scene del crimine e cerca in qualunque modo di vendere agli editori, ma senza successo, un album di istantanee. Una sera incontra una vedova, che tra i vari beni ereditati dal marito si ritrova un club ma anche mille avvoltoi sedicenti soci del defunto marito. Leon promette di aiutare la vedova a risolvere il problema e si ritrova ingarbugliato in una situazione più grande di lui.

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“Pecker”, pellicola del 1998 di John Waters, parla delle avventure di un ragazzo di Baltimora incastrato in un lavoro che non ama, con una grandissima passione per la fotografia ma con ben poca tecnica. I suoi soggetti preferiti sono i familiari, gli amici, la ragazza. Le foto di Pecker sono tutto meno che buone ma Rorey Wheeler, un gallerista di New York, le espone definendole grandi opere; ecco così che i collezionisti  si affannano per acquistare uno o più pezzi di tali sublimi esempi d’arte. Nel film c’è un particolare interessante, la fotografa Cindy Sherman partecipa al film interpretando se stessa.

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La fotografia nel cinema è l’aspetto fondamentale, oltre alla recitazione, per garantire la buona riuscita di un film. Molti sono gli esempi di pellicole sorprendenti con luoghi e immagini che restano, anche dopo decenni, scolpiti nella mente. Ovviamente un esito positivo è garantito se a curare le inquadrature, oltre al regista, c’è un gran direttore della fotografia, quello che curerà magistralmente ogni aspetto, dall’ angolazione alla luce, all’ oggettività visiva della scena, le sensazioni che susciteranno le immagini, quelle sì, sarano soggettive. Nel corso della storia, sono moltissimi i film che, oltre ad aver “dietro” eccellenti direttori della fotografia, sono ispirati alla fotografia stessa.  

Di seguito il primo excursus tra i film degli anni '20-'60.

 

Il più datato esempio di film sulla fotografia risale al 1928 ed è “The Cameraman” di Edward Sedgwick, conosciuto in Italia come “Io... e la scimmia” con Buster Keaton. Un film muto che è stato inserito dal “National Film Registry” per la conservazione. Primo film di Keaton con la Metro Goldwin Mayer, vede il protagonista decidere di diventare cameraman per impressionare una ragazza che ahimè, preferisce un altro.

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Nel 1933 uscì “Picture Snatcher”, in Italia “Dinamite doppia” di Lloyd Bacon,  prodotto da Warner Bros. Narra delle vicende di un ragazzo che, uscito di prigione e deciso a vivere una vita onesta, viene impiegato come fotografo da un giornale, finendo per innamorarsi della figlia del tenente di polizia. Ovviamente la storia d’amore va a finire male quando il nostro eroe, pur di avere il suo scoop, fotografa un condannato a morte e la ragazza, scioccata, lo molla.

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“No Time for Love", in Italia “Non c’è tempo per l’amore”, è un film del 1943, che però venne distribuito nel nostro Paese solo 5 anni dopo. Un dvd della pellicola è disponibile solo dal 2009. I protagonisti sono una giornalista e l'uomo che viene da lei fotografato sulle rive del fiume Hudson perdendo a causa sua il lavoro. Il senso di colpa porta la prima ad assumere il secondo, ma le cose non vanno come da programma. 

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“Funny Face”, o come era conosciuto da noi in Italia “Cenerentola a Parigi”, è un film musicale del 1957 per la regia di Stanley Donen. Pur avendo ricevuto 4 nomination agli Oscar, il film non ha primeggiato in nessuna categoria. Però nel 1957 è stato inserito nella lista del National Board of Review of Motion Pictures come una delle migliori pellicole di quell'anno. Il film racconta le vicende che portano Jo Stockton (Audrey Hepburn), semplice bibliotecaria, a diventare icona della moda, per mano di Dick Avery (Fred Astaire).

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Intramontabile, La Dolce Vita di Federico Fellini, che vede come protagonisti Marcello Mastroianni e la splendida Anita Heckberg, è un film che non ha bisogno di presentazioni. Si sviluppa in 7 vicende e vede Marcello, fotoreporter disincantato dalla vita, spendere i propri giorni in servizi scandalistici, fin quando incontra una meravigliosa bionda che finisce per fare il bagno nella Fontana di Trevi. Questa è quella che viene ricordata come l’immagine più poetica e potente di tutto il film. 

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Bonnie & Clyde 1932

La coppia più famosa del mondo del crimine, ritratta in un momento di giocosa intimità. Bonnie punta il fucile al petto di Clyde che la osserva divertito. Sguardi di intesa tra i due amanti fuorilegge, che hanno seminato il terrore sulle strade americane negli anni '30, ma che hanno anche ispirato film e racconti con il loro grande amore.

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Hiroshima 1945

L’ombra di questa vittima sembra quasi un opera d’arte contemporanea. In quei 5 scalini è impreso l’ultimo istante della sua vita. Di quella vita resta solo la sagoma impressa dalle radiazioni del 6 agosto 1945 quando a Hiroshima, Giappone, venne sganciata la bomba atomica. Forse il gesto più deplorevole che la mente umana abbia mai concepito. "The shadow”. Questo il nome della fotografia che ritrae un signore, probabilmente anziano, che appoggiato al proprio bastone assiste impotente all’ inesorabile compiersi del fato.

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Marilyn Monroe 1950

Qui Marilyn è ritratta dal fotografo o meglio dal paparazzo Earl Leaf, che quasi ossessionato da lei, la ritrasse per tutta la vita. Alla fine degli anni '90 uscì una raccolta intitolata: “From Beginning to End” con gli scatti più belli e significativi e, anche se il libro non riscosse un grande successo, attraverso di esso gli appassionati poterono godere del privilegio di ammirare le immagini della dea di Hollywood. Oggi il libro è da collezione.

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I Beatles prima di attraversare Abbey Road 1969

Album “Icona Visiva” della storia della musica, Abbey Road, citato e imitato negli ultimi 47 anni. In uno scatto “rubato” prima del celebre attraversamento sulle strisce pedonali, si vedono i fab four in attesa: un serio John Lennon, due giocosi George Harrison e Paul McCartney e un distratto Ringo Starr, crogiolarsi al sole prima di farsi fotografare nell’attimo più famoso al mondo.

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Freddie Mercury 1979

Forse non tutti sanno che Freddie Mercury danzò con il Royal Ballet di Londra nel ’79 per un evento di beneficenza rivolto ai bambini con disabilità mentali. Sulle  note di Bohemian Rhapsody e di “Crazy little thing called love”, ancora inedita. La curiosutà circa questo evento è che inizialmente fu contattata Kate Bush per ricoprire il ruolo, ma lei si rifiutò. Nell’immagine, scattata da Colin Davey, Freddie viene ritratto insieme al coreografo e ad un assistente, in un momento di pausa.

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Steve McCurry 1984

Magari non tutti conoscono il nome di Steve McCurry ma provate a chiedere in giro del ritratto della ragazza afgana e la risposta sarà sicuramente affermativa. Emblema della fotografia etnografica, fu pubblicata da National Geographic. Il nome della ragazza è Sharbat Gula. L’immagine fu scattata presso un campo profughi di Nasir Bagh, che Sharbat aveva raggiunto attraversando le montagne insieme alla nonna e a tre fratelli per sfuggire ai russi dopo che i genitori furono uccisi. Quando McCurry scattò la foto la ragazzina stava seguendo una lezione in una scuola attrezzata nel campo. La particolarità di questa foto è che la vide immortalata in un momento in cui non indossava il burqa. Recentemente arrestata in Pakistan perchè in possesso di documenti falsi, è attualmente una clandestina.

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Kurt Cobain e Courtney Love 1992

È noto che l’amore tra il bello e dannato Kurt e la femme fatale Courtney abbia conosciuto spesso alti e bassi. Ma a dispetto delle malelingue e delle macchinose chiacchiere dei media, questi due ragazzi si sono amati alla follia. Ad un anno dalla loro conoscenza, si sono sposati e hanno avuto la loro unica figlia (che tra le altre cose ha appena sposato un ragazzo identico al suo papà). La ragazza si chiama Francis Bean Cobain. La curiosità circa il nome della giovane è che al momento della scelta Kurt ricordò come fosse adorabile nell’ecografia la forma di fagiolo del feto. Fu cosi che l’addetto dell’anagrafe, incredulo, scrisse il nome sul documento di nascita. Certo, in Italia suonerebbe strano....Francesca Fagiola Cobain!

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Dimebag Darrel 2004

Appassionato di musica fin da quando, insieme al fratello Paul, frequentava il Pantego, lo studio di registrazione del padre. Era solito dire: “L'heavy metal è ciò che mi interessa. Roba che ti smuove. Roba che ha cuore e anima.” Uno dei chitarristi più talentuosi morì per mano di un fan durante un concerto in Ohio con i Damageplan, il suo secondo gruppo, oltre allo storico dei Pantera. Un uomo esaltato salì sul palco urlando e gesticolando. Il pubblico credeva si trattasse di una messinscena, quando lo psicopatico estrasse la pistola e colpì mortalmente Dimebag (e un altro componente della band), sotto gli occhi del fratello Paul, che dovette essere portato via in evidente stato di shock. Fu cosi che nel Dicembre di 12 anni fa si spegneva per sempre una delle stelle più luminose della musica mondiale.

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Stephen Hawking 2007

Siamo abituati a pensare a Stephen Hawking come a un accademico, un genio, un grande studioso. Pochi sanno che è una persona molto ironica, nonostante la sua grave disabilità, infatti, appare spesso in serie tv come Star Trek o The Big Bang Theory e presta la voce ai Simpson. Molte le curiosità che lo riguardano, ad esempio che Stephen ha frequentato un istituto femminile, che all’età di 21 anni gli erano stati diagnosticati non oltre che due anni di vita a causa delle sue condizioni di salute derivanti dalla SLA, la voce robotica attraverso la quale comunica ha l’accento americano ma lui è inglese, ha pubblicato un libro per bambini intitolato “La chiave segreta per l’Universo”, è appassionato di microgravità e ciò lo ha portato nel 2007 a testare per primo un aereo in volo parabolico che simula appunto la gravità zero, condizione che si riscontra nello spazio. 

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Gaza 2016

Ormai nei telegiornali le immagini di devastazione, guerra e macerie sono all’ordine del giorno e forse questo ha portato a desensibilizzarci un po'. Però l’immagine di Babbo Natale, col suo sacco, seduto ad osservare ciò che rimane della città di Gaza fa rabbrividire. Un ragazzo palestinese, Samih Vadi, si è travestito da vecchio pancione rosso e ha cominciato a distribuire regali ai bambini nel quartiere di Shujaiyya, cercando di portare un po' di gioia e serenità almeno il giorno di Natale. Un vero eroe dei nostri tempi.

Un’ artista di quelle che non si trovano in giro tanto facilmente. Un’ artista capace di entusiasmare, di far fermare a riflettere attraverso i suoi scatti potenti, carichi di sensualità,  tenerezza, vita. La sua creatività s’ intuisce facilmente osservando la sua tecnica di scatto. Dolcezza, impulsività, carattere, forza.

Genovese, ha studiato all’Accademia di Belle Arti l'arte orafa e come lei stessa afferma: “Ho lavorato l'oro, poi ho deciso di fotografarlo.”  Anche se l’oro in questa frase si sospetta non rappresenti solo il prezioso metallo, bensì lo spirito dei suoi soggetti.

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Mamma di due splendidi bambini, donna impegnata e fervente femminista, Lara è una ragazza “ZEN”, come ama definirsi, che con quel mezzo sorriso appena appena accenato sulle labbra, legge l’anima delle persone, passando attraverso l’obiettivo della sua Canon Eos 5D. Una Vivian Mayer dei nostri tempi.

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Lara scatta, scatta e cattura l’essenza delle cose, delle persone, del momento.

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Attraverso l’uso sapiente del bianco e nero, un abilissimo sfruttamento della luce, questa  magnifica fotografa trasporta l’osservatore dentro l’immagine, riesce sorprendentemente a far vivere l’attimo, suscita emozioni e stordimento.

Gli sguardi dei suoi soggetti hanno la potenza di Dorothea Lange, il carattere espressivo che riesce a cogliere, catturare e consegnare è paragonabile agli scatti di Philipp Halsmann.

La ricerca stilistica, l’eleganza, costante anche nei nudi, rappresenta un’evidentissima sapienza di esecuzione, l’attenzione al dettaglio, la teatralità, che fluisce in maniera naturale anche dal soggetto (apparentemente) più semplice, conduce in una dimensione astratta, tanto che il prossimo passo sembra poter essere sempre lì pronto, sulla soglia di Man Ray.

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Un astro nascente della fotografia, un’artista di cui sentiremo ancora parlare e della quale non vediamo l’ora di ammirare “L’ ORO”.

Di seguito il link al profilo instagram:

https://www.instagram.com/laragazzapensa/

e al sito web:

  1. www.laracettiphotography.comwww.laracettiphotography.com

Avevamo già parlato qualche tempo fa di Chema Madoz, un fotografo che trasforma gli oggetti di uso quotidiano in surreali. Al pari di Chema Madoz, Fran Herbello punta a sconvolgere la realtà giocando però oltre che con gli oggetti anche con il corpo umano, dando ad ogni cosa un significato nuovo, potente, che alle volte suscita avversione, alle volte palesa ironia.

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Nato nel 1977 a Menziken, in Svizzera, da genitori galiziani-la Galizia è una Comunità Autonoma della Spagna-comincia il suo lavoro diplomandosi in scultura all’Accademia di Belle Arti, scopre presto la passione per la fotografia  e comincia a sperimentare il connubio tra le due tipologie d’arte.

Come Madoz (leggi qui), scatta esclusivamente in bianco e nero e solo su pellicola, crea delle vere e proprie sculture attraverso le quali manipola poi quella che è la visione e la percezione oggettiva del corpo. Ecco che mani, piedi e busto vengono trasformati fino a divenire completamente altro, segno di una ricerca continua del surrealismo che come risultato regala opere straordinarie dell’arte contemporanea.

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Il soggetto è sempre centrale, la luce quasi sempre neutra, la simmetria e la semplicità degli scatti fanno sì che l’attenzione sia rivolta contemporaneamente alla visione d’insieme e al dettaglio dell’ immagine. Le scelte stilistiche di Herbello fanno quasi subito venire in mente un paragone con i lavori di Bayer o Man Ray, che creava però dei fotomontaggi e non delle sculture vere e proprie. (leggi qui)

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Lo studio continuo di nuove dimensioni, i suggerimenti di nuove interpretazioni dei soggetti catturati, permettono all’osservatore di individuare  la linea sottile tra realismo e surrealismo, suscitando emozioni oltre che stupore.

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Di seguito il link al sito Web di Herbello: http://franherbello.com/http://franherbello.com/

 

«Perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile».

 

Scatti in bianco e nero realizzati tra il 1979 e il 1980 in Afghanistan, durante la sua prima missione: sono queste le immagini che aprono la mostra “Senza Confini” di Steve McCurry a Napoli.

 

La mostra allestita al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli presenta non solo il nucleo essenziale delle sue fotografie più famose insieme ad alcuni lavori più recenti, ma “mette in particolare evidenza la sua attività di fotografo, impegnato senza confini nei luoghi del mondo dove si accendono i conflitti e si concentra la sofferenza di popolazioni costrette a fuggire dalle proprie terre. Il tema è purtroppo di grande attualità e Steve McCurry lo ha documentato fin dalla fine degli anni ’70”.

 

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In Afghanistan era entrato insieme ai mujaheddin che combattevano contro l’invasione sovietica. È in quel paese, dove è tornato diverse volte, che ha immortalato la ragazza nel campi profughi che è diventata simbolo della sua fotografia e icona della fotografia mondiale.

 

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Non solo Afghanistan, ma anche Giappone dopo lo tsunami, le Torri Gemelle, la guerra del Golfo, i bambini soldato, immagini dure, particolari, suggestive che raccontano i luoghi dove la vita è più difficile, dove si consumano le guerre e le violenze spesso lontane da noi. Le fotografie di McCurry svelano un uomo diverso da quello che siamo abituati a vedere nel nostro quotidiano, svelano l’altro uomo contemporaneo costretto a vivere nella sofferenza in un mondo crudo.  Ogni scatto racchiude un insieme di esperienze ed emozioni che ha il fotografo ha saputo cogliere con straordinaria intensità: forse è proprio questa la forza della sua fotografia.

 

«Questa mostra, ponendosi sulla scia delle precedenti esposizioni di arte contemporanea internazionale al Pan | Palazzo delle Arti Napoli, è una nuova e interessante iniziativa, oltre che per la valenza artistica delle fotografie, per la forza dei racconti di Steve McCurry. Una narrazione per immagini dell’uomo contemporaneo nel mondo, nella sofferenza e nella violenza della guerra, nella diversità delle culture e delle etnie, in cui la tragica crudezza della vita raggiunge livelli di lirismo intensissimi che uniscono il cuore e l’anima di chi sta dietro e davanti la pellicola. Una lezione di fotografia e di umanità che ha affascinato dal primo scatto reso noto e continua a catturare invitando ad ammirare l’altro con la stessa curiosità e meraviglia del nostro autore» Nino Daniele, Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli.

 

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La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e dal Pan | Palazzo delle Arti Napoli, organizzata da Civita Mostre in collaborazione con SudEst57, sarà inaugurata il 27 ottobre 2016 e sarà visitabile fino al 12 febbraio 2017.

 

Il progetto espositivo è curato da Biba Giacchetti e allestita da Peter Bottazzi. A tutti i visitatori viene proposta un’audioguida in cui il fotografo racconta, in prima persona, i suoi scatti con entusiasmanti testimonianze e alcuni filmati dedicati ai suoi viaggi, all’avventura della sua vita e alla sua professione. Un modo per conoscere meglio il fotografo e il suo modo di fotografare.

 

http://www.mostrastevemccurry.it/http://www.mostrastevemccurry.it/

 

 

 

Orari

Tutti i giorni, escluso il martedì, dalle ore 9.30 alle ore 19.30.

La domenica dalle ore 9.30 alle 14.30.

Domenica 30 ottobre e domenica 6 novembre apertura dalle ore 9.30 alle ore 19.30.

La biglietteria chiude un’ora prima.

 

 

Biglietti

Intero € 11,00 (comprensivo di audioguida).

Ridotto € 10,00 per gruppi di almeno 12 visitatori e titolari di convenzioni appositamente attivate (comprensivo di audioguida).

Ridotto speciale € 5,00 per scuole e giovani fino a 26 anni (comprensivo di audioguida).

Gratuito per minori di 6 anni, 2 accompagnatori per classe e accompagnatore di disabili.

Per la prenotazione dell'ingresso è prevista una tariffa di € 1,00 a persona.

Jeff Bridges a molti noto come  il protagonista de “Il grande Lebowski” non è solo un attore famoso, ma anche un apprezzatissimo fotografo. Figlio d’arte, il padre era l’attore Lloyd Bridges, iniziò la sua carriera cinematografica a soli due anni. Artista eclettico si dedica anche alla musica.

 

Fin dal 1984, cominciando da quello di STARMAN, sui diversi set in cui lavora, porta con se una Widelux F8  e dopo le riprese si diletta a fotografare al di qua della cinepresa. I suoi scatti sono riusciti ad immortalare i momenti più naturali e spontanei di registi, attori e operatori del settore; quei momenti in cui alleggeriti dal lavoro svolto, ci si concede un pò di relax. In genere, alla fine delle riprese, Jeff Bridges era solito realizzare dei piccoli album, che donava ai componenti delle troupe.

 

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Tra le immagini, spuntano nomi come Francis Ford Coppola, il compianto Seymour Hoffman, John Turturro, John Goodman, Kevin Spacey e molti altri. Questi lavori, in bianco e nero, gli hanno valso la candidatura agli “Infinity Awards”, una premio a livello globale della fotografia.

 

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Le sue fotografie sono state esposte in diverse sedi museali soprattutto negli Stati Uniti. Circa sessanta dei suoi scatti sono stati esposti , invece, a Bologna, l’anno scorso, presso la galleria ONO ARTE CONTEMPORANEA, chissà che non tornino presto a fare il giro del Bel Paese.

Alcuni delle sue immagini sono pubbliche sul profilo Twitter dell’attore, https://twitter.com/TheJeffBridges, e sul suo sito personale http://www.jeffbridges.com/photojan10a.htmlhttp://www.jeffbridges.com/photojan10a.html o ancora nel volume Pictures by Jeff Bridges, disponibile online, dove in qualche modo l’osservatore può ritrovarsi dentro ai suoi film, con la particolarità che stavolta ci si trova dall’altro lato.

 

A proposito del sito, forse, vi farà piacere sapere che è presente un guestbook, dove i visitatori possono lasciare un commento un saluto o semplicemente fare qualche domanda.

 

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Regalatagli dalla moglie, la Widelux è dotata di un obiettivo rotante che permette di realizzare inquadrature di 180° con un formato stampa particolarmente simile alla pellicola cinematografica. Lo stesso Bridges, che sul suo sito, da consigli e svela trucchetti per utilizzare al meglio questo tipo di macchina fotografica, afferma: “La Widelux è un’amante volubile; il suo mirino non è accurato e il fuoco è fisso, perciò c’è una mancanza di precisione di fondo. Ed è ciò che mi piace. È qualcosa a cui aspiro nel mio lavoro, una mancanza di precisione che renda tutto più vero, più onesto, una volontà di catturare ciò che c’è in quel momento e di lasciar fluire naturalmente il risultato”.

 

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On line è disponibile un libro intitolato: “Pictures by Jeff Bridges “ dove nell’attesa del suo ritorno in Italia si può prendere visione degli scatti  e in qualche modo ritrovarsi dentro ai suoi film, con la particolarità che stavolta ci si trova dall’altro lato.

 

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